Thomas Fazi, nel suo ultimo libro La macchina della propaganda europea (Guerini e associati, 2026) Lei esplora il ‘soft power’ esercitato dall’Unione europea anche attraverso finanziamenti ai media.
Si tratta di sovvenzioni dirette a tutti o soltanto a chi recita un certo copione?
La risposta è inequivocabile: soltanto chi recita un determinato copione. Il programma più emblematico è l’IMREG (Misure di informazione sulla politica di coesione UE), attraverso cui la Commissione ha convogliato circa 40 milioni di euro dal 2017 a oggi verso organi di informazione, emittenti pubbliche e agenzie di stampa europee per produrre migliaia di articoli, servizi radiofonici e trasmissioni televisive destinati a «aumentare la consapevolezza dei benefici della politica di coesione tra i cittadini». Progetti nei quali, come mostro nel libro, figurano anche alcune delle principali testate italiane, tra cui Il Sole 24 Ore e la Repubblica, spesso senza alcuna indicazione al lettore del finanziamento europeo ricevuto: una forma di marketing occulto che, data la natura politica del tema, è più corretto definire propaganda occulta.
Ma l’IMREG è solo la punta dell’iceberg. Il programma Journalism Partnerships ha erogato quasi 50 milioni di euro tra il 2021 e il 2025 per progetti che promuovono esplicitamente narrazioni pro-UE, inclusa la «promozione dell’integrazione europea» e il «contrasto ai movimenti nazionali estremisti». Euronews ha ricevuto oltre 20 milioni di euro all’anno dalla Commissione nell’ultimo decennio. Le agenzie di stampa — snodi cruciali dell’ecosistema mediatico, i cui contenuti si propagano a cascata su centinaia di testate — ricevono fondi UE e contemporaneamente partecipano a reti promosse da Bruxelles per «combattere la disinformazione», sfumando ulteriormente il confine tra giornalismo e propaganda istituzionale.

Ci dica di più.
Formalmente questi programmi dichiarano di voler promuovere la «libertà e pluralismo dei media» o «contrastare la disinformazione». Dietro questi slogan si cela però un obiettivo strategico chiaro: orientare il dibattito pubblico, marginalizzare le voci dissenzienti e promuovere l’integrazione europea. Il risultato, come mostro nel libro, è che i media beneficiari tendono sistematicamente a edulcorare le critiche e ad accompagnare la narrazione ufficiale di Bruxelles. Non necessariamente per interferenza editoriale diretta: è la dipendenza strutturale dalle sovvenzioni a produrre un effetto di autocensura e allineamento narrativo altrettanto efficace.
Molti utenti dell’informazione hanno ormai colto la mancanza di imparzialità dei ‘professionisti dell’informazione’ e la domanda si sta spostando verso influencer, creator, podcast e piattaforme social. Quanto sono attendibili però questi canali? Non rischiano di rappresentare l’altra faccia della medaglia?
Che internet e i social media abbiano dato vita a un giornalismo realmente indipendente e dal basso — in molti casi più veritiero e affidabile di quello dei media tradizionali — mi pare un fatto innegabile e positivo, soprattutto in un contesto in cui il giornalismo ‘ufficiale’ ha smesso da tempo di fare il proprio mestiere. Il problema principale che vedo in questo nuovo mercato dell’informazione è di carattere epistemologico e politico insieme: esso favorisce un ecosistema individuale e non collettivo. Il singolo può cercare di costruirsi una propria visione del mondo — più o meno corretta — ma ciò che manca è un orizzonte di senso condiviso all’interno del quale trasformare la consapevolezza individuale in azione politica collettiva.
Nella sua ricerca ha trovato anche forme di finanziamento europeo rivolte a questi nuovi attori mediatici?
Più che tentativi di cooptazione diretta di questi nuovi soggetti, ciò che la mia ricerca ha evidenziato è il tentativo sistematico da parte di Bruxelles di controllare l’informazione che transita sui social attraverso campagne e progetti ‘anti-disinformazione’ e ‘fact-checking‘ che sono in realtà orientati a censurare le voci scomode.
Lo strumento principale è l’European Digital Media Observatory (EDMO), a cui la Commissione ha destinato almeno 27 milioni di euro dal 2020, e che riunisce fact-checker, ricercatori accademici e organizzazioni mediatiche con l’obiettivo dichiarato di «combattere la disinformazione». In realtà, come mostro nel libro, molti dei progetti finanziati in questo ambito si rivelano orientati più a perimetrare il dibattito pubblico e a rafforzare le narrazioni dominanti che a promuovere un’informazione corretta. L’esempio paradigmatico è il progetto Factchecking: Strategy for Eastern European Media Resilience, presentato come risposta alla ‘guerra ibrida del Cremlino’, ma che di fatto utilizza il linguaggio della disinformazione per screditare qualsiasi prospettiva critica rispetto alla posizione UE-NATO sul conflitto russo-ucraino. Il Digital Services Act (DSA) va letto nella medesima chiave: non come strumento di tutela degli utenti, ma come architettura di governance dell’informazione digitale funzionale agli interessi dell’establishment.
In fondo, riportare una notizia rappresenta quasi sempre una narrazione, e le narrazioni sottendono punti di vista. Un organo di informazione ha spesso bisogno di finanziatori, che esprimono a loro volta dei punti di vista. Un’informazione libera e imparziale è dunque possibile, o rimane un’utopia?
Nel contesto attuale una realtà mediatica può dirsi realmente indipendente solo se sostenuta dai propri lettori o utenti. Ma anche questo modello presenta limiti evidenti, soprattutto in un contesto come quello italiano, in cui il bacino di riferimento rimane per forza di cose limitato rispetto a testate in lingua inglese che possono rivolgersi a un pubblico internazionale. La vera posta in gioco non è tanto l’imparzialità assoluta — che non esiste, né può esistere — quanto la trasparenza: sapere chi finanzia un media è il minimo che un lettore possa pretendere per valutare criticamente le informazioni che riceve. Ed è esattamente questa trasparenza che il sistema descritto nel libro sistematicamente occulta.
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