Il mondo a fuoco. Dalle rivoluzioni colorate alla guerra cognitiva

da Laura Ruggeri

In Hong Kong a Fuoco (LAD Edizioni, 2026), Lei offre una prospettiva critica sulle mobilitazioni che hanno scosso la città a partire dalla sua restituzione alla Cina nel 1997. Si tratta di rivolte eterodirette?
Certamente sì. In realtà i miei dubbi in merito all’organicità delle forze politiche antigovernative che operavano a Hong Kong risalgono a molto tempo fa, e precedono il primo tentativo di rivoluzione colorata nel 2014. Per ragioni che spiego nell’introduzione del libro, ero venuta in contatto con alcuni ‘professionisti della sovversione’, attivi soprattutto in ambito accademico, politico e sociale, e grazie a tale prossimità avevo potuto osservare da vicino il loro modus operandi. il sospetto che fossero legati a organizzazioni anglo-americane contigue ai servizi d’intelligence in alcuni casi è stato confermato dalle indagini, in altri è difficile farlo.  

Nel libro parlo esplicitamente di un ecosistema delle rivoluzioni colorate poiché per comprendere il fenomeno è necessario prendere in considerazione non solo la rete di agenti del caos ma anche e soprattutto l’ambiente in cui operano, un sistema complesso fatto di ONG, fondazioni, media, accademici, attivisti e finanziatori. Esiste infatti un’interdipendenza che modella e alimenta l’ecosistema. Questo processo avviene sotto traccia e quando viene intercettato solitamente è perché la penetrazione in quasi tutti i gangli della società è già avvenuta. Occorre precisare che la gran parte degli attivisti che animano le rivoluzioni colorate sono ignari del ruolo che stanno svolgendo per una potenza straniera essendo mossi da ideali come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà e la democrazia.  

Come si distinguono le sollevazioni popolari spontanee dalle ‘rivoluzioni colorate’?

Esistono diversi tipi di rivoluzioni colorate ma il loro tratto comune e distintivo è la presenza di un beneficiario straniero del caos o del cambio di regime. Un tempo l’origine dei finanziamenti necessari per organizzarle era facilmente rintracciabile, visto che organizzazioni americane come il National Endowment for Democracy e USAID, o noti finanziatori come Open Society di George e Alex Soros ogni anno pubblicavano liste dettagliate dei destinatari dei loro fondi. Ora non lo fanno più. Ma questo non rappresenta l’unico ostacolo per le ricerche ‘open source’. Da qualche anno gli attivisti maggiormente esposti ricevono fondi in criptovalute.

A livello fenomenologico è facile confondere le rivoluzioni colorate con manifestazioni spontanee di malcontento popolare, di cui mutuano il repertorio espressivo e performativo. A differenza delle proteste organiche godono però di un’ampia copertura mediatica che invariabilmente ripropone la narrazione di un popolo pacifico in rivolta contro un regime corrotto, autoritario e repressivo. In quanto prodotti di ingegneria politica appaiono comunque meglio organizzate dei movimenti organici di protesta (…)

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