Nel programmato ritrarsi dei significati ciò che resta è solo lo spettacolo inteso come forma più passiva di comunicazione. L’aver pensato in passato alla televisione come ‘medium freddo’ per eccellenza non ha risolto il tema del tempo applicato all’interazione mediale: lo ha spostato semplicemente nel futuro. Una volta giunti in quella che Byung-Chul Han ha definito ‘infocrazia’ restava il tema del coinvolgimento e dell’impiego del tempo ‘libero’ che, in quanto tale, andava occupato.
In fondo l’evoluzione dei social in attivatori di serotonina e dopamina è stata più necessaria che voluta, più inevitabile che premeditata, è stato semmai un percorso tutto in discesa stante il nichilismo instaurato quale presupposto imprescindibile di ogni azione della Tecnica in previsione di un preciso comportamento umano. Occorre davvero essere individui differenziati per sfuggire oggi alle ricompense che l’attenzione magnetizzata dai social conferisce e l’estensione di tale schema interessa ogni aspetto della vita umana: dalla scarsa soglia di attenzione al calo del quoziente intellettivo, dal degrado della formazione scolastica alla dissipazione formale dell’arte, dall’impoverimento dei rapporti sociali alla paura diffusa nell’affrontare l’esistenza, tutto ripete lo schema che i social hanno installato nei meccanismi mentali. Il microchip impiantato nel corpo c’è già, solo che è esterno ed è nello smartphone che teniamo in mano.

La televisione morente, nel suo perdere la funzione informativa per lentezza intrinseca ai propri limiti, si arrocca nelle aree di risulta pop: talent, reality, true crime. Dove la proiezione della propria Ombra è più facile e meccanica ecco che la televisione può entrare ancora in antagonismo con il mezzo che ogni giorno assorbe l’attenzione di tutti, ma se sui giovani la battaglia è persa dai sessant’anni in su lo schema comportamentale di ‘schermo-e-divano’ regge ancora.
Negli Usa esiste un format di grande successo che consiste nel sottoporre figli di coppie a test del DNA per scoprire se il padre o la madre siano veri o falsi costruendo attorno all’attesa dell’esito del test un’articolata narrazione di disagio famigliare. Si tratta della stessa spettacolarizzazione che interessa la cronaca nera con in più la componente picaresca del tradimento svelato e con in meno l’orrore dell’efferatezza. Ma quando si vogliono fare quattro passi nel fondo dell’umano – corrispettivo osceno dell’horror – ecco farsi avanti il true crime più crudo ed indugiante, i format di commento ed approfondimento di crimini efferati più o meno irrisolti.
Giacché, come indicato da Guy Debord: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini», possiamo chiederci oggi che tipo di società stiamo attraversando se il rapporto non tanto con il crimine quanto con l’anestetizzazione nei confronti dell’orrore domina l’immaginario collettivo (…)
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