Almerigo Grilz: gli occhi della guerra

da Matteo Carnieletto

Raccontare la guerra è una vocazione, qualcosa a cui si è inspiegabilmente chiamati. Quando le bombe cadono dal cielo e i proiettili fischiano, la gente scappa per portare a casa la pelle. Nessuno vuole vedere l’orrore, i corpi bruciati. Nessuno vuole sentire il dolce odore della morte. Ripugna al corpo, intossica la mente. Perché ciò che hai visto non te lo strapperai mai di dosso. Sarà sempre con te. Eppure, c’è chi è consapevole di tutto ciò. Ha paura. Sente l’abisso e, nonostante questo, decide di andarci incontro per vedere che cosa succede. Perché le notizie esistono solo se c’è qualcuno che le racconta. Come Almerigo Grilz, che fondò l’agenzia Albatross insieme a Fausto Biloslavo e Gian Micalessin e che morì, proprio mentre stava raccontando un conflitto, quello tra Renamo e Frelimo, in Mozambico il 19 maggio del 1987. Almerigo aveva visto tutti i più importanti conflitti dell’epoca. Li aveva filmati. Come alla fine filmò la sua stessa morte. 

La storia è nota: Grilz sta seguendo l’offensiva dei ribelli, a un certo punto l’ordine della ritirata. Almerigo si gira con la sua cinepresa, ma un cecchino lo prende in pieno. È questione di un attimo: Almerigo non c’è più. Verrà poi portato dai guerriglieri sotto un albero di Mutongo sotto al quale riposa ancora oggi e dove, da quest’anno, Fausto Biloslavo e Gian Micalessin hanno affisso una targa per ricordarlo, in una missione finanziata dall’associazione Amici di Almerigo, che ogni anno organizza un premio giornalistico in suo onore. Su di essa poche parole: giornalista italiano morto mentre faceva un reportage sulla guerra civile di questo Paese. E poi le stesse parole di Grilz: «Mi sporgo fuori per filmarli: non è facile, occorre stare appiattiti a terra perché le pallottole fischiano dappertutto. Alzare troppo la testa può essere fatale».

Sono passati un po’ di mesi da quando Biloslavo ha affisso quella targa, ma l’emozione è ancora tanta. «Appena sono arrivato sotto quell’albero, ho pensato alla Pasqua del 1987, quando ero sul molo Audace di Trieste con Gian e Almerigo, che dice: “Muli facciamo una foto, i tre dell’Albatross insieme. Non si sa mai“. Un mese dopo un cecchino lo avrebbe colpito con un proiettile alla nuca mentre filmava il suo ultimo reportage, le immagini della sua morte». L’ultima volta che i tre amici hanno passato una giornata insieme. Poi una sorta di presentimento. Uno di quelli che ti fanno dubitare di partire. Cui, forse, Almerigo avrà risposto come sempre: «Why not?». Perché no? Perché non partire lo stesso? Perché non seguire, ancora una volta, l’istinto del reporter che ti porta là, nel cuore dell’Africa, per raccontare l’ennesimo conflitto? Perché – si era chiesto qualche tempo prima – non seguire i mujaheddin afghani che combattono contro i sovietici? Ma anche, perché non vendere qualche oggetto da poco in giro per l’Europa per guadagnare i soldi per un nuovo reportage?

«Aveva in sé la vocazione del testimone – prosegue Biloslavo – e amava raccontare tutto, senza filtri e lo faceva con un coraggio visionario. E poi utilizzava tutti gli strumenti disponibili. Aveva capito, da precursore, che non bastava solamente scrivere gli articoli. Filmava con la telecamera, scattava fotografie e anche disegni. La multimedialità per lui era fondamentale». Chissà cosa avrebbe fatto oggi Almerigo, con le potenzialità di Internet. Era gli occhi della guerra.

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