Knut Hamsun, un premio Nobel “scomodo” e dimenticato

da Filippo Giardini

Eccoci nuovamente ad ottobre, eccoci nuovamente proiettati nella pantomima del carosello di Stoccolma, eccoci nuovamente in balia della nostalgia di un tempo in cui, ad essere premiati con la prestigiosa (?) statuetta del Nobel alla Letteratura, erano l’autore e soprattutto la sua opera, di un tempo in cui ad essere celebrato era il valore e la vastità dell’impatto sul panorama letterario di un’opera, di un tempo in cui l’assegnazione era scevra dalle artificiali velleità di voler lanciare (nel vuoto) un segnale morale.

Chi viene premiato oggi? Autori semisconosciuti, con annessa e conseguente corsa da parte delle blasonate case editrici a proporre riedizioni (quando addirittura non prime edizioni) delle opere del vincitore, fino a quel momento largamente ignorate. Siamo giunti ad un radicale e parossistico ribaltamento di prospettive; dall’originaria intenzione di premiare la reale influenza sul canone letterario, si è giunti, in tempi recenti, alla diametralmente opposta programmatica velleità di premiare proprio la marginalità e perifericità degli autori. Ecco dunque che troviamo insigniti del premio, da un lato scrittori prediletti in virtù di un postcoloniale principio di rappresentanza, quasi un tentativo, fuori tempo massimo, di riequilibrare lo storico squilibrio geografico delle assegnazioni, un cedimento nei confronti delle pressioni volte a forzare il principio di inclusione o ad assecondare le paranoie oikofobe, dilaganti in seno alla sinistra progressista, tesa al ripudio della propria cultura di appartenenza, in un atto di gratuito autolesionismo, e alla venerazione dell’esotico in quanto tale. Dall’altro lato troviamo invece gli sperimentalisti, anch’essi premiati in virtù del loro essere di nicchia, della loro “ricercatezza” (si legga pure come vuoti e pretenziosi esercizi stilistici dal sapore artificioso) e del loro status di semisconosciuti. Afferisce ad esempio a questa seconda categoria il norvegese Jon Fosse, premiato nel 2023 per la sua minimalista “prosa innovativa” e non certo per il reale impatto della sua produzione. Abbiamo però, si diceva, nostalgia di un tempo in cui ad essere premiati erano veramente gli Autori e non solo quello che rappresentavano (o che gli si vuole far rappresentare). Nostalgia di un tempo in cui a vincere il Nobel alla Letteratura, più di un secolo orsono, nel 1920, era un altro norvegese: Knut Hamsun, riconosciuto “per il suo monumentale lavoro. Il risveglio della Terra”.

E monumentale “I frutti (o il risveglio o i germogli, a seconda dell’edizione) della Terra” lo è veramente. La trama del romanzo, edito nel 1917 e premiato nel 1920, è incardinata nell’epopea esistenziale di un uomo, il margravio Isak, e della sua donna, Inger. Isak, per come è tratteggiato dall’abile penna di Hamsun, incarna l’uomo antimoderno, tutt’uno con la terra che coltiva, refrattario e impermeabile alle volatili promesse di un immaginifico progresso, simboleggiato, nella narrazione, dalla società urbana, che, con le proprie attività economiche slegate dalla terra, corrompe e sradica gli individui, li cosmopolitizza diremmo forse oggi.

La città nel romanzo è un vero e proprio luogo di perdizione e ogni personaggio che vi ha a che fare, presto o tardi, ne è corrotto. Corrotti e sradicati sono quindi Brede, all’eterno inseguimento del guadagno, al punto da comprare un terreno attiguo a quello di Isak per poi però abbandonarlo all’incuria, e corrotta è sua figlia Barbro, il doppio negativo di Inger.  Barbro e Inger, due donne, un crimine, l’infanticidio. Il male colpisce ovunque, tanto in città quanto in campagna, vi sono però diversi modi di rapportarvisi. Quello di Hamsun, anche se è così sovente stato interpretato, non è un idillio utopistico, il male si insinua e colpisce anche nel più stretto circolo familiare di Isak, il male raccoglie adepti anche tra le forze sane, radicate nella propria terra, ma ivi vi è la forza morale per affrontarlo e per non abbandonarvisi con atteggiamenti autoassolutori: Inger, come Raskòl’nikov , è rosa dai sensi di colpa per ciò che ha compiuto e paga con otto anni di reclusione carceraria, Barbro no, per lei è stato un capriccio e non se ne vergogna, motivo per cui può essere assunta ad ottima rappresentazione della decadenza valoriale cittadina, in opposizione alle forze sane della campagna.

La legge ormai non è più inumana come una volta – diceva Barbro – e poi un infanticidio non sempre viene scoperto.

Ma la nutrita lista degli sradicati non si esaurisce con padre e figlia, con Brede e Barbro, e prosegue con il commerciante Aronson, la cui fortuna economica è legata a doppio filo alle condizioni del mercato: il suo emporio vende solo nei momenti in cui la miniera viene sfruttata. Sradicata è Oline, cugina di Inger, avvezza ad una vita fondata sugli espedienti, girovaga e spesso in rapporti amichevoli con i Lapponi, incarnazione suprema della mancanza di radici.

Ma le sirene cittadine, con le loro suadenti tentazioni, sono in grado di ammaliare financo membri della famiglia del “dissodatore”, Isak, corrompendone il figlio maggiore, Eleseus, il quale arriva a sperperare i soldi paterni, spremuti dal terreno con il sudore della fronte, terreno al quale Eleseus non si sente in alcun modo legato. Dopo aver speso i soldi in frivolezze Eleseus compie infine il definitivo atto di sradicamento, salpando dalle coste scandinave alla ricerca di fortuna, in America, sulle orme tracciate del giovane Hamsun stesso. Ma non solo Eleseus viene corrotto dalla dimensione urbana, la stessa Inger ha cedimenti in tal senso. Essa si trova nella posizione di dover scontare la pena in città e inevitabilmente viene da essa trasformata, tanto fisicamente (si concede l’operazione chirurgica per correggere il labbro leporino, foriero delle insicurezze che l’avevano spinta all’estremo gesto nei confronti della figlia infante), quanto caratterialmente. La città la rende più vanitosa e meno incline alla fatica del lavoro sulla terra. Inger non è però completamente perduta e, non senza un aiuto, decisamente rozzo ma efficace, da parte di Isak, ritrova le proprie radici.

Grande, maestosa, va e viene nella cucina, vestale del fuoco del suo fornello. Inger è stata in riva al mare, è vissuta in città: adesso è in casa sua.

A differenza del figlio Inger non cede e torna, rifiuta il mare, rifiuta la città, accetta il radicamento.

Da un lato, dunque, ci sono tutti costoro, chi più chi meno, sradicati e vittime della decadenza moderna (il cittadino luogo di perdizione), dall’altro lato invece ci sono le forze morali in grado di opporsi all’allettante mito del progresso, coloro che preferiscono rimanere con i piedi saldamente piantati nella terra, la loro terra: i radicati.

Radicato è Aksel, colono come Isak, anch’egli partito dal nulla, da una casa di terra, da cui riesce ad edificare una florida fattoria. Anch’egli padre, come Isak, di un figlio assassinato, dalla compagna Barbro. Radicato è Andersen, che rileva l’attività dell’emporio che fu di Aronsen da Eleseus, liberandosi delle merci con un’ultima spedizione di vendita (in compagnia di Sivert, figlio minore di Isak e Inger), per poi riconvertire la proprietà in fattoria e in terreni da coltivare. Radicati sono gli altri dieci coloni che pian piano, seguendo l’esempio di Isak, edificano le proprie fattorie, tra cui il fratello di Aksel. Radicato è Sivert, il secondogenito, a differenza del fratello, instradato sulla via solcata dal padre. E, chiaramente, radicato è Isak, sul quale l’illusione del progresso e della modernità non hanno presa alcuna. Isak con il suo primitivo intuito è in grado di comprendere la volubilità di un’economia legata alle condizioni del mercato, simboleggiato nel romanzo dall’emporio di Aronsen ed Eleseus e dalla miniera, sfruttata a fasi alterne, solo quando conviene, per poi essere definitivamente chiusa quando si scoprono nuovi giacimenti nelle Americhe, con annesso crollo repentino e (non così) inaspettato dell’economia ad essa legata. Il mercato regala rapide ascese ma altrettanto rapidi declini. Quella di Isak è invece una crescita ponderata, lenta e costante. Non è una crescita ipertrofica, gonfiata dagli steroidi delle previsioni di mercato. Non è una crescita artificiosa, bensì in perfetta sincronia con i ritmi della natura, perché Isak è appunto radicato nella sua terra ed è con essa tutt’uno. Isak semina con religiosità, vi è una sorta di elemento divino e sacro nell’attaccamento alla propria terra.

La coltivazione della patata è una coltivazione moderna, che non ha nulla di mistico, nulla di religioso; si può lasciare la cura di piantarle alle donne e ai bambini; sono straniere le patate, come il caffè.

Isak si muove come in una sorta di eternità sacra, in cui passato e futuro coincidono, per il semplice motivo che il futuro non è equivocato quale mero progresso.

Un uomo della terra, corpo e anima; un dissodatore senza riposi, ecco che cos’è! Una resurrezione del passato, in marcia verso l’avvenire; una reincarnazione del primo coltivatore, un personaggio antico di novecento anni e pur sempre giovane!

Isak appare ben consapevole di come la vera ricchezza sia quella proveniente dalla terra, non si fa l’illusione che possano esistere scorciatoie. Quando gli propongono di fare l’ispettore dei fili del telegrafo (ruolo poi invece accettato da Brede) a chi gli domanda: “Ti domando se le giornate che passeresti a sorvegliare la linea ti frutterebbero di più se tu invece le impiegassi a coltivare il tuo campo”, risponde: “Non lo so; ma io ho la mia fattoria da coltivare, son qui per questo”, i due parlano lingue diverse. E ancora:

Era ormai ricco, aveva una grande fattoria; ma usava parsimoniosamente le forti somme che un caso fortunato gli aveva fatto guadagnare [la miniera]. La terra era la sua salvezza.

Il colono dell’Almenning non se la prende per quel che non può avere: l’arte, i giornali, il lusso, la politica non danno piacere che a chi è disposto a spendere. La terra, invece, è qualcosa che bisogna mettere in valore a ogni costo; è la sorgente di tutto, la risorsa primigenia.

Abbiamo sin qui ripercorso la trama dell’opera, che vede appunto Isak, con l’aiuto di Inger, edificare negli anni una propria fattoria-modello, partendo dal nulla. Abbiamo ripercorso la trama attraverso la dicotomia tra le due categorie di personaggi: i radicati e gli sradicati. È però a questo punto doveroso introdurre la presenza di un ulteriore personaggio, alieno a tale categorizzazione: Geissler. Cittadino, errabondo, dalle alterne fortune (talvolta ricco talvolta povero quando si presenta presso Isak, irrompendo nella sua vita), innegabilmente uno sradicato, ma comunque non un personaggio negativo. Geissler apprezza e stima il lavoro di Isak (è per altro lui stesso a dare il nome alla fattoria, Sellanraa), sa, con più consapevolezza e meno istinto rispetto ad Isak, come la felicità risieda nella terra e non nel progresso economico. Geissler è un uomo consapevole, la sua alienazione non è completa, sa quale sia la via, solo non ha la forza di imbroccarla, non ha la forza di essere lui stesso un emulo di Isak.  Geissler è un personaggio enigmatico e profetico, un mediatore tra i due mondi, quello rurale e quello cittadino. Particolarmente notevole è il suo monologo conclusivo, circa la consapevolezza di essere “nebbia” e circa la necessità del radicamento.

L’ultima volta, ho lasciato che mio figlio trattasse l’affare; lui ha concluso la vendita. Un giovanotto della tua età [parla con Sivert], il baleno della famiglia! Io, invece, potrei confrontarmi con la nebbia. Io so quel che si dovrebbe fare, ma non lo faccio. Lui, è come il baleno che proietta il suo bagliore istantaneo. È nell’industria. È lui che ha venduto per me, l’ultima volta. Io sono qualcuno, lui no! Lui è soltanto il baleno, l’uomo d’azione del nostro tempo. Ma il baleno, in sé stesso, è sterile. Ecco invece che cosa siete voi a Sellanraa! Voi avete continuamente dinanzi ai vostri occhi lo spettacolo delle montagne azzurre. Non è un’invenzione nuova è il fjeld che si eleva là, dalla creazione del mondo, profondamente radicato nel passato. Ma vi tiene compagnia; voi vivete in comunione col cielo e con la terra, con questa natura immensa dalle radici profonde. Non avete bisogno di armi andate senza spada, a capo nudo, fiduciosi del mondo che vi circonda. L’uomo e la natura non si danno battaglia: si metton d’accordo. La montagna e la foresta, la pianura e la palude, il cielo e le stelle, oh, non si censiscono, sarebbe miserabile cosa, perché non hanno misura. Ascoltami, Sivert! Tu puoi stimarti contento della tua sorte. Voi qui avete tutto quel che vi occorre per vivere, e per dare uno scopo all’esistenza, e per ispirare una fede. Nascete e generate, siete necessari quaggiù. Necessari, si! Non tutti lo sono, al mondo! Voi mantenete la vita, voi la trasmettete di generazione in generazione: avete il senso della vita eterna. Che cosa sono gli altri? Io, sono qualcuno. Io sono la nebbia che fluttua qua e là, come per annunciare la pioggia sul suolo bruciato dalla siccità. Ma gli altri! Guarda mio figlio! Il baleno, niente di più! Un bagliore sterile. Agisce. Mio figlio è il prototipo dell’uomo moderno, crede sinceramente di riassumere in sé gli insegnamenti delle età andate, di possedere ad un tempo l’esperienza dell’Ebreo e quella dello Yankee. Io, io scuoto il capo quando vedo tutto questo. Tuttavia, in me non c’è nulla di mistico. Solamente nella mia famiglia sono la nebbia. Sono qui, e scuoto il capo. Ecco che cosa sono. Non ho la facoltà d’agire e di non rimpiangerlo. Se l’avessi, questa facoltà, sarei io stesso il baleno: ma sono la nebbia.

L’intero passo, che include tutti i temi dell’opera, è considerabile alla stregua di un intervento diretto di Hamsun stesso, ai limiti dell’eccesso di didascalismo. La condizione nebbiosa di Geissler, quella di uno sradicato consapevole, è quella di Hamsun stesso, estimatore di un mondo rurale a cui non riesce suo malgrado ad appartenere, la condizione di chi invidia la comunione con il suolo natio, la condizione di chi ancora è legato ai progressivi elementi cittadini ma è comunque un passo avanti rispetto agli inconsapevoli (”Io, sono qualcuno”).

Hamsun come altri grandi romanzieri, uno su tutti Louis Ferdinand Celine, pose sé stesso nelle opere che scrisse, lasciò che la propria biografia penetrasse all’interno delle vicende narrate. Ecco, dunque, che Eleseues come Hamsun parte per l’America, ecco dunque che Geissler ne fa le veci pronunciando intime confessioni circa le convenzioni e le fragilità dello stesso Hamsun. Il premio Nobel norvegese fece sovente capolino tra le pagine scritte e non solo in sordina come ne “I frutti della Terra”. Ad esempio, nel suo primo e più noto romanzo “Fame” (1890) parlò molto di sé stesso e, non a caso, lo fece proprio trattando uno dei temi a lui più cari, quello del rapporto con l’urbanità. “Fame” è la parabola del disagio dell’individuo moderno all’interno di uno spazio alienante, privo di legami comunitari, dell’impersonalità urbana di una città moderno come Kristiania (oggi Oslo). Il protagonista, anonimo, alter ego di Hamsun, si muove scivolando angosciato all’interno della folla urbana, insensibile e indifferente alla sua agonia. Si muove invisibile ed estraneo per le vie della città, divorato dai morsi della fame, che non è condizione fisica, non solo per lo meno, ma vera e propria condizione esistenziale. Il romanzo si risolve in un’accesa critica al progresso industriale e al senso di smarrimento vissuto dallo stesso Hamsun, tanto a Kristiania, nella sua Norvegia, quanto nei suoi viaggi oltre oceanici.

Hamsun trascorse un totale di quattro anni in America (in due intervalli tra l’inverno del 1882 e l’estate del 1888) da comune migrante, in lotta quotidiana per il proprio sostentamento. Durante il proprio soggiorno statunitense Hamsun maturò una forte concezione critica nei confronti del frenetico ritmo della tecnica, sovrano nella società a stelle e strisce. Tale avversione verso  l’America (comunque mai pari all’odio riservato per la più vicina Gran Bretagna), perfettamente enucleata al suo ritorno in patria nella raccolta di scritti “Vita culturale dell’America moderna” (1889), si deve anche, riconosce il suo stesso figlio Tore, alla personale avversione di Hamsun nei confronti di Bjørnstjerne Bjørnson, padre nobile della drammaturgia scandinava insieme al pari di Ibsen, norvegese come lui, a sua differenza già insignito del Nobel, ma soprattutto cantore delle meraviglie d’America, che aveva invece respinto Hamsun.

Per quanto “Vita culturale dell’America moderna” non sia solamente un bilancio oggettivo dell’esperienza vissuta negli USA, ma anche un guanto di sfida gettato a Bjørnson, farcito da luoghi comuni al limite dell’aneddotismo, rimane un ottimo documento che ci permetto di retrodatare la disaffezione di Hamsun rispetto al mito rubano del progresso agli anni giovanili.

In America si è sviluppata una vita che ha come unici scopi il procacciamento del cibo, l’acquisizione di beni materiali e l’accumulo di patrimoni.

In America Hamsun visse a contatto con un popolo sorto all’ombra del “leviatano del materialismo” e ossessionato dall’aritmetica.

Vedono il sole – un sole, che non ha uguali in alcun altro luogo del mondo – e l’oceano, hanno le pallide stelle in inverno e le purpuree nubi d’uragano nelle calde notti estive, nei loro boschi pullula una vita che si muove leggera e silenziosa, cinguettio d’uccelli, richiami di animali dai passi leggeri. Sulle loro teste fluisce un intero universo di colori, profumi e suoni meravigliosi, ma essi non lo colgono. Nulla riesce a distogliere i loro pensieri fissi sui numeri, nessuna bellezza li può indurre all’oblio di prezzi di mercato d’esportazione neppure per un attimo.

La società statunitense, notò Hamsun, era irrimediabilmente legata ad una logica di consumi: l’impiegato di banca che fugge con la cassa non lo fa a causa di uno stipendio troppo basso ma perché “gli piace sperperare il denaro, vestirsi bene, possedere anelli e oggetti in oro, pranzare negli alberghi, essere popolare in una cittadina di prateria”. E anche le donne erano l’esatto speculare di quella che sarebbe poi stata Inger.

[Le donne americane] Tempo per mettere al mondo dei bambini, proprio non l’hanno. Una volta partoriti un paio di marmocchi credono di aver assolto la loro missione di madri e tentano in ogni modo di non restare incinte: non hanno voglia di allattare, non vogliono avere questa scocciatura.

In America, dunque, Hamsun sviluppò un’embrionale ostilità alla fretta e alla meccanizzazione, foriere di danno e responsabili dell’allontanamento dell’uomo dalla pace contemplativa. In America maturò una concezione antimoderna che riversò anche nelle prime opere narrative, “Fame” prima tra tutte. Alla fine del romanzo il protagonista per aggirare la morsa della fame e porre fine alla propria lotta sceglie di abbandonare la patria, come a dire: cura i sintomi trascurando le cause. La causa prima della sua fame è il mancato radicamento, è una vita fatta di espedienti. La sua fame è una fame di vita, di vita vera.

Ed è appunto verso questa prospettiva di vita vera che mosse la seconda fase della produzione letteraria di Hamsun, che dall’antimodernismo embrionale di “Fame” e “Vita culturale dell’America moderna”, passò a declinare la critica al moderno (registrando parimenti una radicale mutazione di registro stilistico, passando dal sincopato soggettivismo kafkiano dei primi romanzi ad un’epica narrazione georgica) attraverso il confronto con la realtà rurale. Lo fece in diverse opere, tra cui “Pan” (1894) e appunto “I frutti della Terra”, con la sua retorica conservatrice della necessità del ritorno alla terra.

Hamsun fu dunque un romanziere avvezzo a porre sé stesso, la propria esperienza, nelle proprie opere, e lo fece fino all’ultimo, fino all’ultima grande opera, quella vergata negli anni della tribolazione processuale, tra gli innumerevoli rinvii a giudizio, tra soggiorni forzati in ospizi e cliniche psichiatriche, quando si tentò di appurare se l’ormai ottuagenario scrittore avesse prestato con quale grado di consapevolezza la propria penna, e il proprio indiscusso prestigio nazionale, alla propaganda filotedesca del governo collaborazionista norvegese di Vidkun Quisling, se avesse o meno aderito al suo partito (il Nasjonal Samling), e in che rapporti fosse con gli “occupanti” tedeschi, rappresentati dal Reichskommissar Josef Terboven. L’ultimo libro di Hamsun fu inizialmente pubblicato in Italia nel 1962 per i tipi de Il Borghese, con il suggestivo ma fantasioso titolo “Io, traditore” (titolo fondato su un passaggio in cui Hamsun, rivolgendosi ad un visitatore in ospedale, pronuncia: “Sono prigioniero, sa? Traditore della patria”) e poi più di recente con nuova traduzione e titolo filologicamente più accurato, “Per i sentieri dove cresce l’erba”, da Fazi.

“Per i sentieri dove cresce l’erba” si risolse in definitiva non tanto in un’ammissione di colpevolezza, quanto in un’estrema fiera rivendicazione del proprio operato, condita dall’inanellamento di una serie di attenuanti, dal “mi trovavo a scrivere in un paese occupato”, al fatto che nessuno avrebbe levato la voce per fargli sapere che stesse sbagliando, alla sordità, ai tentativi di intercessione presso Terboven e Hitler stesso e al rifiuto di disertare come molti altri avevano invece fatto, fuggendo in Inghilterra, “che poi sono tornati da eroi avendo abbandonato il proprio paese, avendo disertato”.  In “Per i sentieri dove cresce l’erba” Hamsun, a latere della narrazione circa i travagliati mesi, poi anni, delle peripezie processuali, presentò nero su bianco i reali motivi della sua controversa adesione al nazionalsocialismo, senza però appunto risparmiarsi le citate “attenuanti”, al fine di tutelarsi rispetto alle critiche di complicità con i crimini commessi dai tedeschi in terra norvegese. Da tale lettura emerge dunque il sogno di Hamsun di un’Europa unita sotto l’egemonia pangermanica, un’Europa potenza mondiale in cui la Norvegia potesse occupare una “posizione elevata”, un entusiasmante ruolo di primo piano, un sogno a cui credette in odio all’imperialismo e al liberalismo capitalista britannico da un lato e al comunismo sovietico dall’altro, in radicale rifiuto all’omologazione delle coscienze democratica e al dilagante materialismo, situazione rispetto alla quale credette di trovare soluzione in un atipico nazionalismo nordico-teutonico, atipico perché Hamsun fu un pensatore solo forzatamente accostabile ad una visione di nazionalismo vero e proprio, maggiormente legato al concetto di terra, di radici (come dimostra “I frutti della Terra”), piuttosto che a quello di nazione (e solo così si può anche spiegare la sua fascinazione filotedesca, precedente all’avvento nazionalsocialista).

Questa la teoria cui Hamsun credette. Il problema risiede nel fatto che egli probabilmente mai si premurò, o se lo fece ritenne di aver trovato risposta sufficiente nella transitorietà dialettica del momento negativo, di porla a confronto con la realtà dell’occupazione quotidiana. Non vide, o finse di non vedere, le problematiche insite al movimento nazionalsocialista (la violenza endemica, il razzismo scientifico, il controllo della comunicazione, solo per citare i più evidenti) perché aveva lo sguardo fisso troppo in alto, proiettato sul grande sogno dell’Europa pangermanica. Guardò talmente lontano da non accorgersi di sorvolare con lo sguardo ciò che più gli era vicino, al punto di non avvedersi della totale inopportunità della pubblicazione del necrologio di Hitler sull’Aftenposten il 7 maggio 1945, in cui il fuhrer veniva definito “un guerriero, un pioniere dell’umanità, e un apostolo del vangelo del diritto di tutte le nazione”, oltre che “un riformatore di altissimo rango”.

Tali parole furono l’evidente frutto di un’ormai interiorizzata abitudine all’isolamento, del completo isolamento creatosi intorno ad Hamsun, complice la sua sordità. Un destino di isolamento, di arroccamento nella propria eburnea torre, condiviso nella storia da numerosi intellettuali e scrittori. Hamsun fu dunque un vero e proprio intellettuale, in tutto e per tutto, nel bene e nel male, per la misura in cui pose sé stesse nelle narrazioni, tanto quanto per i suoi limiti e le sue debolezze, che gli impedirono un serio confronto con la realtà circostante. Ma fu grande scrittore anche per la capacità di presentare weltanschauung, visioni di grande respiro, senza appiattirle in polarità bianche o nere, bensì costruendo una scala cromatica e adoperando tutti i toni di grigio. Torniamo infatti, ma solo per concludere il discorso, a “I frutti della Terra”: innegabilmente sono ivi presenti due categorie di personaggi (radicati e sradicati), sono però al contempo inserite figure liminali, Geissler primo tra tutti, ma anche la stessa Inger, appartenente (non solo per affiliazione ma per vera appartenenza) alla categoria tendenzialmente positiva, ma con cedimenti verso il vizio (tradimento del talamo coniugale oltre che infanticidio e impigrimento). O basti pensare ad un altro tema affrontato da Hamsun nel medesimo romanzo, quello del commercio: esso non è stigmatizzato in quanto tale, Hamsun lo categorizza e ne propone una visione complessa, stratificata. Da un lato c’è il commercio dell’emporio, teso a creare bisogni che non esistono, fondato sul futile, quintessenza del moderno consumismo, sovraesposizione volta ad indurre sensazione di bisogno, acquisto fondato sull’impulsività. Dall’altro lato c’è invece il commercio di Isak, il quale spacca più legna di quanta gliene serva perché consapevole che al villaggio ci sarà chi ne avrà bisogno e l’acquisterà, un commercio che risponde ad un bisogno, non che lo crea e per questo destinato al successo, a differenza di quello dell’emporio, legato a doppio filo a condizioni esterne (i vizi indotti nella comunità dei minatori, sradicati) e volatili, e perciò destinato al fallimento.

Una visione complessa, dunque, non appiattita su deformazioni ideologiche, ricca di sfumature, che è molto più di quanto si possa dire dei vincitori dei premi Nobel d’oggi. Mille volte meglio un Hamsun con le sue debolezze, ammesse e non, con i suoi errori, in buona o cattiva fede, che i mostri ideologici e gli oikofobi di oggi.

TI È PIACIUTO QUESTO ARTICOLO?
ACQUISTA O ABBONATI ALLA RIVISTA:

Ti potrebbe piacere anche

Lascia un Commento