Radical Shit. Egemonia, decadenza, controcultura

da Redazione

All’indomani del referendum sulla giustizia, a cui Fuoco ha dedicato il precedente numero, parlare di egemonia culturale è più che mai attuale. L’argomento è noto, ma spesso mal posto. 

Antonio Gramsci individuava l’egemonia culturale come il predominio di una determinata classe sociale tramite la direzione intellettuale e morale, prima che con quella della forza.
In questo modo, per decenni, i ‘vincitori’ hanno imposto la loro egemonia, rilasciando patentini di ‘bene’ o di ‘male’ alle idee, ostracizzando dalla vita politica, culturale e dai contesti sociali chi esprimeva un’opinione differente. 

È la grande ipocrisia di quelli che, spacciandosi come vicini agli ultimi, hanno creato una vera e propria èlite dei buoni, con il risultato che, per fare carriera e occupare posizioni di rilievo, è stato ed è tuttora necessario aderire alla narrazione dominante. È la contraddizione del potere che, con la retorica degli ‘oppressi’, degli ‘sfruttati’ e dei ‘migranti’ ha preso proprio il posto di chi opprime, di chi sfrutta e di chi determina migrazioni e povertà. 

Per decenni, la sinistra ha fatto da filtro ideologico e dispositivo di legittimazione. Pubblicare, recensire, insegnare, commentare: tutto partecipava a un ecosistema in cui essere intellettuali coincideva con l’appartenenza a un preciso orizzonte politico. Quell’orizzonte sopravvive in versioni più mondane, come le consorterie di ‘artisti’ e influencer sempre sul piede di guerra per difendere i propri privilegi e frignare quando qualcuno osa invadere il loro cortile.

Eccoli, i ‘Radical shit’, spasmi cadaverici di un organismo in decomposizione.

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Ma poiché in Italia la cultura è sempre una faccenda di schieramenti, se non di poltrone, quell’egemonia continua ad essere evocata come un fantasma ed è diventata l’ossessione polemica del centrodestra arrivato al governo. Al governo, perché ‘al potere’ è cosa ben diversa. La nuova destra italiana denuncia da anni un monopolio culturale progressista, ma la sua risposta raramente consiste nella costruzione di una vera alternativa. Più spesso si traduce nella logica dello spoil system: occupare istituzioni, fondazioni, musei, canali televisivi.

Certo, non poteva esserci un esito diverso se per anni a destra si è fatto ben poco per costruire una cultura e molto per distruggerla con il trash dei canali Mediaset. Eppure, i riferimenti per una visione del mondo veramente tradizionale e antimoderna non mancherebbero (pensiamo a Guénon, Evola e Pound, per citare solamente i più celebri), se solo si avesse il coraggio di agitarli con convinzione. Ma un complesso di inferiorità condanna la destra a giocare costantemente sulla difensiva.

Qualcuno ha provato a giocare al ribasso, ad esempio eleggendo a riferimento figure meno controverse come Prezzolini e Montanelli. Senonchè, all’uno è stato rimproverato di esaltare la guerra e l’altro ha dato scandalo per i propri costumi sessuali ‘coloniali’. Insomma, finché si chiede il permesso di esistere, si resta chiusi nel labirinto: saranno loro, i ‘radical shit’ a decidere chi può parlare e chi no. La tentazione di questa destra, un tempo ‘tradizionale’, oggi soltanto ‘conservatrice’, di sopprimere la propria radice antiliberale e antiprogressista per farsi accettare nel discorso pubblico si vede a tutti i livelli.

Basti pensare all’appiattimento che ha mostrato l’attuale governo all’arroganza internazionale degli Stati Uniti e dello Stato di Israele, assistendo senza colpo ferire allo sterminio sistematico del popolo palestinese, al martirio del Libano meridionale e all’aggressione all’Iran, solo l’ultima in ordine di tempo.

Di più. La stessa adozione del paradigma anglosassone del conservatorismo è estraneo a millenni di tradizione politica europea. Cosa c’è da conservare in questo Occidente in cui la fa da padrone quella che qualcuno ha chiamato ‘Coalizione Epstein’? ‘Occidente’, attenzione, che è cosa ben diversa da ‘Europa’. Così, non stupiscono più di tanto neanche le reazioni ai limiti dell’isteria che si sono viste tra i pretesi ‘intellettuali di destra’ suscitata dalla riammissione della Russia alla Biennale di Venezia. Solo concependosi ‘occidentali’, infatti, si può rimuovere la discussione sulla affinità, quantomeno culturale, con l’aquila bicipite.

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In fondo, questa destra castrata e conformista non è poi così diversa dalla sinistra individualista dei diritti civili. ‘Destrash’ e ‘sinistrash’, così le chiama Diego Fusaro: due facce di una stessa medaglia in cui la vera egemonia ce l’ha il mercato, che omologa, livella, consumerizza. In questo contesto, allora, per fare una contro-cultura, è ben oltre gli steccati obsoleti di destra e sinistra (categorie, del resto, figlie della rivoluzione borghese del 1789) che occorre guardare.

Che fare, allora? Certamente, la politica non basta. Ottenere il consenso popolare può non essere decisivo, se non si è elaborato nel contempo un disegno culturale, creando una classe dirigente attrezzata e delle strutture idonee.

Per troppo tempo si è pensato che il compito principale fosse conquistare terreno nei territori degli avversari, ottenendo riconoscimento nei loro salotti e circuiti. Il vero compito è un altro: far crescere i nostri spazi dentro il nostro mondo. Rafforzare una rete di editori, riviste, giornali, studiosi, autori, lettori che condividono una stessa tensione e che lavorano, ognuno nel proprio ambito, alla costruzione di una cultura non conforme e indipendente.

Negli anni sono nate diverse iniziative, ma non si può dire che il problema sia risolto. Oggi la sfida più complessa resta elaborare una visione del mondo coerente, pur nelle reciproche differenze. Infatti, una cultura non si forma semplicemente grazie alla presenza di libri o editori. Prende vita quando esiste una prospettiva condivisa, quando attività come la ricerca, lo studio, la traduzione e la scrittura si muovono verso un obiettivo chiaro. È in quel momento che, dietro le parole, si delineano uno stile di vita, dei valori e una precisa idea dell’uomo e della storia.

Solo da una simile organicità può prendere forma un’alternativa che sia autentica. Oltre al pensiero, occorre nutrire il corpo, anch’esso logorato dalle logiche perverse di un mercato che ha sacrificato la salute e l’autentico buon vivere sull’altare del profitto e della comodità. E così, va dato spazio anche ad iniziative agroalimentari, sportive e commerciali, riconquistando gli spazi abbandonati e ritessendo tessuti là dove il sistema ha lasciato il deserto dei centri commerciali e dei supermercati. 

Non si tratta di una mera posizione teorico-culturale di cui stiamo parlando, ma di una visione del mondo organica che prende vita in coloro che la incarnano: seminando e coltivando valori ‘originari’, alimentando un corpo vivo di persone e gruppi collocati nella prossimità del pensiero e del territorio, parlando e organizzando, studiando e ragionando, ogni giorno. Solo così si può offrire un’alternativa concreta, reale.

Perché l’egemonia non si dice, si fa. Noi ci siamo messi all’opera

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