Nella concisione è richiesta una stringata chiarezza: al posto della spada si deve usare la daga. Ecco, dunque, una tagliente, concisa riflessione sul concetto romano di ‘diritto’ e ‘giustizia’ la cui realizzazione nel tempo e nello spazio ha permesso all’Europa di formarsi come Nazione ed esistere come comunità di popoli, organismo sociale fondato su valori condivisi, degni di essere proposti, vissuti e difesi, che ne garantiscono la coesione.
Valori che non si limitano alla pura condivisione di interessi materiali, ma postulano la condivisione attiva di valori fondanti di natura religiosa, etica e giuridica che presiedono al bene comune. Dunque, ‘comunità’ come risultato di una communis unio ideale da vivere, tramandare e realizzare nella storia. In Europa, la fonte primeva del diritto precede di oltre un millennio la formulazione affidata per la prima volta alle lettere sulle dodici tavole bronzee affisse nel forum. La tradizione romana attinge alle radici culturali e linguistiche della koiné arioeuropea dove il concetto di *yous dichiara lo ‘stato di regolarità’ dell’umano nei confronti del divino garantito dal rispetto che salvaguardia la regolarità nei rapporti tra gli uomini mediante la giustizia. Da *yous deriva in latino iūs, termine da intendere nel suo valore principiale come ‘formula sacra con valore di legge’.

Livio (9, 46) ricorda in proposito che, per il loro carattere sacro, i codici del diritto romano (civile ius) erano conservati «in penetralibus pontificum», nei sacrari pontificali: i penetralia consacrati ai Penati, «penatium deorum sacraria» (P. Festo 231, 1). Vale a dire, sacri agli antenati delle gentes che fondarono Roma e consegnarono ai posteri l’eredità del mos maiorum. Nella solida concretezza del latino, mos è ‘costume’, è il modo d’essere cittadino romano nel pensare e nell’agire, nella vita privata e nell’adempimento dei propri doveri nei confronti di Roma e degli avi.
I Penati e i Lari, gli antenati della gens e della familia, erano oggetto di culto. Le immagini che li rappresentavano erano custodite in un apposito spazio sacro presente in ogni domus romana: il lararium. Alla sua prima entrata nella casa maritale, la sposa novella offriva ai Lari un as, una moneta da un asse recante al dritto la figura di Giano custode degli inizi, e al verso la trireme di Saturno, re e legislatore approdato agli itali lidi nell’età dell’oro. Prima di un viaggio e al ritorno, il pater familias, presentava offerte di profumi e lampade ardenti ai Lari; al ritorno da un’impresa militare, o alla fine del servizio di leva, gladio e corazza erano deposti ai piedi del lararium e gli schiavi affrancati lasciavano là il collare simbolo del loro primitivo stato. All’antico culto tributato ai Penati in prossimità del focolare domestico, si sostituì il culto statale fondato da Romolo e officiato dalle Vestali custodi del fuoco che ardeva perenne nel Lararium Populi Romani: la aedes del culto che conservò nei secoli la forma dell’antica capanna dei pastori-guerrieri che fondarono Roma. (…)
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