Algoritmocrazia economica: chi decide davvero dove finiscono i tuoi soldi?

da Roberto Asse

C’era una volta il capitalismo; almeno quello raccontato nei manuali.
L’investitore studiava un’azienda, ne valutava i bilanci, osservava il mercato, stimava i rischi e infine decideva se acquistare oppure no una quota di quella società. Era una scelta.
Più o meno razionale, più o meno informata, ma pur sempre una scelta.
Oggi quel mondo sta scomparendo. Mentre milioni di persone continuano a credere di investire secondo logiche individuali, una parte crescente del capitale globale si muove ormai attraverso meccanismi automatici, impersonali e spesso invisibili.

La possibile quotazione di SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk, rappresenta forse il caso più emblematico di questa trasformazione. Secondo le indiscrezioni circolate sui mercati finanziari, la società potrebbe essere valutata fino a 1,75 trilioni di dollari, una cifra che la collocherebbe immediatamente tra le aziende più grandi del pianeta. Alcuni osservatori parlano già della più grande quotazione della storia moderna.

Naturalmente il dibattito pubblico si è concentrato sulla domanda più superficiale:
SpaceX vale davvero così tanto? È una questione interessante, ma forse non è quella decisiva. La domanda più importante è un’altra: chi sarà costretto a comprare SpaceX?

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Il capitalismo senza investitori
Negli ultimi vent’anni migliaia di miliardi di dollari sono confluiti nei fondi passivi e negli ETF. La promessa era semplice: niente gestori superstar, niente scommesse speculative, niente selezione dei titoli.
Basta comprare un indice. L’indice farà il resto. Per milioni di risparmiatori questa scelta è diventata quasi automatica. Ogni mese una parte dello stipendio finisce in un fondo che replica il Nasdaq, l’S&P 500 o altri grandi indici globali.
Il problema è che, nel momento in cui il denaro entra in questi strumenti, la decisione su dove investirlo viene delegata a regole prestabilite. Non conta più se un’azienda sia sopravvalutata, sottovalutata, prudente o spericolata. Conta soprattutto la sua dimensione. Più cresce, più pesa negli indici, più denaro riceve; è una sorta di circuito autoalimentato.

La domanda artificiale
Se una società entra in un grande indice azionario, migliaia di fondi sono obbligati ad acquistarla. Non perché la ritengano conveniente o perché abbiano studiato il suo modello di business, ma perché il regolamento lo impone.
La domanda non nasce da una valutazione, nasce da una procedura.
Da mesi si discute della possibilità che il colosso di Musk possa entrare molto rapidamente nei principali indici azionari americani dopo la quotazione. Il Nasdaq ha già adottato regole che consentono alle mega-IPO di accedere all’indice con tempistiche estremamente rapide, mentre il dibattito ha coinvolto anche l’S&P 500, che ha però deciso di mantenere criteri più rigidi.
Tradotto in termini concreti: milioni di persone potrebbero diventare azioniste di SpaceX senza aver mai scelto consapevolmente di acquistare SpaceX; lo farebbero semplicemente perché possiedono un ETF.

Chi controlla gli indici?
Quando sentiamo parlare di Nasdaq o S&P 500 immaginiamo entità neutre, quasi tecniche.
In realtà gli indici sono costruzioni umane. Esistono regole, comitati, criteri di inclusione, e soprattutto esistono enormi interessi economici.
Una società da oltre un trilione di dollari genera volumi di scambio, commissioni, affari giganteschi. Questo non significa che vi sia necessariamente corruzione o manipolazione. Significa però che gli incentivi non sono sempre perfettamente allineati con quelli del piccolo risparmiatore.
Eppure è proprio il piccolo risparmiatore che viene spesso rassicurato con formule apparentemente innocue: “Investi passivamente. Non devi fare nulla”.
Ma cosa accade quando non fare nulla significa lasciare che altri decidano tutto?

La nuova aristocrazia algoritmica
Per secoli la politica ha gradualmente abbandonato quelle forme di governo che vedevano nella Qualità e nelle Virtù i valori fondanti di una comunità per liberarsi del fardello della responsabilità in favore di forme di governo via via sempre più individualistiche, quantitative e materialiste: dai regni, gli imperi e le aristocrazie dello Spirito, al parlamentarismo, il governo delle masse e delle élite economiche.
Oggi emerge una nuova forma di potere. Non è rappresentata da un sovrano o da un partito, ma da una serie di procedure automatiche che indirizzano enormi quantità di capitale.
Il logico e naturale approdo della deriva catagogica della società contemporanea.
L’algoritmo non governa soltanto i social network; comincia a governare anche i flussi finanziari, e quando una società diventa abbastanza grande da entrare nel circuito degli acquisti automatici, acquisisce una forza che va oltre il semplice giudizio del mercato.
È il passaggio da un capitalismo della scelta a un capitalismo dell’inclusione. Non conta più convincere gli investitori. Conta entrare nel meccanismo.

Il prezzo della comodità
La gestione passiva ha indubbi vantaggi: costa meno, è semplice, ha spesso battuto molti gestori professionali; ma ogni comodità ha un prezzo.
Nel momento in cui deleghiamo integralmente le nostre decisioni a un indice, rinunciamo anche a comprendere cosa stiamo realmente finanziando.
Forse il vero interrogativo che la vicenda SpaceX pone non riguarda Elon Musk, riguarda noi. Sappiamo davvero dove finiscono i nostri soldi?
Oppure abbiamo semplicemente accettato che qualcuno – o qualcosa – scelga al posto nostro?
Perché il potere più efficace non è quello che impone.
È quello che rende superflua la scelta.

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