Alemanno, da Ministro e Sindaco di Roma a detenuto: è una cosa che colpisce molto della situazione di Gianni Alemanno. Cosa prova da ex uomo politico?
Innanzitutto, devo ricordare che non è la prima volta che entro nelle patrie galere. Mi era già successo quarant’anni fa, per aver lanciato una bottiglia molotov contro l’Ambasciata sovietica come protesta contro il colpo di stato in Polonia del generale Jaruzelski. La cosa incredibile è che mi sono ritrovato nella stessa identica cella dove all’epoca stavo con Paolo Di Nella. Per cui posso dire che tornarci dopo essere stato Ministro o Sindaco non mi ha colpito particolarmente. Mi sono sempre sentito un militante politico contro il Sistema e ho sempre saputo che un militante può rischiare la galera.
All’entrata dell’ex carcere di Pianosa vi era la scritta «qui entra l’uomo, il reato resta fuori». Cosa sta provando, invece, da uomo?
Come uomo ci si misura con il reato per cui si è stati condannati e con la privazione della libertà. Per il reato io ho sempre proclamato la mia innocenza, rifiutando patteggiamenti e cautele che forse mi avrebbero risparmiato questa esperienza. Per la privazione della libertà ho sofferto per i miei familiari e per i miei amici che sono stati comunque coinvolti in questa separazione e dal giudizio della società. Ma qui dentro ho potuto misurare fino in fondo quali erano le amicizie veramente autentiche.

Voltaire, Pound, Dostoevskij, Céline, Wilde: sono stati tutti ospiti delle rispettive patrie galere. Pensa che nel percorso di una grande personalità, scrittore o uomo pubblico che sia, il carcere possa essere addirittura formativo?
Tutte le disgrazie hanno sempre un contenuto di sfida e quindi di formazione. Il carcere, in più, impone una pausa di riflessione, di meditazione e di preghiera che permette, a chi vuole, di guardarsi più in profondità, di comprendere gli aspetti meno immediati della realtà e, forse, di alzare lo sguardo verso la Trascendenza. Questo vale per le grandi personalità citate come per l’ultimo degli uomini.
L’art. 27 della Costituzione impone che le pene non siano inumane e che tendano a rieducare il condannato. Lei, che proviene da una diversa impostazione culturale, sente l’importanza di questa norma? Ritiene di dover essere ‘rieducato’?
Non sono dovuto finire in carcere per comprendere che la nostra Costituzione rimane un punto di riferimento alto e importante per tutto il nostro Popolo (…)
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