Antonio Sardinha, nato il 9 settembre del 1887 a Monforte, in Portogallo, è stato uno degli esponenti più importanti della Contro-Rivoluzione lusitana. Poeta, storico e politico, si distinse come saggista, polemista e ideologo, influendo considerevolmente nella cultura portoghese del tempo. Fu grazie a Eugenio de Castro (1869–1944) che poté pubblicare, a soli 15 anni, i suoi primi componimenti poetici. Nonostante fosse cresciuto sotto il segno del municipalismo repubblicano, l’avvento della Repubblica nel 1910 lo gettò in una disillusione profonda, la quale culminò nel suo ritorno alla fede cattolica e ai principî della Monarchia.
Si unì nel 1914 a José Hipólito Raposo (1885–1953), Alberto Monsaraz (1889–1959), Luis de Almeida Braga (São João do Souto, 20 novembre 1886 – Lisbona, 2 marzo 1970) e Pequito Rebelo (1892–1983) nella creazione della rivista settimanale Nação Portuguesa, dalla quale nascerà la formulazione del movimento politico-culturale denominato Integralismo Lusitano, sorto per la difesa di una monarchia tradizionale, organica e anti-parlamentare. Per definire al meglio il fulcro della dottrina integralista, possiamo ricorrere alle parole di João Carlos Fairbanks (San Paolo, 16 agosto 1891 – San Paolo, 16 ottobre 1978), avvocato, economista, professore e milite dell’omonimo e successivo movimento brasiliano – sviluppatosi, nonostante le dovute differenze, nel segno di quello portoghese.

«In matematica, si definisce INTEGRALE la somma di un numero infinitamente grande di parti infinitamente piccole. L’oceano è l’integrale delle molecole di acqua, così come il deserto è l’integrale della sabbia che lo compone. Lo Stato dev’essere come l’oceano; dev’essere la somma di tutte le cellule produttive dell’organismo sociale. Lo Stato è l’integrale di queste cellule. Ogni contadino è una cellula, il cui insieme costituisce la federazione agricola integrale dello Stato. Ogni operaio, ogni industriale, ogni artigiano, nel loro insieme danno vita ai sindacati, che sono integrali parziali della classe per l’integralizzazione sociale comune».
È in questi termini che Antonio Sardinha, ritrovando la via della tradizione storica della sua Patria nella Regalità di un sistema immortale – giacché i valori sui quali si regge sono radicati in verità oggettive dell’essenza ontologica dell’uomo – non tradisce le sue convinzioni municipaliste, ma le nobilita e le trasfigura. Nel settembre del 1918, difatti, si espresse in tal modo:
«[…] dobbiamo riconoscere che la libertà teorica delle repubbliche diviene effettiva solo all’ombra e sotto la garanzia della Regalità – all’interno di una vera Monarchia. Quando San Luigi salirà al trono, il Re di Francia sarà, come sempre è stato, il protettore delle repubbliche francesi. Tali repubbliche sono i comuni e le amministrazioni provinciali, le quali persero la loro autonomia con la vittoria dello Stato napoleonico e che, ancora oggi, continuano a rimanere soffocate dal centralismo burocratico».

L’anno successivo venne esiliato in Spagna, a seguito del fallimento dell’insurrezione restaurazionista della Monarchia do Norte, la quale, divampata nella città di Porto e durata l’arco di 25 giorni, ripristinò brevemente l’autorità di una corona vacante nella suddetta città e nel nord del paese. Il 4 aprile del 1921, ancora in esilio, si pronunciò a Madrid in una conferenza dell’Unione Iberico-americana, intitolata «L’unità ispanica». Rinnegando l’unitarismo di matrice massonica tra le due nazioni della Penisola e la tesi sul declino dell’Occidente di Oswald Spengler, affermò invece che l’universalismo ispanico sarebbe stato il fondamento principale della sopravvivenza della civiltà occidentale, proponendo la Santa Alleanza che avrebbe propiziato nei popoli iberici la coscienza di una superiore finalità spirituale – anticipando i contenuti del suo saggio «A aliança Peninsular» (1924). È lui stesso a riassumere la questione nei seguenti termini:
«Ispanismo – dell’Ispania e non della Spagna – è la parola che esprime e organizza ogni aspirazione creatrice, non solo delle patrie peninsulari ma anche delle nazioni ispanico-americane: Brasile incluso».
Di ritorno in Portogallo nel maggio del 1921, in riferimento alle vittorie e alle sconfitte che segnarono il destino reciproco delle due nazioni nel corso della storia comune, disse a proposito del suo esilio:
«L’unità superiore del Portogallo e della Castiglia – ammirata da Vásquez de Mella sotto gli archi del Monastero della Battaglia – ha costellato il mio spirito, nell’amarezza dell’esilio e in ginocchio tra le pietre della cappella dei Reyes-Nuevos a Toledo, con i sogni sublimi della gloria».
In quegli stessi anni, perseverando nella difesa della Regalità quale fondamento dello Stato, si allontanò sempre più dall’ambizione effimera di restaurare il regime decaduto nel 1910, facendo un passo oltre verso l’idea di una monarchia sociale radicata nel diritto del municipio e delle corporazioni – che si può riassumere con l’analisi storica che Sardinha formula, seguendo le tesi di Fustel de Coulanges, riguardo il sostegno che l’istituzione monarchica ha riscontrato proprio nel tessuto popolare:
«Restringendo i privilegi eccessivi dei baroni feudali, la Regalità non avrebbe mai potuto contare su di essi come collaboratori pacifici e sottomessi. Privata del loro appoggio, essa trova il sostegno dei Comuni e delle Corporazioni – del popolo minuto e oscuro che cresce, non per mezzo della rivoluzione, ma attraverso la conquista delle sue libertà. L’autorità regale ha dunque difeso, in una guerra secolare, l’equilibrio sociale contro la supremazia eccessiva di una parte dello Stato sulla maggioranza».
Strenuo difensore dei valori imperituri della Tradizione, in una lotta solitaria contro la repubblica che investe della dignità del martirologio i traditori di ogni bellezza, morì a Elvas il 10 gennaio 1925 per setticemia, alla giovane età di 37 anni.
La sua opera illumina la gerarchia dei fini, già troppo obnubilata dall’ironia e dai sofismi delle piccole oligarchie democratiche: poiché la Nazione non è il mezzo per la restaurazione della Monarchia, ma è la Regalità ad essere la condizione e il principio per la rinascita della Patria.
«La nozione o il concetto morale della Patria, non esisteva ancora, e non poteva definirsi e ancorarsi nelle nostre anime. Ciò che esisteva, era il sentimento naturale di una ‘differenza’ che trovava le sua ragione nell’egotismo di una dinastia».
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