Mircea Eliade e il ritorno alla Foresta Proibita: l’eclissi del Sacro

da Filippo Giardini

Chiunque sia avvezzo a frequentare le librerie avrà forse constatato, negli ultimi anni, la curiosa crescita, a ritmo esponenziale, di romanzi e racconti afferenti al genere incasellabile come “retelling mitologico”, ovvero rielaborazioni in salsa contemporanea di storie ampiamente saccheggiate dal patrimonio mitologico classico (nella maggior parte dei casi quello greco: “Circe” di Madeline Miller, “Arianna” di Jennifer Saint, “Il canto di Calliope” di Natallie Haynes, “Il segreto di Medusa” di  Hannah Lynn; ma non mancano varianti tratte da altri corpora mitologici, come ad esempio “The witch’s heart” di Genevieve Gornichec, incentrato sulla figura della gigantessa norrena Angrboða, sposa di Loki), rielaborazioni tese ad una “riattualizzazione” del mito classico e al dar voce a personaggi secondari, quasi invariabilmente di sesso femminile, molto spesso secondo un preciso disegno d’ordine femminista.

Dovremmo forse gioire della ritrovata sete di classicità delle nuove generazioni? Della loro esigenza di ritorno alla fonte narrativa mitologica? Tutt’altro. Tali pubblicazioni consistono infatti in una mera e sterile reiterazione del Mito, ridotto ad una storiella moraleggiante, ad un setting nel quale porre in scena drammi moderni. Il corpus mitologico viene depredato dei suoi intrecci, rigorosamente espunti della loro dimensione sacrale, conditio sine qua non per poter effettivamente parlare di “mitologia”. Il celebre storico delle religioni romeno Mircea Eliade (1907-1986) diede del “Mito” nel 1963 (in Mito e realtà) questa definizione:

Il mito narra una storia sacra; riferisce un avvenimento che ha avuto luogo nel tempo primordiale, il tempo favoloso delle “origini”.

Non dunque una favola allegorica, quanto una storia vera/sacra. Eliade postulò inoltre la differenza tra il Mito nella sua forma primordiale e quello tramandatoci dalle civiltà classiche, quest’ultimo avrebbe già infatti subito notevoli stratificazioni interpretative, a partire dal passaggio in forma scritta, prima inevitabile frattura con la dimensione orale, frattura foriera di avvicinamento alla forma letteraria del Mito, quindi sempre meno autenticamente religiosa: sempre più favola allegorica e sempre meno storia vera, storia sacra, accessibile per via iniziatica e riservata ad un insegnamento esoterico.

L’impressione è però che i narratori d’oggi abbiano compiuto un passo ulteriore, che reiterino le storie mitologiche a fini commerciali o per veicolare moderne tesi ideologiche, abdicando dunque alla possibilità di conservare ogni barlume di riflesso del Sacro che tali miti ancora possano contenere.

L’uomo, tanto l’antico greco o germano, quanto il desacralizzato uomo moderno, tiene però in sé un atavico e ineliminabile bisogno di Sacro, ed esso, quando espulso dalla porta, si ripresenta alla finestra: è questo il caso di una certa scuola di letteratura del fantastico, precipuamente quella derivante dall’opera di J. R. R. Tolkien. Tale letteratura è sì considerabile da un lato come letteratura “di opposizione” alla realtà, tesa ad inverare il binomio dialettico escapista realtà-fantasia, ma dall’altro lato è anche, forse più proficuamente, interpretabile come letteratura “di integrazione”, in grado, tramite il ritorno al Mito, di conservare in sé il riflesso del Sacro e soprattutto la Speranza di poterlo rifondare nel moderno mondo desacralizzato.

Esempio eccellente di come il Sacro possa, a livello narrativo, nella veste di ierofania, fare irruzione nella vita quotidiana, può essere considerato il romanzo di Eliade, che oltre che grande accademico fu anche fine narratore: La foresta proibita (pubblicato in Francia nel 1955 come Forêt interdite). Il romanzo copre un arco narrativo di poco più di un decennio, quello tra il 1936 e il 1948, un decennio denso, nel quale la società romena attraversò e subì profonde trasformazioni: la dittatura monarchica di Carol II, lo stato nazional-legionario di Ion Antonescu e l’occupazione sovietica. Nel romanzo la Storia è in marcia e si manifesta soprattutto nella guerra:

Il padrone nostro, di tutti, è oggi la Guerra. Essa ha sequestrato l’intera storia contemporanea […] Anche quando rimaniamo soli pensiamo sempre alla guerra, cioè siamo sempre schiavi della storia.

L’epicentro narrativo della trama intessuta da Eliade risiede nella figura di Stefan Viziru, anche se è doveroso ricordare come è questo un romanzo essenzialmente corale, ricco di personaggi originali e tridimensionali che fanno, come il vecchio Anisie, capolino, senza preavviso alcuno, tra le pagine. La soluzione alla “schiavitù della storia” individuata da Stefan risiede nel rifugio al di fuori di essa, in un altro tempo, in una “realtà più essenziale”, quella del “tempo immaginario”. Stefan, in certa misura, lo vedremo, alter ego dello stesso Eliade, appare ossessionato dal tema del Tempo ed è proprio lui a fare esperienza delle ierofanie.

La prima avviene all’inizio della narrazione: l’incontro nel bosco Băneasa con Ileana, la “notte in cui si aprono i cieli”, la magica notte del 24 giugno, San Giovanni. A partire da questo incontro Stefan vive come una vita sdoppiata, fratturata quanto lo è la narrazione di Eliade, ricca di formule ricorsive al limite dell’ossessione, di flashbacks che irrompono nella narrazione e di conversazioni rimaste sospese. Struttura narrativa ricorsiva e labirintica (il termine non è adoperato casualmente) al punto da rendere il romanzo stesso una sorta di prova iniziatica per il lettore. Da quel momento, si diceva, Stefan è come fratturato, vive strattonato dalla Storia, incapace di accedere compiutamente alla dimensione sacra che pure intuisce. Tormentato da un impossibile anelito di santità tenta, usurpando la prerogativa divina della coniunctio oppositorum, di amare due donne simultaneamente: la moglie Ioana e la misteriosa Ileana. Ma appunto Stefan non ha la forza di abbracciare integralmente l’iniziazione cui è sottoposto e la sua aspirazione alla santità permane cristallizzata a livello meramente potenziale. Stefan non ha la forza di rigenerarsi attraverso l’esperienza iniziatica del Sacro.

Non ha la forza di farsi Yogin, di essere colui che abbandona il mondo profano per sincronizzarsi con i ritmi cosmici, con il “tempo aurorale”, al fine di perseguire la paradossale integrazione suprema: il ritiro trascendente e l’astrazione dal cosmo stesso. Non ha la forza di farsi Alchimista, di essere colui che tortura la materia per indurla ad un mutamento di “regime ontologico”, mutamento poi riflesso, con valenza iniziatica, sull’alchimista stesso. Non ha la forza di farsi Sciamano, figura che si distingue da quella del Mago per il carattere estatico della sua iniziazione, spesso associata ad uno stato di malattia: morte simbolica che permette poi la rinascita, esperienza attraverso cui Stefan stesso nella sua malattia transita, perdendo però l’occasione di dominare la “tecnica dell’estasi” e di farsi “manipolatore del sacro”, ovvero Sciamano. Stefan dunque non diviene né Yogin, né Alchimista né Sciamano (tutte figure a cui Eliade, in veste di storico delle religioni, dedicò accurati approfondimenti monografici) e conduce quindi la propria vita quotidiana calato nella dimensione storica e in preda alla sensazione di sentirsi un’imitazione. Una vita peraltro condotta all’ombra del grande scrittore Ciru Partenie, primo amore della moglie Ioana, con il quale condivide una forte somiglianza fisiognomica. Una vita intrappolata nel “ventre della balena”, così in un dialogo con la musa del Sacro Ileana:

Se dici che la tua balena ricopre tutto il mondo, come mai puoi sperare di fuggire, vivo, dal suo ventre?! […] Con la morte sì, capisco, forse ci liberiamo […]

Stefan è in lotta, rari sono i suoi lucidi accessi al Tempo Sacro, profonda è l’angoscia di risprofondare nella Storia, nel Labirinto: “Finché c’è tempo, finché lo capisco ancora”, angoscia che ricorda da vicino quella di Charlie Gordon, protagonista dello straziante Fiori per Algernon, romanzo fantascientifico di Daniel Keyes.

Quella dell’incontro con Ileana è la prima ierofania che si incontra leggendo il romanzo, ma quella veramente centrale vive celata in illo tempore nell’infanzia di Stefan, nonché di Eliade stesso. Il riferimento corre alla “camera Sambô”, una “stanza extrastorica e atemporale”, uno straordinario punto di accesso ad una dimensione ulteriore, uno spazio privilegiato, un luogo paradisiaco, che, se hai avuto la fortuna di conoscerlo, non puoi più dimenticare per il resto della vita. Perché in Sambô sentivo di non vivere più come avevo vissuto fino allora, vivevo in un altro modo, in una continua inesprimibile felicità.

Il primo contatto con un tempo sacro e astorico, mitico: una rottura dell’ordinario e uno spiraglio per una dimensione magico-esoterica, risale dunque all’infanzia tanto per Stefan quanto per Eliade, il quale a dialogo con Claude-Henri Rocquet, riportando il suo giovanile e personale contatto con la stanza segreta accenna ad uno “spazio sacro”, “in quanto quello spazio era di qualità del tutto diversa; non era profano, quotidiano”.

Centrali nel romanzo sono dunque i temi del Tempo, della Storia e della mitizzazione dell’infanzia. Altro personaggio centrale ne La foresta proibita è Biris, figura sovrapponibile, sebbene quello di Eliade non sia derubricabile a roman à clef, a quella del suo amico Emil Cioran, filosofo radicale e inquieto, disilluso e cinicamente pessimista quanto Biris, con il quale Stefan ha un rapporto d’elezione quanto Eliade con Cioran. Ed è proprio Biris, a proposito del tema della mitizzazione dell’infanzia, ad affermare, rivolgendosi a Stefan:

Il tuo desiderio di uscire dal Tempo e di ignorare la Storia era probabilmente uno sforzo disperato di ritrovare la beatitudine dell’infanzia, di reintegrare un paradiso perduto.

Ma il tema dell’infanzia, dell’illo tempore biografico, è espanso al punto da tracimare dalle pagine del romanzo e da abbracciare il contiguo e più ampio tema dell’illo tempore della stirpe, della mitizzazione della terra d’origine, della patria ancestrale che, come l’infanzia, vive su un piano ontologicamente differente, astorico, o meglio, in questo caso, preistorico. La nostalgia dell’infanzia trascende la dimensione individuale per farsi nostalgia delle proprie origini, e in ciò è significativo che Elaide verghi il romanzo da un esilio dal quale sapeva di non poter più tornare, a causa dell’avvento comunista in Romania, “cambiamento brutale, imposto dall’esterno”. In riferimento all’unione mistica e sacra con le proprie origini, a distanza di anni, Eliade avrebbe poi affermato: “In esilio la terra natale è la lingua, il sogno”.

Nel romanzo Eliade travasò dunque i medesimi temi che affrontò anche da saggista, ma senza forzatura alcuna. L’Eliade narratore non deve essere letto alla ricerca di un’applicazione pratica, letteraria, delle sue tesi accademiche, bensì come laboratorio per le sue idee. La narrativa, in Eliade, non ha funzione didattica, bensì maieutica. Afferma lui stesso, interrogato da Rocquet a riguardo del proprio processo di scrittura. “Un po’ alla volta, lavorando, scopro gli avvenimento e la trama”.

Ritroviamo dunque ne La foresta proibita la coniunctio oppositorum, ritroviamo la reintegrazione del Mito, che rende possibile il passaggio tra tempo storico a Sacro, ritroviamo la sua riattualizzazione per via rituale da parte di Stefan che, seguendo un modello ancestrale, rincorre la camera Sambô della sua infanzia tentando di ricrearla all’interno di una stanza d’albergo. Scrisse Eliade ne Il mito dell’eterno ritorno (1949): “Per mezzo del paradosso del rito il tempo profano e la durata sono sospesi”. Stefan si comporta proprio come l’uomo arcaico che mal sopporta la Storia e cerca periodicamente di abolirla.

Ritroviamo la dicotomia tra profano e Sacro, tra uomo moderno areligioso e homo religiosus, per il quale “lo spazio non è omogeneo; presenta talune spaccature, o fratture” (così ne Il sacro e il profano, 1956), termine adoperato da Stefan stesso, per il quale la frattura avviene tanto a livello spaziale (la camera Sambô) quanto a livello temporale (la notte di San Giovanni).

Ritroviamo appunto il concetto di ierofania, così definita da Eliade sempre ne Il sacro e il profano:

La manifestazione di qualcosa di completamente diverso, di una realtà che non appartiene al nostro mondo, in oggetti che fanno parte del nostro mondo “naturale”, “profano”.

Ma ne La foresta proibita Eliade non riversò solo il corpus teorico a cui si era dedicato sul fronte accademico-pubblicistico. Vi lasciò entrare anche il proprio elemento biografico, o perlomeno intese farlo secondo un preciso disegno: quello della defascistizzazione retroattiva. Le peregrinazioni di Stefan per l’Europa (Londra e Lisbona) furono quelle di Eliade, pur espunte dagli elementi più compromettenti per la sensibilità parigina postbellica. Non si trova dunque traccia nella permanenza londinese di Stefan della forte ammirazione provata da Eliade per le estreme idee del gruppo di Frank Buchman, né tantomeno nel soggiorno a Lisbona si fa riferimento alla passione eliadiana per l’Estado Novo salazariano. L’elemento biografico venne dunque adoperato da Eliade ma “ripulito” della sua dimensione più compromettente: quello della sua militanza legionaria, al seguito di Corneliu Zelea Codreanu.

Negli anni ’30 la Legione dell’Arcangelo Michele (Legiunea Arhanghelului Mihail), la formazione ultranazionalista e radicalmente antisemita capitanata da Codreanu, era stata in grado di attrarre a sé gran parte delle forze intellettuali romene e in particolare, con la mediazione del filosofo Nae Ionescu e della sua rivista Cuvântul, molti esponenti della cosiddetta Giovane generazione, definita da Eliade stesso, che ne fu una sorta di caposcuola, come “la prima generazione rumena libera”, libera dall’ideale di unificazione delle provincie romene (i trattati di pace della Grande guerra avevano portato in dote a Bucarest la Transilvania, il Banato, la Bessarabia e la Bucovina), la prima generazione senza un programma. Maestro, nel vero senso socratico, di tale generazione fu appunto Ionescu, filosofo antidemocratico e antidealista, teologo di un cristianesimo metafisico, pensatore tanto brillante quanto scarsamente sistematico. Egli, pur senza mai scadere nel relativismo, concepì la filosofia come perenne messa in discussione di concetti e idee, concepì l’insegnamento essenzialmente come discussione e si profilò dunque come eccellente maieuta per la transizione verso la partecipazione attiva alle politiche legionarie di molti dei suoi allievi, tra cui Cioran, Constantin Noica ed Eliade stesso, il quale, nel marzo 1940 al discorso funebre del maestro ricordò come egli avrebbe desiderato essere sepolto con una foto di Codreanu, assassinato due anni prima. Sarebbe però un errore credere che Ionescu avesse fondato una vera e propria scuola, tant’è vero che i suoi studenti imboccarono vie differenti e spesso antitetiche, evidenti i casi di Eugène Ionesco e dell’ebreo Mihail Sebastian.

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La militanza legionaria, che accumunò grandi intellettuali come Eliade e Cioran, non è derubricabile a mera deviazione nei loro percorsi, la categoria crociana della parentesi storica non funziona nemmeno in questo caso. La passione legionaria di Eliade non è peraltro attribuibile nemmeno a ragioni di opportunismo (alibi che non regge alla luce della brevissima parabola governativa della Legione, conclusasi con le epurazioni del 1941, dopo appena 5 mesi di permanenza nel Governo Antonescu) né di passeggera esaltazione giovanile. Se la si vuole realmente comprendere si deve uscire dai fuorvianti paradigmi dei peccati di gioventù.

Eliade, mediante l’operato demiurgico di Ionescu, vide nel Movimento legionario l’auspicato avvento di un cambio di paradigma politico, volto ad integrare la sfera spirituale a quella politica e ad espellerne la piaga dei politicanti..

Tra le fila in camicia verde Eliade ritrovò il proprio antiparlamentarismo, l’irrazionalismo, il culto della giovinezza e dell’eroismo, l’interesse per il folklore popolare, la spinta mistica e lo slancio verso una rivoluzione spirituale, atta ad affermare un’aristocrazia dello spirito, quell’Omul Nou cuore del pensiero di Codreanu, il  quale ritenne che il compito del Capo, del Capitano, non fosse quello di instillare la fede ma di limitarsi a guidare gli individui autorigeneratisi al risollevamento della Nazione. In Eliade si sviluppò alquanto precocemente la convinzione che base della coesione sociale non potesse che essere l’elemento etnico, e ciò prima della sua “svolta” legionaria (databile al biennio 1933-34), che si configurò perciò più come un passaggio di grado piuttosto che di natura.

Eliade fu anche però più in generale affascinato dal senso del Sacro evocato dai riti parareligiosi dei gardisti e della sintesi da essi operata tra autoctonismo e ortodossia. Lo studioso collaborò con diverse riviste dell’area legionaria esprimendo ad esempio vibranti omaggi in onore del martirio di Ion Moța e Vasile Marin, morti volontari nella Guerra civile spagnola, a sostegno delle truppe del caudillo Francisco Franco. Dalle righe dedicate al loro sacrificio sulla rivista Vremea, il 24 gennaio 1937, si evince peraltro come Eliade condividesse con le camice verdi anche il “culto della morte” (il medesimo alla base del suo dramma teatrale, Ifigenia, 1941):

La morte volontaria di Ion Moța e Vasile Marin ha un significato mistico: sacrificio per la cristianità […] Come il suo capo e amico Corneliu Codreanu, Ion Moța credeva che la missione della giovane generazione fosse di riconciliare la Romania con Dio, trasformare una lettera morta in vita cristiana, combattere con ogni mezzo contro le potenze della tenebra. Quando si rese conto che Lucifero stava nuovamente preparandosi a combattere contro Cristo, Ion Moța, il crociato ortodosso, partì coraggiosamente, con la pace nel cuore, per sacrificarsi per la vittoria del Salvatore.

Se le pubblicazioni su riviste dell’area legionaria non bastassero a convincere della sincerità della militanza di Eliade (anche se circa un suo presunto inserimento in un Cuib, nido, unità di base dell’organigramma legionario, non vi sono notizie certe), basti ricordare le scorate pagine dedicate da Sebastian alla rottura (per evidenti ragioni) dell’amicizia con Eliade e il suo ruolo da intermediario per l’incontro tra Codreanu e Julius Evola, il quale, a riguardo di tale ruolo di Eliade, avrebbe poi scritto in una lettera a Gaspare Canizzo del 29 luglio 1971:

È vero che Mircea Eliade ha fatto parte della Guardia di Ferro, tanto che è per suo tramite, a suo tempo che ho preso contatto col capo di essa, C. Codreanu, a Bucarest nel 1936: M. Eliade non ama però, per ragioni comprensibili, che sia ricordato questo passato.

Eliade, al pari del fraterno amico Cioran, una volta riparato a Parigi nel dopoguerra, intese presentarsi come uomo senza biografia, senza alcuna militanza politica alle spalle. Scrisse Cioran in Esercizi di ammirazione (1986):

È raro che la sostanza di un pensiero si modifichi veramente; ma ciò che in compenso subisce una metamorfosi sono la forma, l’apparenza e il ritmo.

Nel dopoguerra le posizioni di Eliade mutarono ma ne permase la sostanza: ad esempio il suo antisemitismo divenne antigiudaismo, gli ebrei vennero assunti a responsabili della rottura del tempo ciclico e ad autori dell’estromissione del Sacro dal cosmo, della caduta nella Storia. Il cristianesimo cosmico delle origini si sarebbe progressivamente immanentizzato con l’influsso ebraico, pur essendosi conservato incontaminato a livello contadino nel sud-est europeo.

La linea tenuta da Eliade fuori dalla Romania sovietizzata fu appunto quella di negare tutto, anche l’evidenza, tanto nessuno avrebbe potuto controllare le prove documentarie, disperse oltrecortina. Non si trova dunque traccia nei pur copiosi scritti autobiografici di Eliade della sua fascinazione per il gardismo. Un esempio di come Eliade abbia tentato, piuttosto subdolamente per la verità, di edulcorare retroattivamente la propria biografia lo si può ritrovare proprio ne La foresta proibita. Stefan, nel romanzo, viene arrestato e tradotto in un campo di concentramento insieme ad altri legionari, in quanto sospettato di esser uno di loro (aveva in realtà solamente dato asilo ad un uomo che ignorava essere un legionario). Tale episodio risponde all’esigenza di Eliade di voler suggerire un fittizio parallelismo con la propria vicenda: il 14 luglio 1938, contestualmente alle retate antilegionarie che avrebbero condotta alla morte di Codreanu stesso, era infatti anch’egli stato arrestato e rinchiuso nel carcere di Miercurea Ciuc, arresto imputato da Eliade alla semplice vicinanza a Ionescu, anziché  alla condivisione di spazi politici con le camice verdi di Codreanu, che, a differenza di Stefan, effettivamente ebbe.

Ma queste mistificazioni non sono in grado di intaccare la grandezza di questo romanzo, che rimane un faro di Speranza perché la nostra immanentizzata società contemporanea possa ritrovare la forza di astrarsi dalla propria condizione di cinica secolarizzazione e possa riscoprire il senso del Sacro, il valore della narrazione mitica e la sua capacità di tendere un filo diretto con la nostra stirpe, con la nostra profonda e troppo spesso dimenticata identità culturale.

Vale la pena a questo proposito chiudere con un’ultima citazione tratta da Eliade, quella del racconto di un sogno che fa a Rocquet:

Due vecchi che muoiono, uno da una parte, uno dall’altra, soli. Con loro spariva per sempre, senza testimoni e senza lasciare traccia, una storia ammirevole (che io conoscevo). Tristezza terribile. Disperazione. Mi sono ritirato in una stanza a fianco e ho pregato. Mi dicevo: se Dio non esiste, tutto è finito, tutto è assurdo.
[…] In questi sogni si legge forse la mia paura, il mio terrore per la scomparsa di un’eredità. Quel che succede ai due vecchi può succedere all’Europa, con quella sua eredità multimillenaria, dal momento che le radici dell’Europa affondano nel Vicino Oriente dell’antichità. Questa eredità può scomparire. Sarebbe una perdita, non soltanto per quel che si chiama l’Europa, ma anche una perdita per il mondo. Per questo motivo sono stato terrorizzato dalla disperazione di quei due vecchi che morivano assolutamente soli senza trasmettere nulla. È ben possibile che la nostra eredità, invece di essere accolta e arricchita da altre culture, sia disprezzata, ignorata e addirittura distrutta.

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