Verso il centro: una ricerca tra scienza e tradizione

da Kenan Digrazia

«Cerco un centro di gravità permanente», cantava il compianto Franco Battiato un freddo ottobre del 1981, un brano il cui testo scanzonato e allegro nascondeva colti riferimenti al mistico Gurdjieff. Sembra che ogni conoscitore di religioni, tradizione o epistemologia abbia approcciato, almeno una volta nella vita, il simbolismo del Centro qual bisogno e archetipo dell’orientazione umana. Chiariamo subito che intendiamo il termine archetipo nella sua accezione primitiva, senza alcuna successiva caratterizzazione jungiana, semplicemente nel senso di modello esemplare.

L’orientamento si configura come l’attitudine a determinare la posizione e il movimento di un oggetto, di una persona o della società in rapporto a un punto di riferimento, che è sempre assolutamente necessario nelle culture più sviluppate come in quelle più arcaiche, dalla Metafisica all’alpinismo – e non sono forse due facce della stessa medaglia?

Banner Fuoco 21 Radical shit

La Fisica moderna, frutto della mentalità moderna, crede di essersi finalmente sbarazzata del concetto di sistema di riferimento assoluto, eppure puntualmente non può fare a meno di riproporre una qualche grandezza costante, un asse sul quale imperniare il suo edificio. Il Novecento ha fatto sparire definitivamente il plurimillenario etere, già indiano prima d’essere aristotelico, ma ecco rendersi subito necessaria l’introduzione della cosiddetta energia oscura, che permeerebbe l’intero cosmo. Oscura, appunto, per gli occhi di chi non vuol più vedere la Luce trasportata dall’etere.

Se lo spazio non è più assoluto, perché tornare a parlare di costante cosmologica e di espansione delle galassie? Espansione rispetto a cosa? Perché ciò che non ha più forma sferica né centro dovrebbe ancora espandersi? O perché c’è ancora bisogno, per far quadrare i fatti con la teoria, di postulare che la velocità della luce è costante nel vuoto e la massima raggiungibile?

Il problema sta nell’impossibilità tutta moderna di riconoscere che l’abbattimento delle cosiddette “vecchie vestigia” lascia inevitabilmente un vuoto nella spiegazione della Realtà, un vuoto di senso che non si accorda con le osservazioni e che, quindi, deve essere colmato da nuovi concetti che sostituiscano inevitabilmente i precedenti, seppur travestiti sotto l’abito del “relativo” per non disturbare il dogma liquido dell’uomo moderno. Questo accade perché la mente umana, per propria costituzione, non può accettare una menzogna, e non è questione di volontà. Per accettare un’informazione, l’uomo deve sempre crederla vera. Ciò che è falso deve dunque essere presentato come verità per essere accettato. (…)

VUOI CONTINUARE A LEGGERE QUESTO ARTICOLO?
ACQUISTA O ABBONATI ALLA RIVISTA:

Ti potrebbe piacere anche

Lascia un Commento