Pedalando alla fine del mondo. Obiettivo: Patagonia

da Matteo Stella

Pedalando in Sud America, fino al Fitz Roy

Alla fine del mondo c’è Villa O’Higgins. Un nome che sembra uscito da una leggenda più che da una mappa, eppure, è lì, all’estremo confine della Patagonia cilena. L’ultimo baluardo della Carretera Austral, la strada che taglia a metà la natura selvaggia di questo angolo di mondo. 
Quel giorno era l’autentica fine del mondo. Infatti, la strada si fermava lì, non c’era più nulla oltre, ma non per me.

Sarei dovuto andare avanti, volevo arrivare fino a Ushuaia. Ero arrivato in questa cittadina minuscola dopo 70 giorni di viaggio, trascinando la mia vecchia Salsa Fargo, una bici carica come un mulo in guerra. Pedalavo sin da Bogotà, Colombia: quasi ottomila e cinquecento chilometri conquistati con fatica. Avevo attraversato l’Amazzonia, scalato la Cordillera Blanca, sfidato le tempeste tropicali sulle montagne peruviane e pedalato sotto il sole del Salar de Uyuni. 

Non era un viaggio. Non nel senso comune. Piuttosto, era stato un duello. Una battaglia quotidiana contro me stesso, un modo per mettere alla prova le mie debolezze. Ogni giorno una guerra, ogni metro conquistato una piccola vittoria. Imparavo a conoscermi meglio e spostavo la linea del mio impossibile sempre un po’ più in là.  

Ma la Patagonia… La Patagonia non era una regione o un paese, era una Terra. Qui, la natura non era solo uno sfondo, era un essere vivente, un’entità antica e potente che non ti lasciava mai dimenticare quanto fossi piccolo. Era un mondo primordiale. 

A Villa O’Higgins, fermo un paio di giorni, per la prima volta dopo settimane di fatica, due giorni, mi dissi che non era finita. Solo il tempo di sistemare la bici, riposarmi e prepararmi per quella che sarebbe stata un’altra, folle tappa di questo viaggio. La Carretera Austral finisce lì, mi avevano detto. Ma il mio cammino no: sebbene non ci sia una strada di collegamento attraverso la Cordillera Patagonica verso la Ruta 40 argentina, esiste un sentiero remoto, un passaggio che sembra più una leggenda che una realtà. Era possibile? Non lo sapevo, mi avevano detto che era complicato, pericoloso, forse impossibile con una bici. Ma non ero arrivato fino a lì per dare retta a chi diceva di fermarmi.

Presso il molo di Villa O’Higgins, quella sera, al tramonto, ero in sella alla mia fedele bicicletta. Il vento gelido da sud frustava il mio viso, sollevando nuvole di sabbia che sembravano stormi di uccelli danzanti nell’aria. Mi fermai. Mi accovacciai dietro una roccia, accesi il fornello e preparai un caffè caldo, cercando di ignorare il freddo che mi entrava nelle ossa. (…)

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