La recente nuova fase conflittuale nel Vicino e Medio Oriente non può essere letta solo attraverso le lenti della geopolitica classica o della teoria delle relazioni internazionali. Per quanto comunque fondamentali, qui si è di fronte a un evento epocale, e una interpretazione dei fatti almeno ‘filosofica’ o ‘metapolitica’ si rende necessaria. La vittoria di una o dell’altra parte, infatti, segnerà in modo profondo l’evoluzione dell’intero sistema globale.
Il grande giurista tedesco Carl Schmitt, nonostante l’ostracismo al quale venne sottoposto in vita (che ancora influisce su chiunque cerchi di avvicinarsi al suo pensiero), rimane colui che meglio di ogni altro è riuscito a interpretare la ‘Modernità’. Questa, osservava il pensatore di Plettenberg, è il prodotto intrinseco di un ‘cambio di paradigma’. A un paradigma centrale (quello della religione che tutto permeava, dalla politica, alla scienza, fino alle manifestazioni artistiche) si è sostituito un paradigma periferico (quello della tecnica) che, alla pari della religione, ha finito per tutto permeare e trasformarsi esso stesso in mito religioso: l’idea che la tecnica e il progresso continuo avrebbero risolto ogni singolo problema dell’umanità.

Partendo proprio da qui, si potrebbero già individuare le ragioni di fondo che portano l’Occidente a nutrire un simile livello di livore e odio geopolitico nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran. La vittoria di quello che spesso viene definito in modo dispregiativo come ‘khomeinismo’ nel 1979, in realtà, si è imposto come un movimento rivoluzionario nel senso etimologicamente corretto del termine: quello di ritorno a un punto di origine.
Di fatto, l’obiettivo centrale della Rivoluzione Islamica era quello di riportare al centro il paradigma religioso reso periferico dal trionfo della Modernità anche nel mondo islamico. La massima espressione odierna di tale ‘trionfo’, proprio in ambito islamico, può essere ben rappresentato dall’entità finanziaria-commerciale degli Emirati Arabi Uniti: un vero e proprio ‘non luogo’; una società per azioni (senza Nazione) che, agendo per conto degli Stati Uniti e dallo Stato di Israele, è stata capace di compiere disastri nello Yemen, in Sudan, e in Somalia.
Ma è giusto andare per ordine. Un altro filosofo, ebreo di origine tedesca e già aderente all’ideologia sionista, Leo Strauss, ha sottolineato come coltivare la ragione comporti i rischi del nichilismo. In questo senso, la filosofia politica sarebbe giunta alla sua conclusione con Nietzsche, il pensatore della ‘morte di Dio’. La ragione, in altri termini, sarebbe un potere che de-costruisce. E, infatti, avrebbe de-costruito e messo da parte la religione. Tuttavia, Strauss, a differenza di Schmitt, non sottolinea come questo abbia dato vita a nuove ‘forme religiose’ che, parafrasando il metafisico francese René Guénon, in quanto creazioni meramente umane, hanno carattere puramente parodistico. Su tutte, negli ultimi decenni, si è andata affermando una ‘religione laica’ parodistica piuttosto perniciosa: la progressiva sacralizzazione dello Stato di Israele, centrale nell’escatologia messianica della ‘pace israelo-americana’ (…)
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