Mentre in Italia il dibattito sul genocidio a Gaza infiamma titoli e talk show, in Palestina ‘genocidio’ non è un’astrazione accademica, ma una realtà quotidiana che macina corpi e anime. Eppure, i gazawi non si aggrappano ossessivamente al termine, pur contando ogni vittima con precisione lancinante. Non per scetticismo verso le definizioni giuridiche, ma perché, nella loro prospettiva spirituale, la misura dell’orrore è un’altra.
Il Corano lo proclama con chiarezza cristallina (5:32): «Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo – che non abbia ucciso a sua volta o sparso corruzione sulla terra – sarà come se avesse ucciso l’intera umanità. E chi ne salvi uno, sarà come se avesse salvato l’intera umanità.» Un versetto originariamente rivolto ai Figli di Israele, ma che, nel contesto coranico e nell’interpretazione islamica, trasmette un principio universale valido per tutta l’umanità.
Se l’assassinio di un solo innocente equivale, agli occhi di Dio, all’annientamento del mondo intero, allora il gergo dei tribunali, con i suoi calcoli di intent e scale, appare ridicolo, inadeguato. Non serve sommare cadaveri per certificare un genocidio. Un solo innocente ucciso è già il collasso totale dell’umanità.

Tuttavia, in Italia si tace quasi del tutto su un genocidio che, per i palestinesi, è tanto devastante quanto ignorato. Un genocidio che non lascia fosse comuni ma deserti di memoria. I palestinesi lo denunciano da anni, e oggi ha raggiunto proporzioni mai viste: il genocidio culturale.
La Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio del 1948 lo dice chiaramente: distruggere centri storici, siti archeologici, musei e luoghi di culto è un atto premeditato per cancellare l’identità collettiva di un gruppo. John Hocking ‒ Cancelliere del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) ‒ lo ha ribadito con forza durante una conferenza UNESCO ad alto livello tenutasi a Bruxelles nel giugno 2016: «Dove c’è distruzione culturale, può esserci genocidio. Dove c’è pulizia culturale, può esserci pulizia etnica. […] Non possiamo minimizzare i crimini contro il patrimonio culturale». A Gaza questi crimini si consumano sotto lo sguardo complice del mondo. Hamdan Taha, archeologo palestinese ed ex Direttore generale del Dipartimento delle Antichità, nel suo studio Destruction of Cultural Heritage in Gaza, denuncia una devastazione senza precedenti. Più di 200 siti su circa 320: oltre il 60% della memoria storica di Gaza è in rovina.
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