Come sta la Giustizia? Dai processi sulle stragi alla separazione delle carriere

da Valerio Cutonilli

Valerio Cutonilli frequenta da tanti anni le aule di tribunali come avvocato. Qual è lo stato di salute della giustizia in Italia?

Ritengo che lo stato di salute della giustizia sia lo stesso degli altri poteri dello Stato: uno stato non ottimale. Anche l’opinione pubblica oggi rivolge alla magistratura quelle valutazioni prevalentemente critiche, in passato limitate al potere esecutivo e a quello legislativo. Il prestigio conquistato all’epoca di Mani Pulite si è esaurito quasi del tutto. La vicenda Palamara e le controversie sul seguitissimo caso del delitto di Garlasco – per limitarci a due dei possibili esempi – hanno inciso in modo marcatamente negativo. Le nostre istituzioni scontano un gap di arretratezza sempre più evidente e il potere giudiziario non fa più eccezione.

In primavera gli italiani andranno alle urne per votare il referendum confermativo della riforma della giustizia, che forse è più propriamente una riforma della magistratura. Cosa cambierebbe per effetto della riforma? Su quali problemi invece la riforma non può incidere?

A mio personale avviso, la riforma è necessaria ma non sufficiente. Necessaria perché la separazione delle carriere appare la soluzione più in linea con il modello del processo accusatorio, a sua volta il più ossequioso dei principi del diritto romano. Anche un esame comparato degli ordinamenti più apprezzati – per esempio Usa, Regno Unito e Germania – dimostra che la necessità di presidiare la terzietà del giudice imponga soluzioni anche molto differenti da caso a caso ma simili nello scopo d’impedire qualsiasi possibilità di osmosi con la funzione requirente.

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La riforma però non è sufficiente in quanto non incide sui fattori gravemente patologici del nostro sistema giudiziario. Ne cito solo alcuni. L’eccessiva durata media dei processi (penali e civili) che è da imputare a problemi strutturali e di ruolo anziché a una scarsa diligenza dei magistrati. V’è poi la violazione disinvolta e quasi sempre impunita del segreto d’indagine, frutto di sponde inaccettabili tra alcune cancellerie e determinati organi di stampa. Un’autentica barbarie che trasforma sovente un’indagine ancora in corso in una condanna anticipata, con buona pace della presunzione di non colpevolezza.

La storia d’Italia è anche una storia giudiziaria. Lei ha legato il suo nome agli studi sulle vicende processuali degli anni di piombo e sulle stragi. Sugli esiti delle stesse si sente spesso dire che«le sentenze si rispettano». Ma si possono lo stesso contestare?

La questione non riguarda solo i processi sul terrorismo ma ha una portata generale. Le sentenze vanno ovviamente eseguite anche quando si ritengono ingiuste. Altrimenti la giustizia, priva consapevolmente del requisito dell’infallibilità, non potrebbe funzionare. Ciò non può tuttavia esimerci dal diritto o, meglio, dal dovere di critica, allorquando le motivazioni che sostengono una pronuncia ci lasciano perplessi (…).

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