Chi fosse entrato in sala per godersi l’ultima fatica cinematografica di Christopher Nolan aspettandosi una completa e puntuale trasposizione a schermo del poema attribuito ad Omero, ha commesso indubitabilmente un errore. La fedeltà ad un classico non si misura nell’aderenza pedissequa agli episodi narrati, agli aspetti evenemenziali, ai dettagli, si misura bensì nella fedeltà all’essenza del testo, al suo nucleo profondo, a ciò che, in definitiva, lo rende un vero classico, in grado di travalicare le generazioni e di divenire fondamenta canonica di una civiltà intera, in questo caso quella occidentale.
Ciò che funziona su pagina scritta, anche se nel caso di un poema dalla genesi orale come l’Odissea – o meglio, ciò che funziona raccontato – non necessariamente funziona anche su uno schermo, e viceversa. I più affezionati al racconto omerico si mettano dunque l’animo in pace. Non ci si straccino le vesti per le inevitabili variazioni d’intreccio, come la presenza di Odisseo, al fianco del figlio Telemaco, nella città di Pilo. Non ci si indigni se alcuni episodi, come i Lotofagi e Calipso, sono stati accorpati o se altri, come Eolo e l’otre dei venti, sono stati invece espunti. Non si invochi il sacrilegio se iconici passaggi, come l’espediente dell’identificazione con ‘Nessuno’ presso Polifemo, non hanno trovato spazio nella sceneggiatura. L’elenco delle differenze (da quelle grandi come la completa rimozione di Nausicaa, Alcinoo e l’intera corte dei Feaci a quelle secondarie come lo scetticismo di Penelope di fronte alla rivelazione di Odisseo o l’aggiunta della lore su Antinoo e Sinone) potrebbe essere vasto e, per certi versi, stimolante. Si preferisce però qui concentrarsi sugli interventi nell’intreccio che più hanno impoverito o alterato, in varia misura, il messaggio originale dell’opera.

Nolan ha scelto di eliminare completamente il personaggio di Laerte, con il quale il figlio, Odisseo, si sarebbe dovuto ricongiungere dopo la sanguinosa riconquista della propria dimora e dopo aver desistito, per intercessione divina, agli originari piani di allargare la vendetta alle famiglie dei proci. Parimenti il regista britannico ha tagliato l’incontro con l’ombra della madre Anticlea, evocata, nella versione originale, insieme a Tiresia e alle altre ombre nell’episodio della nekyia, perdendo forse una bella occasione per aggiungere pathos ad una narrazione che sembra stentare a toccare le corde dell’anima, cosa che invece aveva dimostrato di saper fare, con strazianti scene di commiato familiare, in altre pellicole come Interstellar (2014) o Inception (2010).
Ma Anticlea non è l’unica ombra che l’eroe manca d’incontrare nell’adattamento cinematografico: Nolan omette anche quella di Achille, latore, nel poema, di tale potente messaggio:
Non consolarmi della morte, a Ulisse
Replicava il Pelìde. Io pria torrei
Servir bifolco per mercede, a cui
Scarso e vil cibo difendesse i giorni,
Che del Mondo defunto l’imperio.
Achille avrebbe preferito essere il più umile tra i vivi che il più nobile tra i morti. Nolan con quest’ellissi e con quella del rifiuto di Odisseo alle profferte di immortalità avanzate ad Ogigia dalla ninfa Calipso, ha dunque scelto di rinunciare ad una tematica, potremmo dire tolkeniana: quella della rinuncia all’immortalità e del valore intrinseco dell’esperibilità, tematica che avrebbe potuto dire molto anche allo spettatore moderno.
Quali anime incontra dunque Odisseo nella terra dei Cimmeri insieme a quella di Tiresia, se non quelle di Anticlea e Achille? Presto detto: i suoi compagni morti, iracondi e bramanti vendetta nei suoi confronti per non essere stati degnamente sepolti. È questa dei compagni come vittime del loro stesso Re una costante per tutto il film. Essi sono i capri espiatori dei suoi errori (come con la freccia avventatamente scoccata contro Polifemo, episodio spurio, non presente nell’originale), quando invece dovrebbe essere il contrario. Nel poema sono proprio i compagni ad essere una sventura per Odisseo: sono essi a inebriarsi del dolce oblio regalato dai fiori di loto, sono essi a scoperchiare l’otre dei venti quando Itaca era ormai in vista, sono essi a mangiare le vacche sacre al titano Elio a Trinacria (episodio quest’ultimo unico superstite nello spietato taglio registico).

Nolan muta financo il finale e non solo eliminando Laerte. Se Omero tramite la prolessi di Tiresia aveva accennato all’incapacità di Odisseo a fermarsi e al fatto che sarebbe infine nuovamente partito, verso Ovest, con un remo sulle spalle, Nolan invece mostra la partenza di Odisseo che lascia la sua Gotham/Itaca come un Batman in compagnia della sua Catwoman/Penelope, non spinto da curiosità ma a voler significare che qualcosa si è rotto, che la generazione di Odisseo (la nostra) ha fallito, che il testimone deve essere passato.
Ma, si diceva all’inizio, di tutto ciò non ci si deve stupire, né tantomeno scandalizzare. Tutte queste variazioni sono in fondo derubricabili a scelte autoriali. La rilettura personale di Nolan di alcuni episodi, come il body horror alla Cronenberg nell’episodio della maga Circe e della metamorfosi in maiali, o come la disturbante rappresentazione del ciclope, funziona e rende il film godibile, pur con evidenti deformazioni ideologiche di fondo. Pur con la buona volontà di non indulgere alla malizia è difficile non scorgere in Circe la vittima designata del patriarcato, incastrata nel proprio ruolo di acritica vendicatrice, o di vedere nella rappresentazione di Polifemo come creatura ottusa, ferale ma non malvagia, l’occasione per rimarcare, piuttosto didascalicamente, come i veri malvagi siano Odisseo e i suoi compagni, come i veri malvagi siamo noi, i ‘colonizzatori’, superbi al punto da non chiedersi nemmeno se la creatura sia dotata del dono della parola.
Le vicende sono note, le variazioni possono piacere o meno, ma il film, complice anche un’eccellente fotografia e superbe prove attoriali, pur a fronte di un ingente minutaggio, resta godibile e non annoia mai. Il problema non risiedo però appunto nello spazio dedicato alle vicende, non è nella puntualità della trasposizione, è bensì nel sotterraneo (e consapevole) sovvertimento della natura stessa dell’opera. Tutti noi siamo abituati sin dalle scuole primarie ad associare Odisseo alla sete di conoscenza, all’indomita curiosità, complice anche la celeberrima terzina vergata dal Poeta (che pure mai ebbe occasione di leggere il testo omerico):
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e canoscenza.
Tutti noi, sin dalla più tenera età, leggendo o sentendo raccontare delle peregrinazioni di Odisseo attraverso il Mediterraneo, ci siamo chiesti se egli in fondo volesse veramente tornare ad Itaca. Perché si attarda tanto (un intero anno) ad Ea presso Circe? Perché ne trascorre sette (pur, beninteso, struggendosi per la moglie Penelope) ad Ogigia con Calipso? Queste domande rimangono insolute e sono parte integrante dell’affascinante contradditorietà, caratteristica prima dell’eroe polytropos (dal multiforme ingegno) per eccellenza. L’Odisseo omerico vuole sì tornare – il tema del nostos, del ritorno, è centrale – rinuncia sì alle promesse di immortalità per invecchiare con la moglie (come Arwen con Aragron, come Lúthien con Beren), ma è al contempo assetato di conoscenza, mai sazio di esperienze, come l’episodio delle Sirene ben esemplifica. L’ambiguità permane anche in Nolan ma è traslata su un elemento estraneo alla sensibilità omerica e del tutto anacronistico. L’Odisseo hollywoodiano tentenna ma non per il piacere della scoperta, bensì per il senso di colpa, vero protagonista della pellicola di Nolan. L’eroe ha paura di non poter tornare a casa, sa di aver valicato un limite con l’inganno del cavallo, sa di aver perso, con tutti gli Achei, la propria umanità sulle spiagge di Troia. Teme di non meritare una casa. Sa di non meritarla, ed è impossibile non notare, a tal riguardo, la completa sovrapponibilità con la nota massima del filosofo francofortese neomarxista Theodor Adorno:
La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie [la calata dei “popoli del mare”, nel film]: scrivere una poesia dopo Auschwitz [dopo Troia] è un atto di barbarie […]
Avendo letto la scuola di Francoforte e in preda ad un puerile irenismo, Nolan, ha voluto negare l’essenza della dialettica Amico-Nemico: la sua è una rimozione postmoderna del concetto di Nemico di civiltà, operazione rea di eclissare uno dei messaggi più potenti e imperituri della poesia omerica (maggiormente presente nell’Iliade), vale a dire l’importanza di riconoscere se stessi nel Nemico, ma non per ciò confonderlo quale Amico. Combattere il Nemico in quanto tale, pur tenendo a mente che se anche oggi vinceremo saremo noi un domani a soccombere.
L’Odisseo di Matt Damon è la continuazione del Robert Oppenheimer di Cillian Murphy, i due film sono una sorta di dilogia nolaniana sul senso di colpa. Nolan ha fatto di Odisseo un personaggio moderno, ha barattato la sete di conoscenza per il senso di colpa, incarnato dal personaggio interpretato da Zendaya: Atena. Nel poema la Dea della saggezza è costantemente al fianco del suo protetto, lo consiglia, lo aiuta (ad esempio mutandogli i connotati fisiognomici una volta giunto ad Itaca) e intercede per lui presso gli altri dèi. Gli dèi nell’Odissea sono ovunque: è Hermes a salvare Odisseo dalla magia di Circe, Eolo a donargli i venti, Poseidone a scuotere i mari, e così via. Nella versione di Nolan invece gli dèi sono chirurgicamente asportati, sono presenti come nomi a cui appellarsi per ottenere ospitalità, financo la presenza di Atena appare poco spiegata, se non con qualche fotogramma che mostra Zendaya nei panni di una troiana che Odisseo vede uccidere, a voler alludere che la divinità altro non sia che la proiezione dei sensi di colpa del protagonista. Il Sacro è completamente espunto dall’opera, Nolan l’ha voluta laicizzare e desacralizzare, disinnescandone il grande messaggio dalla potenziale attualità: quello della maturità del lasciarsi attraversare dagli dèi, della forza di assumere il proprio ruolo nel disegno divino.
L’unica scena che sembra superficialmente sfondare la bolla hollywoodiana per entrare in contatto con l’essenza omerica, è quella in cui Odisseo, salpato da Ogigia con la zattera improvvisata, decide di abbandonarsi ai flutti, di affidarsi agli dèi, al proprio destino. A ben vedere però è anche questo un passaggio ben poco omerico, Odisseo non ha realizzato la necessità di rendersi permeabile a forze più grandi di lui, semplicemente si sta punendo per ciò che ha fatto a Troia (e ai propri compagni), non ha caso ha appena concluso il proprio racconto a Calipso.
Nolan rinuncia dunque alla potenza dell’opera, la disinnesca, evita il confronto con una realtà altra, imbevuta di Sacro, e per di più compie un’azione subdola: con un prodotto dall’innegabile qualità artistica rischia di aver riscritto, nelle coscienze di intere generazioni, nella memoria collettiva, il significato del peregrinare di Odisseo. Lo spettatore medio, pago di quanto visto a schermo, difficilmente avvertirà lo stimolo di approfondire e di entrare in contatto con l’opera originale, il cui significato profondo rischia di andare inevitabilmente perduto, sovrascritto con quanto visto al cinema.
Con la sua Odissea immanentizzata Nolan ha perso tante occasioni e ci ha in definitiva consegnato l’ennesimo prodotto latore di un messaggio postmoderno, con in aggiunta il concreto rischio di farci dimenticare il punto di partenza (che è anche il punto di partenza della nostra civiltà), un messaggio teso a farci vergognare di quello che siamo: dei distruttori e dei colonizzatori.
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