In difesa della proprietà, oltre usura e capitalismo

da Boni Castellane

L’idea secondo la quale il denaro crei il denaro come una pianta produce i suoi frutti è forse l’idea alla base di ciò che Martin Heidegger chiama ‘pensiero calcolante’. Ma fare di questa idea, che conduce alla distinzione del mondo in ‘coloro che posseggono il denaro’ e ‘coloro che non lo posseggono’, la definizione incontestabile dei rapporti tra uomo e lavoro è l’errore in premessa che ha consentito l’identificazione di ‘capitalismo’ con ‘proprietà’ e la successiva colpevolizzazione della proprietà in quanto fonte di ingiustizia. Paradosso di una civiltà al tramonto: tutti coloro che ragionano in questi termini posseggono molte cose e chi non possiede nulla non ragiona mai in questi termini.

Per comprendere la degenerazione di un mondo che giunge ad esprimere la più grande quantità di ricchezza della storia ed allo stesso tempo il più alto grado di sperequazione occorrerebbe comprendere tutto ciò che è accaduto a partire dal Diciassettesimo secolo ma sarebbe troppo lungo e complesso. Noi qui ci limiteremo ad indicare come l’identificazione tra ‘capitalismo’ e ‘proprietà’ sia una trappola marxiana e come da tale trappola derivi la vita invivibile. In ciò ci aiuta Ezra Pound, strenuo sostenitore del giusto diritto dell’uomo ad avere non solo una «casa di solida roccia levigata»  ma a poter godere della bellezza che con l’arte tale casa abbellisce. Pound non fu mai anticapitalista in senso marxiano: difendeva l’impresa privata come espressione di creatività artigiana e taoista individuando in essa ‘l’ordine del fare’ e sacralizzando la proprietà privata produttiva come attributo umano sacro, proiezione diretta della persona e custodia dell’ordine naturale.

Sia nei Cantos che ne L’ABC dell’economia la proprietà privata emerge come il fondamento di un diritto di proprietà diffuso che garantisce libertà concreta dal banchiere cioè da colui che ‘soccorre’ in caso di sfortuna, guadagnando su quella sfortuna e sulla sua durata. L’Usura in Pound assume così il ruolo stesso della degenerazione del mercato prima in accumulo parassitario e successivamente in posizione dominante del credito finanziario. Appare oggi evidente come tali intuizioni fossero corrette ed a maggior ragione le sono nell’attuale assetto di economia finanziarizzata, nell’era del quantitative easing, dei derivati e della finanza ombra, assetto ormai contraddistinto dalla concentrazione la quale non è più solo bancaria come negli ultimi tre secoli ma si estende a conglomerati industriali di tale ampiezza da superare i bilanci stessi degli Stati. In tale assetto l’impresa privata ‘umana’ esiste ancora ma è incatenata al debito e all’algoritmo, alla vita-a-debito per la quale tutto va noleggiato e nulla va posseduto. Proprio in questa tensione gravitazionale che il Capitalismo genera nei confronti della concentrazione si può scorgere quel peccato originale che nessun lavacro può emendare (…)

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