La Cavalleria Rusticana, non c’è bisogno di spiegarlo, è pura bellezza rurale, agreste, antica. È campi di grano baciati dal sole, è profumo di agrumi maturi, è una religiosità comunitaria e ancestrale entro cui si vive, si muore, si fatica, si vendica l’onore perduto e si annega la colpa nel sangue. Poche sere fa, invece, eccomi precipitare in un’incommentabile messa in scena gelida, plumbea, metallica, in cui il capolavoro di Mascagni si trovava malamente trapiantato in una sorta di moderna scenografia da ufficio, con Alfio a sbandierare nientemeno che un selfie (!) di Turiddu e Lola come prova dell’avvenuto tradimento.

