I processi mediatici sembrano essere una costante in Italia. Garlasco, Perugia, Yara, Unabomber…. Come si può garantire un giusto processo quando l’opinione pubblica è già stata influenzata dai media?
Io ritengo che i processi si debbano fare nelle aule di giustizia e non attraverso i mass media, che, fisiologicamente, influenzano il decorso del procedimento e rischiano anche di compromettere l’effettiva ricerca della verità. Il problema riguarda i protagonisti, riguarda prima di tutto i giudici, i pubblici ministeri, gli avvocati. Se tutti si mettessero sulla giusta strada, evidentemente, saremo molto più tranquilli. Poi occorre che i magistrati siano molto attenti nel fare bene quello che è il loro compito. Ci sono molti magistrati che lo fanno con assoluta attenzione, accortezza, dedizione e prudenza, ma c’è anche qualche magistrato che si mette, fin troppo rapidamente, in testa l’esito del procedimento e va alla ricerca solo delle prove che confermino l’esito che si era messo in testa in antecedenza. Questo è un errore madornale.
E non è così raro…
Francamente non è così raro. Succede con molta frequenza che ci sia l’individuazione del risultato finale prima che siano state raccolte tutte le prove e prima che siano state esplorate tutte le varie ipotesi, in modo tale da arrivare progressivamente alla ricerca della verità. Per quanto mi riguarda è successo più di una volta e con esiti indubbiamente nefasti per il protagonista che non riesce a uscire dal ganglio nel quale si è inserito il procedimento. Questo perché? Perché evidentemente mancano le prove relative alle ipotesi alternative e conseguentemente su quell’unica ipotesi si raccolgono gli elementi fondanti della responsabilità e quando sono incerti non c’è la possibilità di muoversi su altre piste perché la giustizia su quelle altre piste non ha mai mosso alcun passo.

Lei ha difeso Elvo Zornitta (il principale sospettato per il caso dell’Unabomber italiano, n.d.r.). Vicenda giudiziaria ben nota. Poche settimane fa una perizia, ancora una volta, ha confermato l’estraneità ai fatti del suo assistito, auspicabilmente in modo definitivo. Come ha gestito la pressione mediatica e l’opinione pubblica che, a lungo, lo ha additato come un ‘mostro’?
Ricorderete sicuramente le interviste che ho reso una ventina di anni fa quando è iniziata questa vicenda. Io in tutti i modi ho evitato che attorno alla vicenda ‘Unabomber’ si sviluppasse un percorso mediatico. Ho accettato due sole interviste in tutta la fase istruttoria. Le uniche. Basta. Niente più e niente meno. Avendo il coraggio di dire di no a tutte le altre forme di pressione mediatica che arrivavano. La professione del difensore è molto delicata anche da questo punto di vista perché bisogna che si postponga il desiderio personale di apparire e di poter spiegare determinate cose in pubblico, magari con il rischio di essere contraddetto, di inserire una serie di elementi marginali rispetto alla vicenda cardine. Bisogna avere la forza di restare fermi e di attendere gli sviluppi nelle opportune sedi. La chiave di volta è tutta lì. Senza nessun coinvolgimento di carattere emotivo. Perché il difensore deve essere assolutamente lucido e attento agli elementi probatori e non essere condizionato da reazioni di carattere soggettivo. (…)
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