La traiettoria smarrita della Nazionale italiana

da Dario Papale Scuderi

L’Italia calcistica ha volato vicino al Sole per tutta la sua esistenza. Oggi quelle ali si stanno sciogliendo ma non è troppo tardi per ritrovare la giusta traiettoria.          

L’importanza della Nazionale di calcio nella cultura popolare italiana va ben oltre lo sport e il gioco. Siamo tutti amareggiati dalla situazione in cui versa attualmente ma nel bene e nel male questa selezione è riuscita a unire l’Italia più di tantissime altre entità. Il lungo volo che va dai due Mondiali consecutivi delle squadre di Vittorio Pozzo, passando per gli Europei del ’68 e il Mondiale ’82, fino ai successi del ventunesimo secolo di Marcello Lippi e Roberto Mancini, merita un’analisi che vada oltre l’emotività del momento, decisamente negativo, poiché sono diversi i temi che si intrecciano: come Icaro, ci siamo avvicinati troppo al Sole e rimanendo accecati abbiamo perso di vista la nostra identità per inseguire modelli che non ci appartengono.

L’identità tradita
La Spagna ha creato un sistema, noi abbiamo distrutto il nostro.
Il calcio, come tanti altri sport e come tanti ambiti della vita, è fatto di cicli. Ogni ciclo ha la sua generazione ed è impossibile negare che i risultati migliori siano stati raggiunti quando la Nazionale ha avuto a disposizione una quantità importante di giocatori forti più o meno della stessa età.
L’esempio massimo per confermare questa tesi è stata la selezione spagnola degli anni ’10 del 2000, capace di vincere Europeo, Mondiale ed Europeo consecutivamente, dopo un’esistenza quasi centenaria da nazione calcistica di seconda fascia.
Quella Spagna ha vissuto un vero e proprio periodo d’oro, un’autentica generazione di fuoriclasse prodotti quasi in serie.

L’Italia – è bene ricordarlo – essendo una delle nazioni più importanti a livello mondiale per ciò che riguarda il calcio e sicuramente una delle più vincenti, ha conosciuto più volte questa situazione. I quattro mondiali e i due europei conquistati in periodi distribuiti lungo un secolo servono solo a confermare che stiamo parlando di una superpotenza che produce giocatori di altissimo livello ancora oggi, in quello che è considerato – giustamente – il momento più buio.

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La differenza tra l’Italia e la Spagna, è che quest’ultima prima dei recenti successi non aveva mai vinto nulla (solo un isolato campionato Europeo nel 1964); dunque, ha dovuto creare un “sistema proprio” da zero, costruendo un’identità mai avuta e realizzata nella filosofia guardiolista, a sua volta discendente dalla visione di Johann Cruiff per ciò che riguarda la formazione dei giovani calciatori. L’orizzontalità avvolgente di questa idea di calcio che potremmo definire catalana, si è innestata perfettamente nella verticalità di Luis Aragones prima e Vicente Del Bosque poi, entrambi di mentalità e scuola madridista: al netto dei talenti fuori dall’ordinario di tutti i membri della squadra, le geometrie del blocco Barcelona (Xavi, Iniesta, Busquets) si sono sposate perfettamente con i caratteri e i valori di leadership tecnica e carismatica del blocco Real, come Sergio Ramos e Iker Casillas. È importante sottolineare la presenza in questa squadra di diversi leader assoluti in tema di personalità, come tutti i giocatori già menzionati, oltre a David Villa, Fernando Torres e soprattutto Carles Puyol. Torneremo su questo tema fondamentale.

Sempre affascinante, con un piccolo sforzo di astrazione, poter notare anche in questi temi di calcio delle caratteristiche proprie della Spagna nazione: la continua dialettica tra centro e province, tra il centro direttivo e le autonomie più creative e alla ricerca di una propria via. Questa tensione, possiamo dirlo, ha creato un vero e proprio capolavoro.

Per concludere sulla Spagna, ancora oggi la Seleciòn produce talenti e vince seguendo e aggiornando questo modello, perfettamente praticabile e adattabile nel loro particolare contesto nazionale. Se ha avuto una flessione negli ultimi tempi, prima della vittoria dell’ultimo Europeo del 2024, è proprio nella mancanza di leader autentici al picco della forma fisica e mentale, poi ritrovati in giocatori come Rodri, in figure utili nella contingenza come Alvaro Morata e in un allenatore perfettamente calato nel contesto come De La Fuente. Con questi ingredienti non puoi fare altro che trionfare, e l’Italia del 2021 ne sa qualcosa.

Eppure, la nostra traiettoria è andata all’opposto. Abituati a dominare e primeggiare, a giocare sempre e comunque per vincere, con un’identità forte e definita, siamo finiti per rinnegare noi stessi.
Attenzione, siamo lontani dal voler alimentare del nostalgismo spiccio. I tempi cambiano, non c’è dubbio. Ma noi non abbiamo sostituito il vecchio col meglio, abbiamo sostituito il vecchio col niente.

L’errore è stato superare la nostra storia e dare per scontato che fosse un male. L’impressione è che il Mondiale del 2006 sia stato un anno zero, l’inizio della fine di un modello che con tutti i suoi difetti aveva strutturato una potenza indiscutibile. Il 2006 è la fine della prima repubblica del calcio italiano, con le mani pulite che possiamo rivedere nei fatti di Calciopoli e con quel Mondiale vinto che sa di addio a un’epoca discutibile e controversa ma sicuramente connotata da successi, ricchezza e prosperità.     
Da lì l’inizio del declino. Non solo la Nazionale, che comunque è rimasta una selezione di tutto rispetto, nonostante diverse delusioni e risultanti altalenanti. La Serie A, come ogni campionato nazionale, ha aperto le porte – qui sì – a un modello distruttivo e insostenibile, basato sul progressivo abbandono del proprio patrimonio umano e tecnico per rivolgersi altrove.

Parliamo di numeri. Secondo i report dell’Osservatorio Internazionale del Calcio, il CIES, nella stagione 2023-2024, i calciatori italiani impiegati in Serie A sono circa il 38%. LaLiga spagnola è una delle poche leghe europee in cui la maggioranza dei calciatori in campo è convocabile per la nazionale. Noi siamo l’esatto opposto. E questa tendenza non si ferma alla Serie A. Persino in Serie B, dove i giovani calciatori dovrebbero completare il processo di crescita, la percentuale di stranieri in rosa è circa del 28-30%.

Da una partela fascinazione estrema per il modello spagnolo, del quale proviamo a scimmiottare la scuola imponendo ai giovanissimi quell’orizzontalità fatta di esasperazione della tecnica di base e di serializzazione dei ruoli in campo, distruggendo le peculiarità sempre appartenute ad esempio all’attaccante centrale, all’esterno, al centrocampista centrale, alla mezzala e così via. Dall’altra, l’importazione scriteriata di giocatori stranieri, molti dei quali appartenenti a nazioni e mercati totalmente privi di storia e identità calcistica e difficilmente assimilabili con il contesto locale, che hanno finito per diventare la maggioranza assoluta nelle squadre giovanili prima e nelle prime squadre poi. Guardare le selezioni della Primavera di squadre come il Lecce, l’Inter e altri club di prima fascia fa rabbrividire e i risultati si notano impietosi quando si giocano partite in Serie A come Milan-Udinese, nelle quali la presenza di calciatori italiani si limita a due o tre unità nel migliore dei casi.

Se il calcio spagnolo è ormai famoso per lanciare calciatori titolari in grandissimi club e in ruoli centrali anche a sedici anni, in Italia funziona esattamente al contrario. Un caso eclatante è quello dell’Inter dello scorso anno, già proprietaria del cartellino di Francesco Pio Esposito, che a La Spezia farà circa 20 gol in Serie B. Uno dei pochissimi punti deboli dell’Inter di Simone Inzaghi era la carenza di sostituti all’altezza di Marcus Thuram e Lautaro Martinez. La società ha preferito affidarsi a Marco Arnautovic a fine carriera, tempestato dagli infortuni e al trentenne Taremi privo di esperienza in serie A e in grandi club. Quanti punti buttati – concretizzati nello scudetto perso – per mancanza di calciatori adeguati al contesto e alle gerarchie della squadra. Il Napoli al contrario, con un parco attaccanti ampio, ha vinto lo scudetto nel rush finale grazie a una seconda linea come Giacomo Raspadori che con i suoi gol ha determinato la conquista di ben dieci punti.

Insomma, dai modelli esteri abbiamo preso solo i difetti e dall’estero continuiamo a importare calciatori scarsi che levano possibilità e prestigio al nostro patrimonio umano e tecnico. I criteri per cui siamo estremamente severi con i nostri calciatori, bocciati quasi subito se non si rivelano novelli Totti o Del Piero, non vale con le prestazioni non all’altezza di tanti altri giocatori. La pazienza che si riserva anche a giocatori come ad esempio Yldiz, non si dà a un Orsolini, le opportunità date a un Krstovic nonostante la miriade di errori non sono le stesse date a un Camarda, sulla graticola alla prima situazione possibile. Se pensiamo anche al Milan di quest’anno, senza competizioni europee e di fatto privo di una punta centrale oltre Gimenez, non si capisce perché non poter dare minutaggio ed esperienza proprio a Camarda, invece che adattare forzatamente centrocampisti avanzati o ali, come Nkunku e Loftus Cheek.

Le generazioni d’oro non cadono dal cielo e i cicli vincenti non nascono per caso. Richiedono tempo, fiducia, e soprattutto un ambiente sano in cui sbocciare. Basta guardare per quanti anni i giocatori chiave del Mondiale 2006 hanno condiviso lo spogliatoio nelle nazionali minori. Parliamo di una progettazione di almeno dieci-dodici anni, dagli Europei Under 21 vinti dalle selezioni di Cesare Maldini (1994-1996), dove sbocciavano i talenti di fenomeni del calibro di Totti, Nesta, Buffon e Cannavaro. La Nazionale del 2006 era praticamente una squadra di club, cesellata nel corso di tanti anni per arrivare a un’armonia perfetta.
Per diventare forti bisogna giocare, conoscersi insieme, giocare ancora.

CONTRO LA DEPRESSIONE: NON TUTTO È PERDUTO
È ora di finirla con il passatismo fine a sé stesso. È evidente che facciamo fatica a produrre un certo tipo di campioni, di fuoriclasse assoluti. Totti e Del Piero, ad esempio, utilizzati spesso nelle discussioni da bar dello sport per evocare l’epoca d’oro in cui eravamo abituati a fenomeni di questo calibro, sono stati due giocatori unici quasi irripetibili, figli del loro tempo e del loro calcio. Ciclo chiuso. È opportuno dire basta al nostalgismo e di interrompere l’idealizzazione esagerata del Mondiale 2006. Bisogna convergere sul presente e valorizzare quanto di buono abbiamo. C’è un patrimonio da tutelare.

Per dirne uno: Gianluigi Donnarumma, a sedici anni titolare in serie A col Milan. A 18-20 anni aveva circa 200 presenze in Serie A. Un fenomeno autentico. Forse l’unico di questa generazione di italiani. Caduto dal cielo per miracolo? No: semplicemente sono state predisposte le migliori condizioni ambientali per un talento indiscutibile e, soprattutto, gli è stata data fiducia. Per chiunque abbia giocato a calcio ma anche per tutti gli altri sport: la fiducia è fondamentale. La possibilità di provare, di fare, di sbagliare. Fu Sinisa Mihajlovic a lanciare il sedicenne Gigio da titolare. Dovremmo essere grati alla buon’anima di Mister Sinisa per questa scelta. Donnarumma oggi ha 26 anni, più di 360 presenze da professionista, una Champions League e un Europeo, tutto da protagonista. Spesso viene aspramente criticato: incredibile.

Oltre Gigio, i giocatori che gravitano attualmente nel giro Nazionale sono tutti di medio alto livello, con nomi che ormai sono certezze di rango internazionale. Tonali, Barella, Calafiori, Dimarco, Bastoni, sono calciatori ottimi con esperienza e titoli alle spalle. Zaccagni, Orsolini, Kean, Retegui e lo stesso Francesco Pio Esposito non sono fenomeni né giocatori da finalissima di Champions, ma sicuramente affidabili e con colpi importanti, capaci di cambiare la partita con una giocata. Con questi presupposti non possiamo permetterci di deprimerci. Abbiamo saltato due mondiali, è vero, e ora rischiamo grosso per il terzo. Tutto questo in un contesto in cui la Lega calcio sembra far finta di nulla, spostando l’attenzione sui presunti danni fatti dalla pirateria e dai celeberrimi pezzotti. Ma è da oggi, da qui e da ora, in quella che sembra l’ultima epoca, il canto del cigno della superpotenza Italia, che occorre cavalcare la Tigre. Come? Lo abbiamo già fatto solo pochissimi anni fa.

L’EUROPEO DEL 2021, LA VERA CONQUISTA ITALIANA OLTRE IL TITOLO

Abbiamo citato l’Europeo del 2021 in merito all’importanza dei leader carismatici nei successi di gruppo e di squadra. Ne era piena la Spagna dei tre trofei consecutivi, ne era ben munita quella dell’ultimo Europeo ma soprattutto ne aveva l’Italia di Roberto Mancini del 2021. Proprio perché si tratta di un successo recentissimo, è importante riportarlo all’attenzione collettiva poiché è nato, si è sviluppato e concretizzato nel medesimo momento storico depresso e decadente.       
Mancini, negli anni precedenti alla competizione ricompatta come meglio non avrebbe potuto fare un ambiente devastato dal mancato Mondiale di Russia 2018: la famosa sconfitta con la Svezia ai preliminari ci aveva condannato a guardare il Mondiale da casa. Il lavoro svolto da Mancini è stato perfetto, chirurgico e veramente da fuoriclasse, chi dice il contrario ha probabilmente la memoria molto corta. Mancini riporta entusiasmo e riesce a trasmetterlo a ogni persona che gravita nell’ambiente azzurro. Con la sua autorevolezza – decisamente mancante a Ventura anche prima del disastro con la Svezia – raggruppa intorno a sé figure importantissime di altissimo valore carismatico, di grande spessore umano e soprattutto rappresentanti dell’italianità calcistica di ogni epoca. Solo per dirne due, che avranno ruoli chiave nello staff tecnico: Daniele De Rossi e Gianluca Vialli.  
Mancini sembra convocare una chiamata alle armi, una resa dei conti per la caduta troppo rovinosa fatta, inaccettabile per il blasone della nostra storia calcistica. È ovvio che, col passare del tempo, si è creata una certa tensione – diciamo così – positiva anche in relazione alla malattia di Vialli, purtroppo in stato molto avanzato. La sua serenità e compostezza, la presenza fisica sempre vicino a Mancini in ogni uscita pubblica, le dichiarazioni sagge e calibrate, senza mai togliere attenzione al gruppo squadra, hanno creato un’atmosfera sana sia nell’opinione pubblica che all’interno dello spogliatoio. Questi elementi, inseriti in un contesto squadra dove primeggiava un leader assoluto come Giorgio Chiellini, coadiuvato da un fedelissimo Leonardo Bonucci, hanno dato vita a una grande cavalcata, culminata con la vittoria meritatissima della competizione.

Parlare di sola fortuna per la spedizione del 2021 è veramente riduttivo, al limite della malafede. L’Italia vince ogni partita con merito, uscendo con caparbietà dai momenti critici (la partita con l’Austria, per esempio) e brillando anche di fronte ad avversari importanti come il Belgio. La finale con l’Inghilterra, a Wembley, è una delle cose più italiane accadute nella storia recente, dove si è manifestata la grande capacità – che caratterizza l’italiano forse più di ogni altra cosa – di cavarsela nei momenti più complicati, di trovare il modo per uscirne, compattandosi e soffrendo, portando a casa il miglior risultato. Questo tratto distintivo fu notato anche dal noto politico americano Henry Kissinger, il quale sosteneva che le nazionali di calcio rappresentavano in qualche modo l’identità, la storia e i comportamenti peculiari delle rispettive popolazioni. Difficile dargli torto: per Kissinger, l’Italia era un avversario temibile e da evitare, uno dei peggiori da incontrare proprio per questa apparente inferiorità che nasconde risorse e valori di altissimo livello pronti a mostrarsi nel momento più inaspettato. Siamo maestri a muoverci in momenti e condizioni di difficoltà: più che mai oggi è necessario riscoprirsi, come ha fatto la selezione di Roberto Mancini nel 2021. Non nel 2006 o nel 1970… ma cinque anni fa.

RITROVARE UN EQUILIBRIO OLTRE LE FIAMMATE

Non è un caso non aver dato continuità alla vittoria del 2021. Quella situazione è rappresentativa al massimo di quanto detto fino ad ora: blasone massimo, storia eccellente, squadra buona, leader fuoriclasse. Questi elementi si sono mischiati l’uno con l’altro perfettamente. Purtroppo, è mancata dopo la struttura dove poggiare questo patrimonio, totalmente inadeguata a questa grandezza. Venuti fuori i leader, calata la tensione, la Ferrari di Wembley non era adatta agli angusti spazi di Coverciano. Mancini, non più seguito, perde il controllo e inizia a delirare. Convocazioni insensate che svalutano la maglia azzurra, incapacità di imporsi sui giocatori reduci dal trionfo, il peggioramento della salute di Gianluca Vialli fino alla dolorosissima scomparsa.      
Forse la grande mancanza dell’attuale selezione è proprio quella di leader autentici che oltre i valori tecnici sappiano indicare la via da percorrere e caricarsi sulle spalle le paure e le ansie dei compagni. Ad esempio, calciatori come Carles Puyol, Iker Casillas, Sergio Ramos, Gianluigi Buffon, Giorgio Chiellini; o personalità come Gianluca Vialli, Roberto Baggio. Ma anche come Gennaro Gattuso, che potrebbe rivelarsi un’ottima chiamata fuori contesto di una federazione ormai allo sbando, incapace di creare struttura e di dirigere il movimento calcistico italiano.
La mancata qualificazione in Qatar da campioni d’Europa è tragicomica, ma rende l’idea di come questa Nazionale non riesca a trovare una traiettoria sostenibile, ora troppo vicina al Sole, ora troppo vicina alla Terra. Viene meno il ragionamento riguardo l’ambiente ottimale per la fioritura di una generazione d’oro, l’impossibilità di creare cicli vincenti e duraturi. Non vi è una sostenibilità, una traiettoria mediana che renda concreti successi come quelli del 2006 e del 2021, senza però perdere quota immediatamente dopo.

Come Icaro, la Nazionale non riesce a mantenere il volo, caratteristica intrinseca della sua esistenza eccellente. Durante la fuga dalla prigione-labirinto dove li aveva relegati re Minosse, Dedalo prova in tutti i modi a far modificare la traiettoria di volo del figlio Icaro, ammaliato dal fascino del Sole. Non troppo in alto ma soprattutto – passo spesso ignorato – non troppo in basso: lo incita a intraprendere un percorso mediano, sostenibile, sicuro, che lo avrebbe portato certamente a meta. La nostra Nazionale deve ritrovare quella via. Il tracciato sicuro dove poter stanziarsi, costruire e – perché no – riprovare ad avvicinarsi al Sole, alla postazione più prossima, questa volta rimanendo al suo cospetto a tempo indeterminato, in attesa della seguente spedizione, del prossimo ciclo che annienti il precedente. Oltre le regole, oltre i meccanismi concreti e pratici, c’è da lavorare sulla visione delle cose. Come accadde nel 2021, dove in tanti parlarono di vittoria fortunata: quale impresa è avvenuta senza fortuna? Nessuna, perché forze superiori convergono dove operano uomini di valore. È assolutamente necessario ritrovare gli uomini e, dunque, ritrovare il valore. Un nuovo ciclo inizierà.

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