Pur muovendo da un obiettivo in sé condivisibile – spezzare il rapporto tra politica e magistratura e ricondurre quest’ultima a un più effettivo circuito di responsabilità – la linea seguita dal partito sedicente di destra conservatrice si è rivelata politicamente miope e strategicamente fallimentare. L’esito referendario lo ha dimostrato con chiarezza: la sfiducia verso la politica resta strutturalmente più profonda di quella verso la magistratura politicizzata e militante. Spostare il terreno dello scontro su questo piano ha significato esporsi nel punto di massima debolezza. È stato un errore politico – anzi un vero e proprio suicidio politico.
La riforma, che avrebbe potuto essere percepita come un intervento ordinatore, è stata invece presentata e vissuta come un atto di aggressione e punizione. Non perché fosse tale nel merito, ma per la postura politica che l’ha accompagnata: una sovraesposizione polemica, un linguaggio conflittuale, un’insistenza quasi ossessiva sul nemico esterno. Il risultato è stato paradossale: invece di riequilibrare il sistema e ridimensionare il potere politico della magistratura, si è finito per rafforzare proprio quel potere che si intendeva limitare, contribuendo a ingenerare negli elettori l’idea di una magistratura da difendere dagli attacchi della politica e così legittimandola e sottraendola, ancora una volta, a un serio discorso sulla responsabilità.
Alla base vi è un errore più profondo, che ha i tratti dell’arroganza politica. L’illusione, cioè, che la politica possa rafforzarsi attaccando la magistratura. Come se il recupero di autorevolezza potesse derivare da uno scontro esterno, anziché da un processo interno di rivoluzionamento e ricostruzione. È una scorciatoia tanto facile quanto sterile: sposta l’attenzione, produce consenso immediato in alcuni segmenti, ma lascia intatto – anzi aggrava – il problema reale.

Quel problema è la crisi della politica stessa e, in particolare, la crisi dei partiti. Proprio ciò che una forza che si definisce conservatrice dovrebbe avere più a cuore: la solidità delle istituzioni, la qualità della classe dirigente, la continuità delle strutture. E invece si assiste al contrario. Partiti sempre più deboli, privi di funzione formativa, incapaci di selezionare e responsabilizzare le élite, ridotti a contenitori di fedeltà personali o a strumenti di gestione del consenso immediato. Non è un caso che anche le grandi questioni del nostro tempo – dal conflitto russo-ucraino al genocidio palestinese, fino all’aggressione all’Iran – vengano sistematicamente piegate a logiche di visibilità, di scontro interno o di dialettica tra partiti, e dunque ridotte a schemi semplificati e strumentali: autocrazie contro democrazie, terrorismo antisemita contro una indistinta lotta all’antisemitismo, Occidente contro un mondo islamico rappresentato in chiave unicamente repressiva delle libertà individuali. In questo modo, questioni complesse e drammatiche vengono svuotate della loro reale portata e trasformate in strumenti di posizionamento politico, funzionali più alla competizione interna che alla comprensione e alla responsabilità verso il nostro tempo.
Si è inseguita l’antipolitica, adottandone linguaggi e riflessi: prima con scelte demagogiche, come il sostegno al taglio dei parlamentari, poi con un conflitto sterile con la magistratura. In entrambi i casi, l’effetto è stato lo stesso: indebolire ulteriormente la politica, erodere la sua credibilità, accentuarne la dipendenza dagli umori del momento.
E ciò che colpisce è soprattutto ciò che manca: una riflessione seria sulla struttura interna del partito, sulla selezione della classe dirigente, sulla costruzione di una minoranza attiva – oggi ridotta a mera maggioranza passiva – capace di guidare e non semplicemente di inseguire il consenso. Mancano regole, percorsi, formazione. Manca, in definitiva, una visione della politica come luogo di costruzione dell’élite.
Così, mentre si alimenta lo scontro con altri poteri dello Stato, si evita accuratamente di intervenire su sé stessi. Si evita di affrontare il nodo decisivo: che una politica priva di struttura, di selezione, di cultura, è inevitabilmente destinata a essere debole. E che nessun conflitto esterno potrà mai compensare questa debolezza.
Non è la magistratura politicizzata, oggi, il principale fattore di squilibrio. È una politica priva di disciplina e visione che non riesce più a rafforzarsi dall’interno e che, proprio per questo, cerca all’esterno le ragioni della propria crisi. Una politica che confonde l’attacco con la forza, la polemica con l’autorevolezza, lo scontro con la riforma.
Finché non affronterà questo nodo, ogni tentativo di riforma – anche quando giusto nel merito – sarà destinato a produrre effetti opposti a quelli dichiarati. Perché una politica debole non riforma: reagisce. E, reagendo, si indebolisce ancora di più. Quando invece ciò di cui avrebbe bisogno non è l’ennesimo intervento esterno, ma una vera e propria rivoluzione interna.
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