«L’economia è il nostro destino?» Ce lo ripetono da decenni: mentre privatizzano le aziende di Stato, mentre l’apertura al mercato globale impoverisce l’economia reale. Precarizzano il lavoro, erodono i risparmi delle famiglie uno shock finanziario alla volta. Le filiali delle banche spariscono dal territorio, arroccandosi nella loro fortezza digitale. E intanto la ricchezza globale si concentra nelle mani di pochi. Quei pochi per conto dei quali sicari in giacca e cravatta portano avanti le riforme ‘lacrime e sangue’ che di volta in volta ci chiede il ‘Mercato’, ‘l’Europa’ o qualche altra venerabile entità.
Ebbene, se questa economia è il nostro destino, se il dominio della finanza predatrice, il capitalismo della sorveglianza e l’ideologia del debito sono l’ineluttabile lido verso cui navighiamo, allora è proprio vero che «una civiltà declina quando perde il senso del proprio destino», come diceva Oswald Spengler. Perché passando da venerare Dio a innalzare templi al denaro, questa civilizzazione ha finito per edificare un sistema in cui l’economia ha inghiottito non solo la politica, ma anche il lavoro, la comunità, le relazioni umane.
Come ogni costruzione meccanica, tuttavia, anche questa ha un inizio e una fine. Eccoci arrivati al punto in cui l’ingranaggio, logorato, lascia intravedere le sue fratture, mostrando ciò che per decenni si è preferito non vedere: l’economia contemporanea non è un campo neutro né un fenomeno naturale. È, nella sua essenza, un dispositivo di potere.
Questa menzogna fondativa è il vero asse della modernità. Se l’economia è trattata come un mero fatto tecnico, è impedito di dare giudizi di valore su di essa. Ogni conseguenza, anche la più odiosa, dei meccanismi del mercato è lecita. È così che intere generazioni sono state convinte che ‘proprietà’ e ‘capitale’ fossero la stessa cosa, che il debito fosse un destino, che una smisurata ricchezza concentrata nelle mani di pochi fosse un fenomeno naturale. Sono i frutti avvelenati del marxismo che ancora rendono tossico il dibattito: demonizzare la ‘proprietà reale’ – quella che nasce dal lavoro e dalla terra – lasciando campo libero alla ‘proprietà astratta’ del capitale, che non crea nulla ma tutto assorbe.

Così, gli utili idioti del sistema periodicamente tirano fuori lo spauracchio di una imposta patrimoniale per colpire la proprietà delle famiglie, vista come un male in sé. Quando invece una più attenta riflessione suggerirebbe di interrogarsi sulla ‘funzione sociale’ che la proprietà può rivestire, se depurata dall’individualismo.
Di questa confusione il mondo in cui viviamo si è abbeverato: un mondo che produce ricchezza come mai nella storia, ma che genera allo stesso tempo la più grande sperequazione mai registrata. Un mondo in cui l’impresa umana è incatenata al debito, dove tutto si noleggia e nulla si possiede, dove la vita stessa diventa un mutuo perpetuo. Dove anche fare benzina è diventato un lusso, in una crisi che vede le grandi aziende sempre sulla cresta dell’onda. Si vive, in una parola, di precarietà.
È allora evidente che il tema non è solo tecnico. Già nella prima metà del novecento, Ezra Pound proponeva un’altra economia, che avesse al centro non il mercato, ma il tempio, che è sacro perché non è in vendita. Solo una società che ha al centro qualcosa di non negoziabile, non suscettibile di baratto o di valutazione economica, può valorizzare la proprietà bandendone gli abusi. Usura, dice il poeta americano con versi di inarrivabile bellezza, non è solo un vizio economico, ma una degenerazione spirituale. Usura trasforma l’uomo in materia, il lavoro in merce, la Terra in risorsa da sfruttare fino all’esaurimento. A quei tempi era ancora lontana la globalizzazione, fenomeno che avrebbe poi posto il sigillo sulla «fine della storia» . O almeno secondo alcuni.
Invece, qualcosa è andato storto: la globalizzazione ha fallito e creato macerie, fatte di desertificazione commerciale, sradicamento di «masse impoverite, ingannate dall’astuzia di chi ha fatto del mercato la sua unica giustizia».
Era una storia già scritta, checché ne dica Fukuyama, di un fenomeno contro natura: non puoi sostituire la comunità con l’individuo, la produzione con la speculazione, la Terra con il flusso.
E quando una civiltà nega la realtà, la realtà presenta il conto, anche se l’Occidente dei ‘Signori di Davos’ tenta in ogni modo di mantenere il proprio dominio attraverso uno stato emergenziale permanente, guerre infinite e controllo digitale (occhio alla moneta digitale…), sacrificando tutto sull’altare della finanza: sovranità, lavoro, comunità, perfino la demografia.
In questo vuoto riemerge ciò che la modernità aveva tentato di cancellare: la prossimità. Parlare di economia di prossimità non è folklore: è gesto insorgente. La bottega, la filiera corta, il quartiere, la relazione diretta sono cellule di una ‘patria concreta’, non nostalgie da cartolina. La prossimità non è un gesto romantico, ma un atto politico. Ogni acquisto locale è una forma di un contro-potere. Ogni artigiano che resiste è un presidio di libertà. Ogni filiera corta è un atto di sovranità.
Se da un lato, Il capitalismo globale ha bisogno di individui isolati, intercambiabili, sradicati, apolidi, dall’altro, l’economia di prossimità genera invece responsabilità, radicamento, reciprocità, identità. Per questo motivo, come l’Idra del mito greco, il sistema tenta di inglobarla, trasformarla in marketing, in un prodotto di tendenza per radical-chic, provando a neutralizzarla.
Se dunque l’economia di prossimità è un atto concreto di contropotere, che fuoriesce dallo schema liberista, c’è spazio per una visione alternativa dell’economia, aldilà del capitalismo e del socialismo? In questo senso, l’idea corporativa non deve essere un oggetto da museo, ma può rappresentare uno stimolo – forse l’ultimo – per costruire un’economia organica, dove il lavoro non sia merce e la comunità sia valorizzata.
Iniziative editoriali, commerciali, reti di artigiani, agricoltori e associazioni che promuovono il territorio: tutto è utile. Ma ciò che serve, soprattutto, è la consapevolezza che ogni acquisto, ogni decisione che modella il proprio stile di vita è una scelta di campo. Come abbiamo rilevato nel precedente numero di Fuoco, l’egemonia attuale è essenzialmente economico-finanziaria. La risposta, allora, non può essere solo ideale, ma deve camminare sulle gambe di iniziative concrete, radicate sul territorio e sostenibili economicamente.
E allora, «finché la banca va», cavalcando le onde di crisi ed emergenze, lasciamola andare. Nel frattempo, costruiamo una «solida casa di pietra squadrata e liscia», su cui i flutti si infrangeranno, che possa rappresentare al tempo stesso un presidio e un avamposto di un modo di vivere, come persone e comunità, e di fare economia veramente alternativo alla precarietà a cui il sistema finanziario vorrebbe condannarci.
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