Partiamo anzitutto dalle origini: Contrasti. Perché questo nome e qual è stata la scintilla che ha portato alla nascita della rivista?
‘Contrasti’ perché nel nome c’è il programma. In una narrazione – in questo caso sportiva – mai così omologata, superficiale, vittima dei ritornelli e delle ideologie del proprio tempo, il nostro scopo fin dall’inizio è stato quello di creare dibattito e di dare voce a chi non si riconosceva nel racconto mediatico dominante prestato allo sport. Un racconto permeato dal sensazionalismo, dalla retorica ‘un tanto al chilo’, dalla spettacolarizzazione in assenza di spettacolo, e strutturato su conflitti di interesse e amichettismi vari. Lo sport ha una sua dignità, anche letterario-culturale, e noi volevamo rendergliela.
Quali valori guidano la vostra linea editoriale e come si riflettono nel vostro approccio critico?
Contrasti è un mondo al cui interno si trova di tutto. Quello che ci unisce, al di là della consapevolezza montaliana di «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», è sicuramente uno spirito, una postura che potremmo definire vagamente ‘ribelle’ e, soprattutto, la volontà di rispolverare la critica sportiva – critica appunto nel suo significato etimologico, ovvero ‘interpretazione’. Dal punto di vista editoriale, rifiutiamo lo sport come spettacolo. Oggi lo sport – il calcio su tutti – viene venduto e commercializzato come entertainment e vari presidenti, amministratori delegati e dirigenti si affannano nel tentativo di spiegarci che deve rivaleggiare con le altre forme di intrattenimento, da Netflix alla PlayStation. Così, si tradisce l’essenza dello sport come fenomeno sociale, culturale, identitario, ‘meta-fisico’ nel senso che va al di là della fisica del campo.

E anche i tifosi stanno cambiando…
Questo sistema crea ‘consumatori’ anziché ‘fedeli’, come più volte abbiamo definito i tifosi. Perché d’altronde ci si innamora del football, così come di altre discipline? Per i contenuti rituali, simbolici, identitari, mica per la partita in sé. Quello è solo l’ultimo atto di un mondo, come la messa della domenica lo è della religione. Dunque, pur nelle tante differenze che ci animano e dalle varie prospettive che ci contraddistinguono, siamo uniti nell’obiettivo di restituire allo sport i suoi caratteri sociali e culturali, nonché di respingere la narrazione progressista-sportiva con le sue varie appendici: spettacolarizzazione, tatticismo, economicismo; individualismo e quindi retorica del top player, fluidità e dunque perdita dei caratteri di radicamento e identità (…).
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