«Tanti calciatori ma pochi uomini». Faccia a faccia con Alessio Tacchinardi.

da Alessio Tacchinardi

Una carriera, quella di Alessio Tacchinardi, iniziata negli anni 90. Sono trascorsi poco più di tre decenni ma sembra cambiato molto… a partire dai calciatori. Quanto e come sono cambiati?

Tantissimo e non direi in positivo. Ieri il calciatore metteva in prima linea la passione, l’ambizione, l’agonismo, la voglia, l’attaccamento alla maglia. Oggi è cambiato tutto: in un anno puoi cambiare tre squadre, prima tre squadre ne cambiavi in 15 anni di carriera. Se il calcio è un business, il calciatore è finito per diventare un’azienda. E questo lo porta a non pensare solo al campo. C’è tanto ‘altro’ e questo tanto ‘altro’, secondo me, fa perdere quello che avevamo noi e che ci ha portato in alto, ovvero la voglia di mordere, di essere ‘belli tosti’. 

Se Tacchinardi esordisse oggi sarebbe come loro?

Forse sì! E’ tutto il contesto ad essere cambiato. Un tempo, arrivavi in una grande squadra e nello spogliatoio trovavi gente come Vialli. Il messaggio era chiaro: «zitto e pedalare». Un po’ di sano ‘nonnismo’, si direbbe. Come a scuola, del resto: quando non andavi bene ti davano due schiaffoni, andavi a casa e i tuoi genitori ti davano il resto. Oggi, se un insegnante osa dirti qualcosa, viene denunciato, se a farlo è l’allenatore, si cambia subito squadra. Non si è più disposti a rimboccarsi le maniche, ecco la verità. 

E tu quella voglia ce l’avevi eccome…

A 15 anni ero all’Atalanta e il campo non lo vedevo. Volevo giocare? Mi sono dovuto rimboccare le maniche. I genitori di allora erano diversi, mio padre non mi ha detto «bravo» neanche una volta. Oggi, invece, anche se sei scarso, se non giochi è sempre colpa di qualche fattore esterno. Quindi è tutto un sistema che, personalmente, non mi entusiasma più. Il più grande riconoscimento per quelli della mia generazione è andare in giro per l’Italia e trovare ancora la gente che si identifica in noi, che abbiamo dato tanto per le nostre squadre. 

I calciatori, prima ancora che sportivi, sono esseri umani che si ritrovano, ancora giovani, a vivere una vita molto agiata, spesso sotto la luce costante dei riflettori. Ma se un certo tipo di educazione viene meno… tenere i piedi per terra non deve essere semplice.

L’educazione di un tempo era totalmente diversa: crescevi con la voglia di fare qualcosa di importante. Oggi c’è troppo benessere e ci sono sempre troppe scuse per accomodarsi. Mi fa ridere quando mi dicono che mio figlio «ha il cognome…»: nel campo se uno ha fame, ha fame, cognome o no; se uno non ha fame, non ha fame. E senza fame non si va avanti: non è mai colpa o merito del cognome, dell’allenatore o del ruolo in cui si gioca. Io faccio parte, ancora oggi, di una generazione di genitori che ha saputo essere ‘cruda’ con i figli, nel modo giusto, per il loro bene. Ho avuto quegli insegnamenti lì e mi hanno portato a essere la persona che sono, che per me è ‘tanta roba’.  

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