Volontà di impotenza e tentazione prometeica

da Francesco Colafemmina

Va di moda da qualche tempo, specialmente in coincidenza con i più recenti avanzamenti della tecnica, la cosiddetta teoria dell’accelerazionismo, l’idea, insomma, di un neofuturismo prometeico capace di offrire agli orfani di ogni tradizione un pretesto per sentirsi in grado di cavalcare la tigre del futuro, di dominare la tecnica e compiere così il ‘destino’ indoeuropeo.

Personalmente, nutro un sano disprezzo per tali teorie raccogliticce, vuoti onanismi dinanzi a immagini di potenza materiale, di controllo delle masse, di superamento della stessa natura, di violazione di ogni soglia, che nascono essenzialmente da una scarsa frequentazione dei principi fondamentali della tradizione greco-romana. 

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Si potrebbero intravedere, certo, tratti di titanica grandezza in simili aspirazioni, ma a ben vedere si tratta dei gemiti di castrati, alla maniera dei sacerdoti Galli della dea Cibele, che si eviravano in nome della dea e le cui grottesche gesta sono pruriginosamente narrate, fra l’altro, nelle Metamorfosi di Apuleio. L’unica lama da utilizzare è quella utile a sfrondare ogni fascinazione di un certo mondo ideale per tali teorie da giocatori di Playstation del pensiero o, anche, di vecchie forme di revanscismo politico, incapaci di comprendere che il potere e la sua ricerca sono antitesi della saggezza. 

Anzitutto, partiamo dallo sviluppo tecnologico. Oggi come ieri a guidarlo non è un destino, un ineluttabile fato che mira a sempre nuove scoperte e acquisizioni. Una simile impostazione è eredità del pensiero positivista, a metà fra Darwin e Lombroso. In realtà, la tecnologia e la ricerca scientifica che la precede sono frutto di un indirizzo di fondi materiali, dunque di interessi specifici che quei fondi gestiscono e investono. E, nella totalità dei casi, si tratta di interessi funzionali al profitto di pochi a scapito dei più oppure volti a potenziare sistemi di controllo delle masse da parte di ristrette cerchie di individui. Non esistono altre possibili letture: «è il capitalismo, bellezza!». Solo dopo aver passato una serata a giocare a Call of duty, bevendo nel frattempo diverse pinte di birra, si può pensare che dietro vi sia l’ancestrale anelito degli indoeuropei, i quali – sia detto per inciso – fino al Medioevo non avevano sentito l’esigenza di una banale innovazione tecnica come quella della staffa (…)

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