Che il continente africano, dalla decolonizzazione al secondo dopoguerra e poi ancora dalle ‘primavere arabe’ alle nuove proiezioni multipolari, non abbia ancora trovato una propria stabile ed effettiva dimensione nel mondo contemporaneo è una evidenza ampiamente supportata dall’analisi storica e geopolitica. Una disamina approfondita rivela che la fragilità strutturale e istituzionale dell’Africa è l’esito di un complesso groviglio, in cui il retaggio coloniale si è intrecciato con visioni del mondo, dinamiche globali e scelte interne che hanno prodotto un’instabilità perenne.
La ‘genetica coloniale’ ha impiantato vulnerabilità iniziali – confini artificiali, economie distorte e divisioni etniche – che sono state poi esacerbate dalla competizione nella Guerra Fredda e da un fallimento generalizzato dai governi insediatisi nel post-indipendenza, impedendo il superamento di questi retaggi. Le recenti ‘primavere’ rappresentano la penultima e drammatica manifestazione di questa eredità storica, ma non l’unico fattore. Tuttavia, in questo momento, l’orizzonte dell’Africa è popolato di antichi fantasmi e nuovi soggetti: lo scontro del blocco russo asiatico con quello occidentale, insieme all’emersione di un fronte multipolare contro la vecchia e stantìa dominazione occidentale, si riverbera inevitabilmente sul continente nero. Gli scenari che si aprono destabilizzano a loro volta le economie, le politiche e le relazioni di tutto il mondo.

Prima del XIX secolo, le relazioni con l’Europa erano caratterizzate principalmente dalla tratta atlantica degli schiavi. Successivamente, l’Europa iniziò a sviluppare la produzione industriale, aumentando la necessità di risorse naturali e nuovi mercati. La fine della tratta e la crescente ricerca di materie prime per l’industria, insieme alle rivalità tra le potenze europee, posero le basi per l’inevitabile ‘spartizione’, guidata dalla tecnologia e da una presunta ‘missione civilizzatrice’. La rivoluzione industriale e la crisi economica interna al capitalismo occidentale spinsero le potenze europee a cercare nuovi mercati e, soprattutto, a garantirsi un accesso esclusivo alle materie prime del continente, imponendo monoculture e spesso ricorrendo a metodi coercitivi, con effetti distruttivi sulle società africane, al punto di soffocare sul nascere qualsiasi sviluppo socio-economico organico al territorio.
Infine, nel dopoguerra, l’espansione fu giustificata da un’ideologia paternalistica e umanitaria: il famoso ‘razzismo pseudoscientifico’ e la presunta ‘missione emancipatrice’ delle democrazie occidentali fornirono il pretesto per imporre leggi, amministrazioni e apparati statali, complici delle cricche affaristiche al potere in Europa e negli Stati Uniti.
Parimenti, occorre smorzare la semplicistica retorica secondo cui «l’Africa sta come sta perché è tutta colpa degli europei»: se da una parte sono evidenti le responsabilità ‘occidentali’, è altrettanto vero che, dopo l’indipendenza, non tutta l’Africa ha saputo dirigersi verso forme di organizzazione dello Stato corrispondenti a un modello che fosse di chiara vocazione africana, coniugando l’aderenza alle radici spirituali e culturali delle popolazioni di quel continente con una rappresentanza statuale fedele ai modelli gerarchici e non democratici, tipici di quelle società. D’altra parte, ciò rappresenta il fallimento dell’esportazione del modello ‘occidentale’ tout-court, che non è un franchising, non può attecchire ovunque ed è il miglior modo di dimostrare che la democrazia non è – necessariamente – il ‘migliore dei mondi possibili’.
La ‘pace perpetua’ di kantiana memoria, promessa da capitalismo-liberismo-democrazia, resta un sogno, per qualcuno. Anzi, la nuova fase di globalizzazione aggressiva e repentina ha lacerato vecchi sistemi e comunità, soprattutto nelle aree più povere che sono diventate le incubatrici di schiavi per beni e prodotti da rivendere nei mercati del sedicente ‘primo mondo’. Così gli africani, di fronte all’ennesima promessa tradita di un futuro migliore, hanno scelto due sentieri. Il primo, il montante nazionalismo indipendentista africano, sempre più agguerrito: un risuonare di tamburi, di guerra e di rivolta. Col secondo, quello dell’emigrazione, fuggono da casa propria, attraversando mezzo continente nella speranza di imbarcarsi verso l’Europa e le sue favolose ricchezze. Ricchezze che, in verità, non esistono più nemmeno per gli autoctoni, i quali, di anno in anno, sopportano sempre meno la presenza di immigrati, clandestini o meno. Così, a fronte delle famiglie italiane (e non solo) che attraversano l’inverno demografico, le famiglie degli immigrati viaggiano ormai verso la terza e la quarta generazione con cittadinanza italiana, con un costo complessivo piuttosto doloroso. Quindi, mentre la faccia dell’Europa cambia a suon di immigrazione a cui si dovrà, più prima che poi, dare un contenimento, l’Africa mediterranea – dopo essere stata percossa da pseudo-rivoluzioni che hanno scardinato i regimi dittatoriali o presidenziali – si è trovata con nuovi governi e nuovi volti, senza cambiare alcunché.
Tutto ciò, senza dover celebrare a sproposito il principio dell’autodeterminazione dei popoli. A scanso di equivoci, se un popolo debole, vigliacco, in caduta libera o semplicemente correo della dominazione viene governato da una entità legittima, ciò è giusto e fa parte della storia umana.
Addirittura, con l’emersione di movimenti para-islamisti, attraverso i servizi segreti di mezzo mondo, in Paesi come la Libia si giunge al cortocircuito. La guerra civile – come da manuale della teoria del caos – si protrae all’infinito con tuareg, beduini, libici e abitanti della costa che si combattono tutti contro tutti per il potere, appoggiati dalle grandi potenze.
Sono dinamiche evolutive in cui la Cina ha visto trovare sempre più spazio, iniziando a disporre di risorse, in cambio della costruzione di grandi impianti industriali, connessioni logistiche e servizi. La Cina, di fatto, insieme ai suoi partner, con cui ha saldato nuovi rapporti soprattutto a seguito della crisi russo-ucraina, sta diventando un attore cruciale nel continente africano. Di riflesso, con una spartizione in differenti zone d’influenza, anche Turchia e Russia si sono lanciate nella stessa avventura. Così, sostituendosi a francesi, tedeschi e britannici – che hanno occupato per anni i possedimenti d’oltremare – mutano di riflesso anche gli equilibri politici a livello planetario. Chissà se, anche attraverso i rapporti con questi partner, si apriranno varchi per far risorgere modelli che – oltre a essere tipicamente africani in termini di organizzazione statale per qualificazione, status e competenze delle leadership – possano setacciare e ricacciare a mare i corpi estranei a oggi presenti in quelle terre: purgare la terra africana, per intenderci, di tutte quelle agenzie, ong, associazioni umanitarie, strampalate evangelizzazioni protestanti e influenze islamiste in salsa jihadista che tanto piacciono al soft power di stampo sorosiano.Infine, se la decolonizzazione francese lascia spazio alla penetrazione cinese e russa, addirittura in quello spazio si affaccia anche quella iraniana e italiana. Basterà il tanto decantato Piano Mattei, per rimanere a galla in un momento in cui la sovranità energetica rimane vitale quanto il ‘segreto del fuoco’ per l’homo erectus? Gli attuali venti di guerra in Est Europa e nel Vicino Oriente potrebbero nuovamente rimescolare le carte e, questa volta, sembra che non sembra che il finale già scritto sia ‘arrivano i nostri”…
-
FUOCO #19 – ottobre/novembre/dicembre 2025 (digitale)€6.50 - Prodotto in offerta
Abbonamento annuale – “Scintilla” (cartaceo) n.19-22Il prezzo originale era: €26.00.€20.00Il prezzo attuale è: €20.00. -
FUOCO #19 – ottobre/novembre/dicembre 2025 (cartaceo)€6.50


