«Faccia al sole e in culo al mondo!». Ricordando Mario Michele Merlino

da Mario Michele Merlino

Mario Michele Merlino è stato molte cose, spesso tutte insieme. Intellettuale irregolare, viandante politico, spirito libero. Questa intervista, realizzata tempo fa per il numero 13 della Rivista, torna oggi per ricordarlo e per salutarlo, come un frammento vivo della sua storia e della nostra.

Fra i personaggi più singolari dell’orizzonte politico-culturale alternativo italiano, tra la fine del ‘900 e questi anni, c’è senza dubbio Mario Merlino. Viene alla luce – e lo rivendica – negli ultimi giorni di Roma ‘fascista’, prima dell’occupazione angloamericana. Il resto è storia: la sua ma anche quella di un Paese che attraversa le stagioni più cariche ed anche drammatiche. Capelli e barba lunga, occhiali tondi, Mario è una sorta di Augusto Daolio nazional-rivoluzionario dei nostri tempi. Oltre a essere citato da Pasolini come ‘capellone’ – che già varrebbe come medaglia al valore – ha rameggiato in ogni direzione, estendendo la sua azione intellettuale e letteraria su territori spesso inconsueti.

La disillusione verso questo mondo posticcio e il disagio di una realtà troppo stretta è comune a molti. Ma pochi poi vedono illuminarsi la scintilla interiore che fa passare da quella disillusione all’azione, a mettere in gioco la propria vita borghese per opporsi a un sistema orizzontale e poliziesco. Quando hai sentito in te accendersi la scintilla?

L’estate sta finendo sulla costa romagnola, anno 1960. Una bizzarria, una inquietudine, una insofferenza, una sfida, a sedici anni: porto in tintoria una camicia bianca, la rendo nera l’indosso, prendo il treno direzione Forlì. In Piazza Aurelio Saffi, gente a bere l’aperitivo ai tavolini: chiedo dove sia la corriera per Predappio. La scena appare loro comica: un ragazzetto magro, occhialuto, con un ciuffo di capelli ingovernabile, in camicia nera – il ridicolo mi risparmia insulti e botte… Arrivo dal Duce, sulla sua tomba. «l’inizio è sempre una divinità – scrive Platone – e salva ogni cosa». Una scelta di vita, un modo d’essere più e al di là di una linea di fronte, di una barricata politica. Il 15 ottobre 1960, dopo aver partecipato agli scioperi studenteschi, con Roberto e Girolamo mi iscrivo alla Giovane Italia. Oltre sessant’anni dopo, l’insofferenza s’è trasformata in consapevolezza, in carne ossa sangue. Le emozioni antecedono il ragionare, questo mondo non mi piace, mi sento escluso, straniero e… atto di vanità: me ne vanto. 

Mario Merlino valle giulia

Di te non si può dire che ti sia risparmiato: tante iniziative, tante collaborazioni, tanti rapporti, insieme a tanti momenti duri che ti hanno certamente forgiato. Cosa insegnano le difficoltà della vita?

L’esperienza poco serve a se stessi; nulla se sono gli altri a fornirtela.
Né rimpianti, né rimorsi. Soprattutto, «uno schianto, non una lagna. Per costruire la città di Dioce che ha terrazze color delle stelle». Né rimpianti né rimorsi.

Il cameratismo oggi: è solo una stretta di avambraccio o c’è dell’altro, c’è di più?

Si corre lungo il Viale. Dietro lo scalpitio, l’incalzare disordinato degli inseguitori. Tanti e cattivi. A un tratto Claudione si slaccia il cinturone e, con voce affannata e decisa,  «non mi va più di scappare. Io carico». Si gira e noi non possiamo fare a meno di essere con lui. Li abbiamo sbeffeggiati con il saluto romano, non ce lo perdonano.
Ora resta solo lo scontro. Darsi l’avambraccio come gesto di appartenenza, non basta di certo. È la mente e il cuore che stabiliscono chi siamo e chi è con noi. Lo stile è l’ordine complessivo del quotidiano esperire, nel condividere e nel riconoscersi. Una comunità.

La cattiveria sinistra contro i caduti del mondo identitario, financo a prendere in giro gli italiani morti infoibati, ha le radici nell’antagonismo ove tutto è concesso o c’è un sentimento – forse – di invidia per chi morì sapendo che la morte comunque non avrebbe vinto?

Non ho mai condiviso il colpo alla nuca, l’annientamento dell’avversario, le fosse di Katin o la cava di tufo lungo la via Ardeatina. La quindicina di partigiani titini, che stuprano Norma Cossetto e la gettano ancora carne palpitante in foiba sono, però, qualcosa oltre l’orrore e il furore delle parti in lotta. Rappresentano un tipo umano che non mi appartiene, come non ci appartengono coloro che li giustificano. L’uomo volgare combatte solo quando è sicuro di vincere; il borghese quando ha qualche probabilità di vittoria; l’aristocratico anche se è sicuro di perdere. La scelta non è una trincea, ma un DNA dello Spirito. L’invidia e il rancore a coloro che si rifugiano dietro le illusorie bandiere della vittoria. 

Hai insegnato nelle scuole pubbliche e, certamente, non con lo spirito da ministeriale che spesso alberga nei professorini più comuni. Hai potuto trasmettere altro oltre che la solita lezioncina indicata dalla direttiva ministeriale?

Ho tradotto una vocazione in professione. Volevo fare il professore e lo sono stato nonostante il malevolo dito puntato di chi mi additava come somma di ogni nefandezza. Sì, sono stato fortunato. Ho cercato di stimolare la curiosità, tanto cara a Ezra Pound, nei miei studenti. Non so se sono stato in grado di dare tutto quello che avrei voluto ma ho cercato di farlo: non entravo in sala professori, ma condividevo le domande che, tacite, insorgono dietro i banchi in adolescenze spesso inquiete e difficili. Quello che ho saputo insegnare non saprei quantificarlo, quello che ho ricevuto è stato moltissimo: coinvolgere Valerio a comporre musica per il progetto ‘Le sbarre e le stelle’ – omaggio a Robert Brasillach -, quelle poesie al contempo strazianti e rasserenanti e poi alcune alunne nel tempo a recitarle, ad esempio. E poi, fuori di politica e retorica, un’immagine più delle altre: entro in classe, sulla lavagna a caratteri cubitali hanno scritto: “Merlino, uno di noi”.

Dopo l’infatuazione per i colonnelli greci e il viaggio studio in Grecia del 1968, nei tuoi itinerari europei tra miti, avventure e suggestioni raccontate in Strade d’Europa, qual è la linea non oltrepassabile per dirsi ancora autentici europei?

Lo zaino in spalla, il sacco a pelo arrotolato, l’autostop o mesi trascorsi a lavorare dietro un bancone, ben prima del viaggio in Grecia, senza alcun innamoramento. A cercare i segni di un’Europa non soltanto dall’Oceano Atlantico ai Monti Urali, ma geografia dello Spirito, la cui profondità ed estensione rimanda all’aforisma del filosofo Eraclito, i cui confini dell’anima sono così vasti da essere irraggiungibili. 

Il sogno infranto di quella torre «del nostro orgoglio e della nostra disperazione» che Drieu aveva inseguito per tutta la vita e che, seguendo la lezione successiva di Adriano, rimaneva un mito in quei difensori provenienti da tante parti d’Europa, gli ultimi di una Berlino ridotta in macerie. 

La continua interazione tra il tuo pensiero, la tua vita e la tua opera letteraria, è una fusione dell’opera al rosso con l’opera al nero. Picchi di altissima idealità, coniugati ad aspirazioni sociali rivoluzionarie. Come è stata possibile?

Non so. Forse nasce da quel rifiuto verso il pensiero razionale dell’Occidente e del suo disprezzo verso il linguaggio del corpo, considerato il limite, l’inutile, il finito. Ho sempre privilegiato le emozioni e le ho poste antecedenti alla ragione. Forse per questo ho dato voce in me stesso al libero gioco delle contraddizioni. 
Il rosso e il nero, il sangue e l’inchiostro, Apollo e Dioniso che si dividono il palcoscenico del tragico.

Ti sappiamo cultore e innamorato degli scrittori francesi tra le due guerre, Brasillach scrisse una ‘Lettera ad un soldato della classe ‘40. Per concludere, tu cosa scrivi a un ragazzo della classe 2000?

Brasillach, a pochi giorni dal plotone di esecuzione, affidava a uno sconosciuto giovane lettore la fierezza e la speranza, «le sole due virtù a cui si affida, ora, il mio cuore». Non so se la mia generazione sia stata all’altezza del compito affidatoci, so che comunque abbiamo tentato. Io idealmente consegno un foglio bianco affinché qualcuno vi disegni il percorso che conduce oltre i confini che le leggi di questo malo tempo vorrebbero imporre. Essere uomini contro, essere uomini in cammino. Non sono tempi facili i vostri. Ma quando mai lo sono? Eppure so che, nonostante tutto e tutti, avete buone gambe e una penna capace di scrivere la vostra vita.  

Di ‘mio’ il motto di una nobiltà (inesistente), sotto lo stemma ‘bastoni e barricate’, forma estrema di irriverenza: ‘faccia al sole e in culo al mondo!’

ACQUISTA O ABBONATI ALLA RIVISTA:

Ti potrebbe piacere anche

Lascia un Commento