La nazione nel pensiero di Antonio Sardinha e di José Antonio Primo De Rivera

da Emanuele Ennio Quattrini

La lirica dei belvederi e dei giardini di Arcadia innesta nei nostri cuori l’immagine di una nazione ridotta alle lingue e alla vita naturale delle genti che coabitano nei suoi lembi di terra – fertile e laboriosa – senza alcun legame a unirle: spezzate nella loro piccola realtà. È senz’altro una visione romantica; ma il fascino ingenuo che può suscitare nelle anime, non si distingue affatto dall’interesse che si prova nell’osservare la farfalla che vola, che vive, e che presto perirà senza aver lasciato alcuna traccia di sé.
È il fascino delle carte che, gettate nei bagliori del camino, bruciano tra i suoi tizzoni senza raccontare – nella storia della vita – il contenuto, forse prezioso, racchiuso in loro: è il potenziale di un popolo che diviene cenere, perché rimane in balia dell’ombra rassicurante del cipresso dietro cui si è rifugiato, e che si nutrirà di tutte le sue generazioni.

Quando le vite si susseguono vane e senza slancio, con l’unico scopo di rinverdire, infine, i rami dell’albero cimiteriale, allora il fiore profumato della nazione non può dirsi sbocciato. Tale è la nozione elementare che unisce, con un unico filo, il pensiero di due uomini che – nonostante la  grandezza morale che li accomuna – non poté mai trovare una sintesi reale a causa del corso imperscrutabile del destino. Il riferimento, duplice in questa occasione, è ad Antonio Sardinha, tra i fondatori più vitali dell’Integralismo Lusitano, e José Antonio Primo De Rivera, padre della Falange Spagnola. Due movimenti – i loro – che sorti dal patrimonio storico della medesima penisola, avviarono l’opera controrivoluzionaria di rettifica del senso politico. Si ravvivò cioè la Politica nella sua accezione più nobile, vale a dire l’attuazione della filosofia quale retroterra di un’unica e indissolubile verità ontologica sulla concretezza contingente della comunità organizzata. Le fondamenta di tale rettifica dovettero così scontrarsi contro il senso politico sorto dalla degenerazione intellettualista della filosofia, intesa non più nella sua fisionomia originale di scienza della verità, macome il conciliabolo degli sterilismi metafisici e del relativismo al potere.  

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Dilagando presto nei salotti di Gran Bretagna e d’Europa, tale deviazione della filosofia divenne il mezzo essenziale della rivoluzione invisibile che si sarebbe manifestata prima nel Terrore e poi nel Bonapartismo. Eredi di una tradizione spezzata, i due ispanici cercarono di ricongiungerne i pezzi, e per farlo occorse la ridefinizione di ogni certezza – avvelenata oramai dall’azione dissolutrice di quel germe che porta il nome di individualismo. Grazie alla virtù di chi è venuto prima di noi, possiamo rispondere alle stesse domande essenziali sui fondamenti dell’esistenza e della comunità organizzata: cos’è la nazione? Abbiamo finora compreso che non si tratta di una entità naturale, ovvero che l’unità nazionale non si può giustificare in alcun elemento naturale: non è il canto della massaia né il sudore del rurale.

Purtuttavia, sia nella melodia accorata che nella presa salda del pugno virile sul falcetto, si costituisce un’unità; la quale, però, non può ancora dirsi nazionale – è l’unità famigliare e agraria, la cellula fondamentale della nazione. Facciamo un passo oltre. Qual è l’essenza della nazione? Cosa unisce un popolo, cioè l’insieme delle unità famigliari proiettate su uno stesso territorio – di per sé frammentate – attorno all’idea di un’unità integrale? È ciò che Sardinha definisce il principio della nazionalità inteso come senso di una differenza, e che Primo De Rivera chiama unità di destino nell’universale. Le due definizioni sono il frutto di una stessa intuizione, la quale si radica in quella cellula fondamentale che è il cuore della nazione: la famiglia. L’unità famigliare sussiste quando si riflette e si radica nella solidità di un territorio; ma, di per sé, ciò non basta ad elevare la sua esistenza oltre il semplice piano naturalistico – l’istinto primordiale del branco non è cioè sufficiente a investirla di una dignità superiore. Tale investitura, che chiameremo nobilitazione, avviene per via di una illuminazione – cioè come un fatto del tutto spontaneo, da definirsi nel modo seguente.

La nobilitazione famigliare è l’illuminazione conquistata attraverso l’intuito e la presa di coscienza della propria specificità, vale a dire del senso della propria differenza, attraverso il quale la famiglia assume i tratti della dinastia. La dinastia è l’incarnazione di suddetta specificità e differenza, la quale, radicata nel territorio, diviene il fondamento della nazionalità, vale a dire del sentire nazionale, perciò della nazione che è l’unità di destino nell’universale racchiusa nella fisionomia di una famiglia che ha conquistato la propria nobilitazione. Quintessenziando il valore della nazionalità racchiuso nell’anima del popolo, la dinastia lo schiude in sé e lo definisce nei tratti di una missione storica che si chiama Nazione.  Queste sono le giustificazioni imperiture del principio spirituale della Monarchia; della culminazione del senso della distanza e della differenza che investe la famiglia di tutte le famiglie, la quale, assurgendo alla Corona, diviene la reggitrice delle repubbliche che splendono nel suo seno. Ivi ritornano al cuore le parole del martire di Spagna: «Non cerchiamo, dunque, di vedere nella patria solo il ruscello e il cespuglio, la canzone e la gaita: cerchiamo di vedere in essa un destino, un’impresa». Senza la forza mistica dello spirito ogni corpo è in balia della propria insufficienza.

È alla luce di questa verità immortale che Antonio Sardinha e Primo De Rivera compresero l’infruttuosità di una restaurazione monarchica che non fosse in grado di superare la formalità estetica della cerimonia per reinserirsi nella sacralità del Rito – ed è così che l’anima lusitana di Sardinha poté asseverare, nel suo celebre libro In principio era il Verbo: «Non vogliamo nulla dalla repubblica della borghesia, così come non vogliamo nulla dalla monarchia dei plutocrati!».La restaurazione da compiere dev’essere perciò, prima di tutto, spirituale. Essa deve compiersi attraverso la dissezione delle molteplici perversioni culturali che si oppongono al Regno della Tradizione. La caduta della Monarchia dalla sua sacra soglia regale non si riduce alla semplice sostituzione di un Re con un presidente, ma rappresenta il dissolvimento stesso di una visione del mondo plurisecolare. L’esempio della restaurazione borbonica al tramonto dell’avventura napoleonica ci mostra l’inefficacia del mero ritorno al trono di una dinastia esaurita e sclerotizzata, che non conserva più forze per contrapporsi alla creazione centralista dei precetti filosofici, sociologici e laici attorno ai quali l’infezione liberale è potuta germogliare. La civiltà dei cadaveri non può ergersi oltre le mura del regno sepolcrale, poiché la civiltà ha i tratti della creazione e non invece, come oggi si pretende, della costruzione.

Ogni civiltà assume cioè i caratteri della propria specificità, sviluppando in sé stessa il complesso istituzionale più coerente con il proprio genio. Tale verità incontestabile, inscritta nella decentralizzazione amministrativa di ogni realtà imperiale – la cui massima dignità è il fiore di una centralità spirituale – è stata infine schernita dalle teorie filosofiche del secolo XVIII, idolatre arroganti della fede che avrebbe voluto soffocare il senso della civiltà nella rigidità di un codice dogmatico e universale. La pretesa di redigere costituzioni lì dove si condensi la vita politica delle nazioni è il frutto marcio dell’illuminismo, la cui massima aspirazione è di ridurre tutte le relazioni sociali, costituitesi lungo il corso millenario della storia, in una gelida spirale geometrica in fondo a cui striscia avido il verme dei risentimenti più torbidi. Lo stato liberale ci appare così come lo stato della legge umana; ma è proprio in questa sua intrinseca umanità che tale stato non può aspirare all’assoluto professato.

Riponendo la validità e la giustizia delle sue leggi nel processo di suffraggio della volontà popolare, cioè della volontà maggioritaria all’interno del popolo – varrebbe a dire, della sua volontà parziale – il sistema liberale trasforma l’ambizione all’assoluto in una tirannia per la difesa dell’opinione vittoriosa nelle urne del relativismo. Ma «quale apparato di governo, quale sistema di pesi e misure, quali consigli o assemblee possono rimpiazzare l’immagine dell’Eroe fattosi padre, che vigila accanto ad una stella perenne l’affanno e il riposo del suo popolo?» – scrisse il martire di Spagna nell’ottobre del 1933, riferendosi al Capo del Governo dell’Italia di allora. D’altronde è proprio quel sistema di pesi e misure ad attuare la consacrazione totale della suddetta legge umana – proiezione dell’ombra inquieta dei vizi e dei difetti dell’opinione pubblica, la cui ingenua suggestionabilità gonfia le vele degli interessi settari delle nuove e infide oligarchie slanciatesi alla conquista dell’inflessibile spirale dello stato moderno, costituendo il corpo larvale che ne divora le pareti.

È da considerarsi invece preziosa la lezione del maestro lusitano, la quale smentisce integralmente la legittimità di un simile corpo impotente. Affermando che il pensiero politico non debba essere «deduttivo, ma induttivo», cioè sostenuto dall’esperienza, ha rilevato come ogni creazione si delinei dalla continuità con il processo storico nazionale, vale a dire con il proseguimento della propria tradizione specifica. Giacché le istituzioni di un popolo sono il frutto della sua esistenza secolare, la complessità delle relazioni sociali esula dalle regole giuridiche definite nei codici e si realizza nel solco della sua mitologia unificatrice. È ancora la penna del lusitano a chiarificare ogni possibile incomprensione: «Non esiste nella storia universale un popolo grande, forte e prospero, che non sia stato guidato da una religione, un mito, una fede».

Una via si apre davanti ai nostri occhi per la salvezza di ciò che amiamo. È la via della restaurazione. Spetta a noi restaurare il senso della nazionalità, della differenza e della specificità, culminante attraverso il mito nell’unità integrale chiamata Patria. Nell’adempimento della nostra responsabilità, ci faremo guidare dall’insegnamento di questi due maestri che Iddio richiamò a sé ancora nel fiore della loro gioventù. Saremo degni di loro? Dobbiamo esserlo.

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