Ciao Enrica, da quando è stato inaugurato stiamo seguendo con molto interesse il progetto di Liberti Media: testata giornalistica digitale indipendente alla ricerca di una visione libera dalla narrativa dominante, di cui tu sei caporedattore. Puoi presentare meglio questo progetto ai nostri lettori, come e perché nasce e quali sono i suoi obiettivi?
Liberti Media nasce da un’esigenza oggi quasi rivoluzionaria: tornare a fare informazione senza padrini politici, grandi gruppi economici alle spalle o l’obbligo di aderire a una narrativa preconfezionata. Il progetto è stato ideato e fondato da Marcello Foa, che da anni riflette sulla crisi dell’informazione contemporanea e sulla crescente distanza tra media mainstream e opinione pubblica.
Ho scelto di aderire a questa avventura perché ho visto la possibilità concreta di costruire uno spazio davvero pluralista e indipendente. Il nome ‘Liberti’ richiama gli schiavi liberati dell’antica Roma: un simbolo forte, perché oggi l’informazione è spesso prigioniera di condizionamenti economici, ideologici e, persino, psicologici. Il nostro obiettivo non è creare un contro-mainstream ideologico, ma recuperare il senso autentico del giornalismo: verificare, approfondire, contestualizzare e porre domande scomode. In questi anni, chi dissentiva è stato spesso delegittimato o censurato. Noi vogliamo restituire centralità ai fatti, alla complessità della realtà e al pensiero critico, senza conformismi, ma anche senza derive paranoiche. L’informazione non dovrebbe alimentare paura o tifoserie, ma aiutare le persone a comprendere il mondo. È questa la nostra sfida.

Da anni, sei impegnata nella diffusione di una cultura libera e indipendente. Cosa significa, oggi, essere attore di una stampa, appunto, libera e indipendente? Quali sono le prospettive e le difficoltà?
Oggi, essere davvero indipendenti è molto più difficile di quanto si immagini. L’indipendenza non riguarda solo l’assenza di censura esplicita. Esistono forme molto più sofisticate di pressione: il conformismo culturale, la paura dell’isolamento professionale, la dipendenza economica dagli inserzionisti, gli algoritmi delle piattaforme, il timore di essere etichettati e denigrati pubblicamente.
Negli ultimi anni, abbiamo visto crescere una forma di informazione sempre più omologata. Molti giornalisti finiscono per ripetere le stesse formule, gli stessi frame narrativi, persino gli stessi termini linguistici. Questo accade perché il sistema premia chi non disturba troppo e preferisce allinearsi e omologarsi alla narrazione dominante. Il problema è che il giornalismo dovrebbe disturbare, dovrebbe interrogare il potere, non accompagnarlo e fargli da cane di compagnia. Essere indipendenti oggi significa, quindi, accettare anche un prezzo personale e professionale. Significa esporsi agli attacchi, alle campagne diffamatorie, all’ostracismo, persino alla censura, ma significa anche avere la possibilità di mantenere una coerenza intellettuale. (…)
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