«Tribunali svuotati e processi infiniti: il fallimento della giustizia italiana». Intervista all’Avv. Michelacci

da Sonia Michelacci

Oggi presentiamo ai lettori di Fuoco Sonia Michelacci, avvocato penalista del Foro di Firenze. Avvocato, parliamo di Giustizia.
Innanzitutto, occorre chiarirsi sul termine Giustizia, che è soggettivo: quello che è giusto per me non necessariamente lo è per altri e non a caso fin dall’antichità si è dibattuto in campo filosofico giuridico sulla dicotomia legge-giustizia; a tal proposito, come ho letto tanto tempo fa in un articolo sul sito domenicogallo.it, la lotta per l’uno quasi mai ha coinciso con la lotta per l’altro.

Così è stato fin dai tempi di Sofocle: il conflitto fra Nomos e Phusis ben s’identifica in quello fra Antigone, che decide di dare degna sepoltura a Polinice, dichiarato dal re traditore della Patria, e Creonte che aveva decretato la messa a morte per chi avesse compiuto il pietoso gesto. «La mia colpa è santa» dirà Antigone poiché il suo crimine, che tale è per la legge degli uomini, altro non rappresenta che un atto di giustizia divina. Passando dal romano dura lex sed lex e dall’auctoritas non veritas facit legem di hobbesiana memoria, superata l’era dei totalitarismi, lo iato che separa il diritto dalla giustizia viene improvvisamente colmato, a favore del diritto, dalle costituzioni democratiche e dal diritto dei trattati internazionali di portata universale.

Lei frequenta da tanti anni le aule di tribunali come avvocato. Qual è lo stato di salute della giustizia in Italia?

Quello di un malato terminale. Si può misurare dalla lunghezza dei processi, dalle migliaia di persone sottoposte a misura cautelare in carcere in attesa di giudizio, dalla digitalizzazione fortemente voluta che ha svuotato i tribunali (tutto passa attraverso un computer, un portale). Se già il sistema giustizia languiva, con le normative di emergenza Covid prima e la Riforma Cartabia poi, ha subito il colpo di grazia. 

Questo vale anche per i processi civili?

Il diritto civile ormai è ostaggio del telematico così come pian piano sta succedendo al processo penale. Nelle Corti di Appello occorre chiedere di presenziare all’udienza altrimenti il processo verrà deciso in Camera di Consiglio senza l’intervento delle parti, solo per fare un esempio. Gli adempimenti burocratici sono aumentati, le modalità di deposito telematico degli atti si scontrano con le problematiche legate al funzionamento del portale telematico, ai problemi di connessione e quant’altro. 


Gioca un ruolo la digitalizzazione in questa dinamica?

Sì. Io non sono contraria alla digitalizzazione, ma poteva essere introdotta in termini tali da non sovrapporsi al rapporto umano fra avvocati, fra magistrati, fra giudici e avvocati e cancellieri, che pian piano si sta eliminando totalmente. Se fate un giretto in Tribunale vedrete aule vuote, cancellerie vuote, e non è solo colpa della digitalizzazione. Con la riforma Cartabia sono aumentate le archiviazioni poiché il Pubblico Ministero o eventualmente il Gip o Gup (giudici delle indagini e dell’udienza preliminare), deve prevedere fin dalla fase delle indagini se si arriverà o meno ad una sentenza di condanna … non è aberrante? A ciò aggiungiamo le depenalizzazioni di alcuni reati, la necessità di querela per altri un tempo procedibili d’ufficio e quant’altro e il risultato è quello che è sotto gli occhi di tutti. 

In tutto questo, mentre si discute se un appello deve essere depositato con pec, o con portale (ma non più assolutamente in cartaceo) poco si fa per risolverei problemi, per esempio, e solo per citarne alcuni, legati alla sicurezza nelle nostre strade (e case), all’immigrazione incontrollata, o alla giustizia sociale. Di chi è la colpa? Di un sistema agonizzante. Ci hanno imposto di uniformarci agli standard europei e per soddisfare questo diktat stiamo distruggendo la nostra cultura giuridica.

Si avvicina il referendum confermativo della riforma della giustizia fortemente voluta dal governo. Cosa cambierebbe la vittoria del ‘sì’? A quali problemi non darebbe, invece, risposta?

Il discorso sulla riforma costituzionale della giustizia è complesso. Parto dalla seconda domanda: non inciderebbe sulla lunghezza dei processi e sulle problematiche della giustizia sopra evidenziate (in maniera certamente non esaustiva) e quindi non porrebbe riparo alle storture del sistema giudiziario né tantomeno a quelle introdotte dalla Riforma Cartabia (sulla quale auspichiamo si metta presto mano). Non inciderebbe, cioè, sul dato tecnico o sostanziale del processo in sé. 

E allora cosa cambierebbe?

Quello che cambierebbe sono i rapporti fra le parti. Se passasse la riforma, si potrebbe sperare in una vera autonomia di tutte le parti del processo: la pubblica accusa verrebbe ad occupare un posto pari a quello della difesa davanti ad un giudice decisamente terzo. 

La critica rivolta dall’Associazione Nazionale dei Magistrati è che, se passasse la riforma, il Pubblico Ministero verrebbe di fatto assoggettato al potere politico, o che questo possa prima o poi accadere.

In realtà l’art. 104 della Costituzione, così come modificato, prevede espressamente che la magistratura requirente continuerà a costituire un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. La differenza sta nel fatto che chi entra in magistratura dovrà scegliere quale delle due carriere intraprendere – fra quella requirente e quella giudicante – fin dall’inizio. La legge di revisione sancisce proprio l’indipendenza e la autonomia dei magistrati che sceglieranno la carriera requirente

La riforma poi va oltre, prevede l’istituzione di due CSM: il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente, presieduti entrambi dal Presidente della Repubblica (con sorteggio dei componenti  – vi risparmio i tecnicismi) i quali manterrebbero sostanzialmente le competenze che già ora ha il CSM ma viene loro sottratta quella in tema di provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati ordinari, giudicanti e requirenti che invece viene demandata ad una Alta Corte disciplinare composta da 15 giudici.  Anche i membri dell’Alta Corte eccetto 3 nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio dovranno essere estratti a sorte.

Credo proprio che sia questo l’aspetto che più indispettisce i diretti (alcuni) interessati poiché   il sorteggio quantomeno dovrebbe modificare (meglio sarebbe rimuovere definitivamente, ma lo vedremo se passerà la riforma) il sistema oggi vigente, di camarille, correnti, clientele e quant’altro con tutto ciò che evidentemente ne deriva.  Dovrebbe, il sorteggio, detto in soldoni, annullare il potere delle correnti della magistratura su quella che è, ricordiamolo, una organizzazione istituzionale.

Sarà così? Se non proviamo non lo sapremo mai.

Lei menziona le ‘correnti’. Se ne è parlato molto, dal caso Palamara in poi. Un altro luogo comune sulla magistratura è quello delle ‘toghe rosse’… Le toghe sono davvero ‘rosse’?

La magistratura oggi è assoggettata alle logiche correntizie: che siano rosse o di altro colore poca importa. Il senso della riforma costituzionale sulla giustizia tende proprio a porre rimedio a quello che, in un settore così delicato come quello della giustizia, può rappresentare un problema.

Cosa vuol dire ‘toga rossa’? Il termine viene riferito a magistrati che ci presumono politicizzati a sinistra (questa definizione è diventato virale, come si dice oggi, in occasione dei processi a Berlusconi) e può anche essere che sia così, come un tempo vi erano toghe conservatrici che strizzavano l’occhio alle politiche vigenti. Storicamente le ‘toghe rosse’ nascono negli anni Sessanta per contrapporsi a una magistratura, secondo loro, conservatrice e reazionaria (quella che per intendersi riteneva che gli infortuni sul lavoro fossero un prodotto della fatalità). Nascono, quindi con una connotazione culturale a sinistra in contrapposizione a quella che ritenevano fosse una magistratura connotata culturalmente a destra (ai tempi per intenderci del dominio indiscusso della DC).

Non posso quindi oggi dirvi di che colore sono le toghe, alcune potranno anche essere marcatamente orientate a sinistra, ma ha così tanta importanza? Il problema sono le correnti, non solo il colore delle correnti. Una cosa vorrei: che nei tribunali si giudicasse secondo giustizia, ma come ho già detto nei tribunali si applicano le leggi (cosa diversa dalla giustizia come già spiegato nel rispondere alla prima domanda) che inevitabilmente risentono dell’orientamento di chi le promulga e dall’adesione o dissenso anche di chi è chiamato ad applicarle e interpretarle, di qualunque colore politico esso sia.

Ultima domanda. Nella sua carriera di avvocato, ha mai percepito qualche forma di pressione politica sui processi?

Onestamente no. Può essere capitato di aver percepito un clima teso durante alcuni processi aventi ad oggetto reati a sfondo politico, dettato probabilmente da un diverso sentire (che però non può incidere sull’applicazione della norma) ma ho anche incontrato Giudici che hanno, appunto, giudicato al di là di ogni pregiudizio suscitando anche reazioni indignate sulla stampa e da parte di qualche suo e mio collega.

Solo durante un processo piuttosto importante per la storia d’Italia ho avuto una sensazione di disagio fin dall’inizio quasi sapessimo (noi difensori) già l’esito che poi inevitabilmente quel processo ha avuto. Non l’ho però avvertita come una pressione politica bensì come una profonda ingiustizia che mi ha lasciato addosso tanta amarezza e senso di impotenza (ma questo accade anche nei processi non politici). I Giudici hanno voluto dare un colpevole all’opinione pubblica? Non lo so, voglio pensare di no, certo è che più ripenso agli atti presenti nel fascicolo processuale e più mi convinco che l’esito poteva e doveva essere diverso. Poi per carità anche i magistrati hanno le loro idee e magari alcuni processi possono risentirne, ma teniamo presente che comunque devono osservare il codice, le leggi speciali e quant’altro e le sentenze si possono impugnare (almeno fino al terzo grado di giudizio e, in alcuni casi, anche davanti alla Corte di Giustizia Europea). Gli indirizzi giurisprudenziali oscillano in continuazione, pensate al ‘saluto romano’, in merito al quale la Cassazione si è espressa più volte in senso alternato, prima dell’intervento delle Sezioni Unite a fare chiarezza. 

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