Thomas Stearns Eliot, premio Nobel del 1948, lo si considera fra i maggiori poeti di lingua inglese del Novecento e i suoi versi, aristocratici ed evocativi, hanno segnato la poesia e non soltanto quella anglosassone. La crisi della modernità con il carico di disperazione angoscia aridità sono la cifra del suo originario poetare, una delle chiavi più alte ove intendere e rappresentare la condizione dell’uomo emerso dalla fornace ardente della Grande Guerra, ove nel fango delle trincee dall’irrompere della tecnica vennero lacerate la carne le ossa e, con esse, un universo di valori e significati. Vi fu chi rispose scegliendo la via nuova di idee, atte a cambiare il mondo, forse con molte illusioni e qualche inganno di troppo; chi si raccolse intorno al proprio io dolente, fra incubi e solitudini simili a sbarre e chiavistelli o, come farà lo stesso Eliot, riemergere alla speranza nel solco della tradizione religiosa. Un viaggio, l’esistenza, in un mondo che, simile al Purgatorio, raccoglie una umanità fragile e nella colpa, ma pur sempre in attesa di redenzione a venire.
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Trecentosessantagradi
Ha ancora un significato, oggi, l’abusata frase “La bellezza salverà il mondo” dell’Idiota di Dostoevskij? Forse sì. Perché in una umanità sempre più abbrutita e tribalizzata l’unico antidoto è la riscoperta del …

