Giornalismo di trincea. Senza sconti.

da Matteo Carnieletto

«I giornalisti spiegano cose che non capiscono», si dice spesso in redazione per ‘perculare’ – scusate il termine tecnico – quei cronisti che si sentono analisti e che, dall’alto delle loro scrivanie, che li rendono piccoli piccoli, si lanciano in lunghe e incomprensibili articolesse.
Perché il mestiere del cronista, di colui che scarpinava per andare là dove accadevano (o erano accaduti) i fatti, non esiste più.

Oggi, infatti, complici anche i social, è più facile rimanere seduti, senza conoscere i luoghi di cui si parla, l’ideologia o la fede che muovono determinati popoli. E così si scrivono sonore balle. Perché non sempre c’è del dolo. A volte è semplice ignoranza, come dimostra il video dell’onorevole di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli, che, poco dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con tanto di bacchetta, cercava disperatamente l’Egitto sulla cartina, spostandosi sempre più a nord, verso la Turchia, e chiedendo: «Dove sta?».

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Più giù, proprio a sud-ovest – in basso a sinistra, per renderlo comprensibile anche a chi vota Avs – dello Stato ebraico.

Ecco, spesso nelle redazioni accade proprio questo. E lo si comprende leggendo gli articoli che poi vengono pubblicati – e pure dalle proposte che vengono fatte in Parlamento. Ma non solo. Vi ricordate, all’indomani della prima vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane? Poco dopo l’annuncio, Giovanna Botteri disse in diretta tv:

«Mi chiedevo con gli altri colleghi che sono qui che cosa succederà dopo queste elezioni. Che cosa succederà a noi giornalisti? Che cosa succederà alla stampa? Non si è mai visto come in queste elezioni una stampa così compatta e unita contro un candidato. La stampa libera, ma pure giornali tradizionalmente conservatori che avevano appoggiato più volte candidati repubblicani. Evidentemente la stampa non ha più forza e non ha più peso in questa società americana. Evidentemente le cose che sono state scritte non hanno influenzato questo elettorato che ha creduto a Trump».

Ecco spiegata l’‘egemonia del pensiero dominante’. Un pensiero dominante che è trasversale, che occupa molti posti nelle redazioni e che non permette di avere idee alternative – che escono dal comune sentire. Che diventano dei paradossi, termine che deriva dal greco paradoxa: andare contro l’opinione comune (…)

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