Nel 2015 Vittorio Nicola Rangeloni ha scelto di trasferirsi nel Donbass, segnando di fatto un punto di non ritorno nella sua vita. Da quel momento, infatti, ha iniziato a documentare quotidianamente tutte le fasi del conflitto in Ucraina orientale attraverso reportage, video e testimonianze dal fronte.
La sua decisione di raccontare la guerra dal lato russo dello steccato lo ha reso una figura molto seguita e, allo stesso tempo, dibattuta. I detrattori lo considerano un megafono del Cremlino, i sostenitori una voce in grado di mostrare la verità spesso nascosta dai media tradizionali. Con uno stile diretto e un approccio immersivo, Rangeloni ha comunque, incontestabilmente, portato alla luce storie uniche di civili e combattenti, alcune delle quali racchiuse nel libro ‘Donbass – Le mie cronache di guerra’ (Idrovolante edizioni, pp. 320, euro 20).
Rangeloni, come si vive nel Donbass il ‘tira e molla’ circa gli sforzi diplomatici per raggiungere un accordo di pace?
In Donbass la popolazione ha da tempo imparato a convivere con la guerra, che dura da oltre 11 anni. Ancor prima della nuova fase del conflitto, iniziata nel 2022, ci furono i piani di pace di Minsk, conditi periodicamente da annunci di tregue di ogni genere: buoni propositi mai pienamente rispettati. La gente capì presto che questi accordi non avrebbero portato a equilibri solidi.

L’Europa, che per anni incolpò le repubbliche indipendentiste di violare gli accordi di Minsk – nonostante i rapporti degli osservatori internazionali dell’OSCE spesso raccontassero altro – dopo il 2022 ammise che questo stallo servì per addestrare e preparare l’esercito ucraino a un nuovo conflitto.
La popolazione locale desidera la pace più di chiunque altro, ma questa pace ha senso solo se viene costruita con solide fondamenta. Essa deve comprendere e garantire quei diritti fondamentali che molti in Occidente continuano a non voler nemmeno prendere in considerazione. Perciò la prospettiva di queste ennesime trattative viene accolta con la solita diffidenza, continuando a dare più attenzione alle locali sfide quotidiane da affrontare per vivere, perché la guerra nel frattempo prosegue.
Dopo quasi 4 anni dall’inizio della fase più calda del conflitto, a cosa ci si aggrappa per poter gestire con lucidità le difficoltà della vita quotidiana?
«L’essere umano si adatta a tutto». Queste parole vengono pronunciate – spesso – non solo dai soldati, ma anche dalla popolazione delle città e dei villaggi del Donbass, costretta a fare i conti con una situazione ricca di ostacoli e sfide (…)
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