Il cinema resta l’arma più forte

da Inquadrature Perfette

La Cavalleria Rusticana, non c’è bisogno di spiegarlo, è pura bellezza rurale, agreste, antica. È campi di grano baciati dal sole, è profumo di agrumi maturi, è una religiosità comunitaria e ancestrale entro cui si vive, si muore, si fatica, si vendica l’onore perduto e si annega la colpa nel sangue. Poche sere fa, invece, eccomi precipitare in un’incommentabile messa in scena gelida, plumbea, metallica, in cui il capolavoro di Mascagni si trovava malamente trapiantato in una sorta di moderna scenografia da ufficio, con Alfio a sbandierare nientemeno che un selfie (!) di Turiddu e Lola come prova dell’avvenuto tradimento. 

Nel foyer, non pochi spettatori erano visibilmente perplessi. «Che bisogno c’era?», la domanda che in molti si facevano. In effetti, chiederselo era più che lecito. Che bisogno c’era di violentare l’opera, distruggendone simboli e basi immaginifiche al punto tale da produrre una totale discrasia fra le parole del libretto e la rappresentazione in corso sul proscenio? Che bisogno c’era di realizzare una Cavalleria Rusticana che tutto era, appunto, tranne che una Cavalleria Rusticana? Nessuno, all’apparenza nessuno.  

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Eppure sì, una ragione in realtà c’è. Triste, infame, ma tragicamente ovvia e naturalmente tragica, riassumibile nell’eterna lezione di Ernst Jünger: «profondo è l’odio che l’animo volgare nutre contro la bellezza». Questo, il nostro contemporaneo pare non riuscire a metabolizzarlo. Pare non volerlo comprendere e accettare, perché comprenderlo e accettarlo significherebbe anche comprendere e accettare la prima e più drammatica delle sue implicazioni: la bellezza non è neutrale e soggettiva, non concepisce il capriccio, ma si regge su criteri oggettivi, su un discrimine inesorabile e fatidico che eternamente separa ciò che è potente, alto e profondo da ciò che è esile, basso e mediocre. Se esiste una bellezza autentica e un animo volgare pronto a lordarla, è meglio evitare di interrogarsi su chi quest’ultimo sia, nell’inconfessabile paura di riconoscervisi.  Così, il cultore del bello, senza più scelte e domande scomode a intralciarlo nel rassicurante comfort dell’abbondanza, è gradualmente diventato fruitore inconsapevole e piccolo-borghese, e il fruitore un abbonato passivo. Un subscriber, come si usa dire nell’incessante anglicismo della network society (…)

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