Ispirazioni corporative. L’alternativa è ancora possibile.

da Rodolfo Sideri

Già nel 1936, Lucien Febvre definiva il corporativismo un fatras, ovvero un guazzabuglio di idee, di difficile definizione storiografica. Per di più con una lunga storia: è nato infatti in ambienti cattolici che prendevano spunto dalla Rerum novarum per proporre una collaborazione tra componente datoriale e quella lavoratrice e superare il conflitto di classe, stella cometa della concezione meccanicistica e disarmonica del nuovo pensiero rosso. Almeno se vogliamo considerare solo la concezione corporativistica moderna, senza quindi risalire ai collegia romani.

Tuttavia, è solo dopo la Grande Guerra che il corporativismo diventa un fenomeno mondiale che segnala l’esigenza, che poi il fascismo farà propria, di rimodellare le forme della rappresentanza secondo paradigmi più adatti alle mutate esigenze sociali, politiche ed economiche della modernità industriale. Nella società di massa che nel primo conflitto mondiale trova la sua icastica raffigurazione, non era più pensabile la formula democratico-rappresentativa che mandava nei Parlamenti per lo più avvocati capaci solo di aggirarsi come legulei nell’intreccio delle formule politico-istituzionali. Nella società di massa doveva fare il suo ingresso il lavoro, come momento non solo di realizzazione individuale bensì, e soprattutto, come servizio prestato alla collettività. La formula corporativistica forniva lo spunto per introdurre nella gestione dello Stato la competenza, la funzionalità nelle decisioni, ma anche una visione organicistica della società, sottratta al meccanicismo materialistico dei socialisti e dei comunisti. Non a caso, tanto il mondo romano, quanto il cattolicesimo e il fascismo, esprimevano tutti quella concezione comunitaristica ben rappresentata dall’apologo di Menenio Agrippa rivolto alle masse romane secessioniste e scioperanti.

La storiografia degli ultimi vent’anni del Novecento è giunta a concepire il corporativismo non come un’ideologia esatta e precisa e con principii ben definiti, bensì come uno spazio molteplice delimitato da due estremi: il corporativismo societario o pluralistico in cui il potere è diffuso e delocalizzato presso gruppi corporativi investiti dell’autorità di gestire il sistema politico, e il corporativismo autoritario dove lo Stato – o comunque l’autorità suprema – funziona come arbitro di corporazioni istituzionalizzate alle quali delega una parte di potere decisionale.

Se il secondo modello era quello prescelto dal fascismo, pure è indubbio che tra fascismo e corporativismo non esiste un rapporto causale, in quanto il regime rielaborò argomenti di organizzazione statuale già presenti nella cultura europea. Non a caso, durante il Ventennio, non furono pochi gli intellettuali di Mussolini che rifiutavano la ristrutturazione sociale secondo il paradigma corporativistico, vuoi per il rifiuto dell’elemento lavoro come centrale – Evola – vuoi perché il corporativismo introduceva una piegatura economicistica nella rivoluzione spirituale del fascismo – Ercole – vuoi perché il fascismo non lo si voleva confondere con formule cattoliche e si sottolineava sempre che il fascismo non era corporativista, ma che il corporativismo era fascista (…)

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