L’Africa derubata dell’anima

da Enzo Iurato

Che li si acclami nei campi di calcio e li si ammiri per le loro performance atletiche nelle più svariate competizioni sportive, o che li si scruti con sospetto timore e (malcelato) disprezzo nei quartieri ghetto delle periferie urbane o nei paraggi delle stazioni ferroviarie e dei parchi cittadini, dove vagano oziando il giorno intero, tutti questi, campioni superpagati o indigenti clandestini, hanno una cosa in comune tra loro: il colore della pelle; quindi la stessa origine africana, di cui quel colore è indice inequivocabile. Indipendentemente dal numero di generazioni che li separa dalla terra natia. E, senza nulla concedere all’ipocrita “correttezza politica”, alla quale non è nostra intenzione piegarci o acconsentire, va detto che è proprio la demonizzazione di ogni riferimento a quel “colore” a dar mostra del peggior razzismo: quello democratico; nel tentativo di occultare con l’uso fraudolento delle parole colpe e responsabilità ben precise verso l’Africa e le sue popolazioni, di cui i democratici e progressisti uomini civilizzati si sono macchiati.

L’idea che ancora in gran parte sussiste in Occidente del Continente nero è quella della barbarie dei suoi abitanti, della loro arretratezza rispetto al nostro modo di essere e al nostro tenore di vita; con cui già a suo tempo venne motivata ogni invasione, venne giustificato ogni saccheggio, venne legittimata ogni schiavitù. Uno dei parti velenosi del mondo moderno, capitalistica e mercantile, è stato infatti il colonialismo, che considerava le popolazioni africane abbrutite barbare e incivili da sottomettere e sfruttare. 

L’Africa è un gigantesco giardino naturale, sovrabbondante di specie vegetali e animali, e di innumerevoli etnie e tipi umani, immersi in una natura rigogliosa ed esuberante, misteriosa e sacra, nelle immense foreste ombrose e negli sterminati spazi assolati, i cui paesaggi mozzafiato producono nostalgia e attaccamento emotivo in coloro che ci mettono piede. Ed è proprio in questo “giardino incustodito”, piatto prelibato per gli Europei, che hanno fatto razzia i conquistatori, rapinandone la natura e le materie prime, massacrando (per sport e divertimento!) gli animali, sfruttandone gli abitanti, depredandone l’arte e tutto ciò che di materiale e immateriale poteva essere portato via.

Il razzismo moderno, il peggiore ed il meno giustificabile dei razzismi, ha dato per scontato (perché gli conveniva!) che queste popolazioni non avevano mai costruito nulla di imponente e duraturo, essendo intrinsecamente e naturalmente (potenza del darwinismo!) inferiori ai bianchi, vivendo ancora nell’alba dei tempi ed essendo incapaci di progredire in modo autonomo. 

Nel nuovo modello gerarchico che si era venuto ad affermare, basato su parametri esclusivamente materiali e sull’interesse economico dei mercanti, già all’origine del commercio degli schiavi, i bianchi stavano alla sommità e i neri, in quanto oggetti degradati a forza lavoro prigioniera, al punto più basso. E, fra i bianchi, (naturalmente!) gli inglesi si trovavano al vertice dello scalino più alto. Così il razzismo dell’Inghilterra, quasi inesistente in Europa prima della metà del secolo XVII, e del tutto sconosciuto nel Medioevo, come del resto è avvenuto per tante altre anomalie moderne, è diventato il razzismo del resto del mondo industrializzato; pretendendo il progresso e il corrispondente “senso della storia” un alto costo umano e materiale. E se ad altre civiltà vittime dell’interesse occidentale, come la cinese, l’indiana e quelle precolombiane, è stato riconosciuto  – bontà loro! – un proprio contributo allo sviluppo dell’umanità, l’Africa la si è sempre tenuta fuori da questo circolo privilegiato.
Può quindi tornare utile quanto sostenuto da Evola nell’affrontare (…)

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