L’Iran. Islamico e Rivoluzionario

da Matteo Mazzoni

Una corona di spine tortura la coscienza di ogni credente sincero, nel vedere il cosiddetto Occidente, falsamente cristiano e quindi non più cristiano, seminare morte nel mondo. Scriviamo infatti questo articolo mentre Mammona stringe i propri artigli sul corpo nudo della Repubblica Islamica dell’Iran. E tutt’intorno a noi, ominidi festanti ai piedi dell’idolo dorato. 
Eppure, Khomeini tentò di smuovere il nostro orgoglio, richiamandoci alla via dell’onore. Inascoltato.

«Chiediamo al mondo cristiano di salvare sé stesso, perché ciò che queste persone fanno nei grandi Paesi in nome del Messia e i crimini che commettono nel nome del cristianesimo non sono coerenti con lo spirito di Cristo. Tali atti servono solo a disonorare i cristiani in tutto il mondo» (Lettera a Giovanni Paolo II, 1979).

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Gli fece eco Nasrallah, dal bianco Libano, anni e anni dopo, in un suo discorso di auguri per il Natale cristiano: 

«Il Messia di cui leggiamo nel Vangelo e nel Corano; nella sua biografia, nella sua etica, nei suoi valori; il Messia che ritornerà in questo mondo. Di chi sarà il Salvatore? Questo Messia per il cui ritorno vi impegnate, sarà il Messia di chi? Sarà forse il Messia dei tiranni, degli oppressori, dei mistificatori, dei faraoni? Farà ritorno a favore degli assassini selvaggi e criminali, che versano il sangue di milioni di persone con lo scopo di controllare il petrolio, la moneta e i mercati? (…) Oppure, il Gesù che noi conosciamo, e che conoscono i cristiani, sarà il Salvatore degli scalzi, dei deboli, dei poveri, dei bisognosi, degli sfruttati, dei torturati e degli oppressi?»

Silvano Panunzio scrisse che «i cavalieri sono meno settari e più universalisti degli stessi sacerdoti, ai quali spesso non sta a cuore l’unità e il bene delle altre religioni: e non intendono essi che in ciò è una grave minaccia anche alla propria» (Il reincontro cristianità – Islam, in Metapolitica).

Ed è con questo spirito cavalleresco che avremmo dovuto rispondere alla chiamata dell’Altro. Un Altro tanto diverso da noi nella dottrina, quanto invece simile nell’antropologia propria all’uomo religioso. Un fronte comune possibile che abbiamo disertato, scegliendo di appiattirci al materialismo imperante. Incapaci di pensare a un cristianesimo politico che fosse altro dalle combriccole economiche e dal conservatorismo borghese, così angusto rispetto alla portata rivoluzionaria dell’esperienza apostolica (…)

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