Possiamo fregiarci di un vanto: i nostri lettori non si fermano a quello che “dicono in tv”. In un mondo di pecore ben ammaestrate e succubi, loro, sanno essere leoni: svegli, attenti, mai domi. Tra i tanti fenomeni, solo apparentemente silenziosi, ce n’è uno che negli ultimi mesi si sta estendendo a macchia d’olio. Anzi, a macchia di sangue. Mass media e TG parlando di “estrema destra, manifestazioni razziste e vandalismo dal sapore nostalgico”: nulla di tutto questo è vero. Nella distorsione per generare distrazione, la vittima diventa carnefice. E viceversa.
È successo esattamente questo, nel dicembre scorso. Siamo a Southampton e un giovane di religione Sikh (tale Vickrum Digwa) dichiara il falso: “Sono stato aggredito da quel ragazzo. È un razzista!”, più o meno questo è ciò che avrà detto alla polizia. Giovane, anzi giovanissimo Henry Nowak (18enne studente universitario). Giovanissimo, dicevamo. Ma soprattutto, bianco. Perché il razzismo di oggi (quello vero e mal raccontato) esiste ma a “colori invertiti”: spiace dirlo ma è così. A Henry non hanno creduto. A Vickrum (il suo aguzzino) invece sì. Al ragazzo dai colori e dai tratti somatici non propriamente britannici, hanno dato ragione: così, aprioristicamente, a scatola chiusa. Eppure, l’indiano stava dichiarando il falso: ma un pregiudizio ormai radicato (quello del maschio-bianco-razzista-maschilista) tanto è bastato da arrivare ad ammanettare un innocente. Per giunta, in fin di vita. Il povero Henry presentava già una massiccia quantità di sangue nei polmoni. “Sono innocente!” e quel “Non credo proprio, ragazzo” proferito da una delle tre agenti (colpevoli sia sul piano “esecutivo” che su quello morale).

È ancora in corso un’indagine dell’Ufficio indipendente per la condotta della polizia (IOPC) per chiarire l’esatto accaduto. Di certo, le immagini raccolte dalla bodycam della polizia mostrano chiaramente gli ultimi istanti di vita di un già cadaverico Novak. Il casus belli è stato questo. Da qui, proprio da questo dolore ed indignazione, divampano le proteste (giunte fino a Belfast di cui parleremo più avanti. Ma, abile come sempre e menzognera come non mai, la stampa mainstream accusa “destra estrema” identificando in Nigel Farage, leader del partito populista anti-immigrazione Reform Uk, il responsabile supremo. “Sta fomentando gli scontri”, ci dicono anche qui. Nel nostro Bel Paese che ai tempi di Floyd si è genuflesso, compatto, al grido di “Black lives matter” ma che altrettanto compatto, fermo e deciso non è stato difronte alla straziante ed ingiusta vicenda di Henry. Del resto, soprattutto a certa politica, la vittima interessa solo se mediaticamente appetibile per farne, poi, meschina propaganda. Dura lex sed sempre lex.

Già, George Floyd. Era il 25 maggio del 2020: durante un arresto (perché, diciamolo, Floyd era un delinquente con svariati precedenti) un agente esercita contro la “vittima” una forza fisica spropositata. George Floyd, già bloccato per terra, fatica a respirare e muore. Per l’agente protagonista del fatto, Derek Chauvin, gogna mediatica mondiale e sbarre assicurate. Condanne anche per altri tre agenti: condannati, come detto, per violazione dei diritti civili del signor George. Un non eroe, un non esempio: reso però sia l’una che l’altra cosa. Per Henry, invece, solo tanto silenzio complice, tanta indifferenza disumana e disgustosa: doppiopesismi ne abbiamo?
Stessa triste sorte, quella riservata ad Iryna Zarutska. La 23enne rifugiata ucraina accoltellata senza alcuna ragione plausibile a Charlotte, su un mezzo pubblico, dopo il suo turno di lavoro. La ragazza, con ancora gli abiti del fastfood nel quale prestava servizio come cameriera, stava serenamente guardando il telefono, ascoltando della musica. Una scena ordinaria resa straordinaria nel dramma di un mostro che si scaglia, con una lama, contro di lei. La accoltella alla gola, Decarlos Brown jr. A Iryna viene concesso solo il tempo, infinitesimale, di una mano portata al collo, un urlo strozzato di dolore ed uno sguardo tra il terrorizzato e lo stupito. In molti hanno assistito alla scena. Ma nessuno ha alzato, anche solo vagamente, un dito. Razzismo, dicevamo? Talmente tanto da aver fatto passare in sordina la notizia.
Perché, certo, mica potevamo trasformare il killer in un “uomo-bianco-razzista-maschilista”…difficile quindi dare torto a François Bousquet e al suo encomiabile lavoro: “IL RAZZISMO CONTRO I BIANCHI. L’INCHIESTA VIETATA”, con prefazione della sempre ottima Francesca Totolo. Testo scomodissimo poiché foriero di verità e consapevolezze altamente censurabili.
E così, in una sorta di spettrale ma innegabile fil rouge, uniamo i puntini sulla mappa e voliamo a Belfast, Irlanda del nord. Un sudanese richiedente asilo tenta di decapitare, per strada, un incolpevole 40enne. Vittima selezionata così, a caso. Agnello sacrificale contro cui scaricare tutta la propria, folle, furia assassina. Rabbia e spavento: ma la popolazione non ci sta. Almeno, non più. Reagisce e non resta inerme: intervengono uomini che a mani nude braccano il sudanese. I veri buoni contro il vero cattivo: a dispetto di qualsivoglia narrazione buonista-revisionista. Ed ecco l’altro casus belli non spiegato: perché le proteste di Belfast partono unicamente ed esattamente da qui. E in Italia, che dicono? Beh, il tg1 (per esempio) ci racconta di “Furia razzista della destra più estrema che inneggia alla REMIGRAZIONE: è caccia al povero migrante”. Causa ed effetto completamente invertiti. Belfast, sì.
Ma non solo: cosa è successo a Brierfield? Ci spostiamo di 400 chilometri circa: interpreti diversi, medesimo copione. Stavolta è un pakistano 30enne ad aggredire (quasi a morte) una ragazzina di appena 17 anni. Così, in pieno giorno. E sempre, rigorosamente, con un ben affilato coltello. Arrestato, in maniera tempestiva, con l’accusa di tentato omicidio e porto d’armi. Perché, quando la furia assassina si scaglia contro un bianco, non ne parla (quasi) nessuno? Perché, quando la vittima è una giovane donna dalla carnagione chiara, non si grida al femminicidio e alla famigerata “cultura retrograda patriarcale”? Perché, quando i cittadini esplodono di comprensibile e umana rabbia, si inveisce contro le vittime e non, ragionevolmente, contro i carnefici? I nostri “perché?” sono tanti, tantissimi. Restano spesso inascoltati. O, peggio, manipolati come certi “notiziari” sanno fare (specie con la cronaca più scomoda e cruda). Una cosa è certa: loro, continueranno a mentire. Noi, continueremo a controbattere: con occhi ben aperti, buonsenso e mente sempre lucida.
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