In difesa della proprietà, oltre usura e capitalismo. Intervista al giornalista Thomas Fazi

da Thomas Fazi

Nel suo ultimo libro La macchina della propaganda europea (Guerini e associati, 2026) Lei esplora il ‘soft power’ dell’Unione europea. Che cosa intende, concretamente, con questa espressione? 
Il punto di partenza di questa ricerca era concentrarsi su un aspetto della superstruttura europea che era stato pressoché ignorato fino a quel momento, anche dai critici. Negli ultimi dieci anni si è diffusa nel nostro paese una vasta letteratura critica nei confronti dell’Unione europea, a cui anch’io ho contribuito, ma potremmo dire che tutte queste critiche si sono concentrate sulla dimensione dell’‘hard power’: l’insieme dei vincoli economici e istituzionali che limitano la sovranità democratica degli Stati membri. 

Scarsa attenzione era però stata rivolta alla questione altrettanto cruciale del ‘soft power’: quell’insieme di strumenti culturali, comunicativi e simbolici di cui qualunque regime politico-istituzionale ha in ultima analisi bisogno per legittimare e ‘naturalizzare’ lo status quo. Questo mi sembrava paradossale, soprattutto perché sappiamo che l’europeismo — o più tecnicamente il sovranazionalismo — è un’ideologia molto potente e radicata nel senso comune di tante persone. Ma queste ideologie non sono emerse spontaneamente dall’inconscio collettivo: sono il frutto di una raffinata operazione culturale e ideologica. Da qui l’interesse ad analizzare nel dettaglio quelli che potremmo definire gli apparati ideologici del sovrastato europeo. 

Nel 2025 gli Stati Uniti sono stati scossi dal caso USAID: Trump ha congelato o cancellato numerosi finanziamenti, sostenendo che fossero usati per promuovere un’agenda ideologica progressista all’estero. La Commissione europea utilizza i finanziamenti pubblici anche per orientare il dibattito culturale e politico negli Stati membri? 

Sì. Come mostro nel libro, la Commissione europea utilizza sistematicamente i finanziamenti pubblici a ONG, media e mondo accademico per orientare il dibattito pubblico in senso favorevole all’agenda euro-integrazionista. 

Il programma CERV (Citizens, Equality, Rights and Values) può essere considerato a tutti gli effetti una sorta di USAID europea. Ufficialmente è finalizzato a promuovere i cosiddetti ‘valori europei’, una definizione talmente vaga da prestarsi facilmente a strumentalizzazioni politiche.

E infatti, come mostro nel libro, attraverso il CERV sono stati finanziati negli anni migliaia di progetti: in parte finalizzati a promuovere un’interpretazione molto massimalista e palesemente liberal-progressista di diritti come quelli LGBT o dell’antirazzismo, ma soprattutto — ed è questo l’aspetto più grave — progetti che hanno come obiettivo esplicito sostenere l’agenda integrazionista in quanto tale. Non esiste organizzazione federalista di rilievo che non riceva milioni dalla Commissione. Siamo di fronte a un classico caso di quello che nel libro chiamo auto-lobbying: la Commissione finanzia organizzazioni affinché esse chiedano di dare più potere alla Commissione stessa (…)

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