La Cina è vicina (all’Africa)

da Daniele Perra

La grande maggioranza degli studi “occidentali” sul ruolo della Cina nel continente africano si concentra quasi esclusivamente su ciò che Pechino riceve e sulla sua volontà espansiva, riproponendo la consueta opera di demonizzazione del gigante asiatico come Paese neocolonialista e neoimperialista. La realtà e con essa il ruolo del fu “Impero di mezzo” in Africa, naturalmente, a prescindere dal fatto che è assai difficile applicare categorie occidentali alla diplomazia cinese, è molto più complessa di come ci viene presentata.

I primi contatti tra Cina ed Africa vengono fatti risalire addirittura alle dinastie Song (960-1279 d. C., fondata da Song Taizu) e Yuan (1279-1368 d. C., fondata da Kublai Khan, nipote di Gengis Khan e, dunque, di origine mongola). Il numero di ceramiche e porcellane cinesi ritrovate nei siti archeologici dell’Africa orientale risalenti a questi periodi è enorme.

Lo storico Teobaldo Filesi nella sua fondamentale opera Le relazioni della Cina con l’Africa nel Medioevo, inoltre, sottolinea come lo sviluppo navale ed il livello tecnologico raggiunto dalla Cina fosse superiore a quello arabo ed europeo sin dalla dinastia Tang (618-907 d. C.). Tuttavia, fu a partire dalla dinastia Ming (1368-1644 d. C.) che la Cina si aprì definitivamente verso l’Oceano Indiano e l’Africa costruendo stabili contatti in aree che oggi corrispondono alle coste della Somalia e del Kenya.

A quest’epoca (specificamente all’inizio del XV secolo) risalgono i viaggi del grande navigatore Zheng He. Questi, musulmano originario dello Yunnan il cui nome di nascita era Ma He (versione sinizzata di Muhammad), era un eunuco reale compagno di giochi del principe Zhu Di salito al trono con il nome di Yongle (“gioia sempiterna”) dopo aver deposto l’Imperatore Jianwen.

Una volta al potere, Yongle spostò la capitale dell’Impero da Nanchino a Pechino, dove fece costruire la Città Proibita, ed ordinò la costruzione di un’immensa flotta imperiale (317 navi con 28.000 soldati a bordo) per scopi sia militari che mercantili.

Zheng He, divenuto devoto di Tianfei (la divinità cinese dei mari), fu l’ammiraglio di quella che è stata la più grande flotta dell’epoca e, nel giro di sette viaggi, si spinse (sicuramente) fino al Madagascar ad Occidente; mentre taluni sostengono che, ad Oriente, i navigatori cinesi si spinsero fino alle coste dell’America centrale (il nome Guatemala deriverebbe dalla volontà di un monaco buddista di onorare il Budda Gautama).

I successori di Yongle iniziarono a considerare dannosi i viaggi all’infuori dei mari adiacenti alle coste cinesi e ne  tagliarono progressivamente i fondi fino a porre la parola fine al periodo delle esplorazioni ed a ristabilire una sostanziale chiusura verso l’esterno che ha contraddistinto la Cina fino al momento in cui venne forzata ad una nuova “apertura” dall’imperialismo britannico con le cosiddette “Guerre dell’Oppio” e gli “umilianti” Trattati di Nanchino e Tientsin del XIX secolo. (…)

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