Con l’espressione “fuoco fatuo” ci si riferisce al suggestivo fenomeno luminoso caratterizzato dalla spettrale manifestazione di una flebile e tremula fiammella, fluttuante poco sopra al livello del terreno. In senso figurato, tanto in lingua italiana quanto in quella transalpina (feu follet), si utilizza anche in riferimento a qualcosa di sfuggente, effimero, evanescente, tutto ciò che si sente Alain, protagonista assoluto del romanzo di Pierre Drieu La Rochelle, appunto Fuoco fatuo (1931). Effimera ed evanescente è anche il modo in cui egli percepisce la società in cui vive, attraverso la quale si aggira come un ectoplasma, estraneo ad essa ma al contempo un suo prodotto.
Il destino di Alain è segnato. Del resto, Fuoco fatuo non è certo un romanzo che si legga per la suspence. È sin dal principio evidente come Alain percorra le strade di Parigi, della Parigi di Drieu, con la consapevolezza propria di un condannato alla pena capitale. Si addentra tra le vie di Parigi come se si muovesse all’interno di un braccio della morte di urbane dimensioni. Ogni miglio è l’ultimo.
Drieu La Rochelle pubblica Fuoco fatuo nel 1931, dedicandolo alla memoria dell’amico scrittore Jacques Rigaut, morto suicida nel novembre 1929. Alain, nelle intenzioni di Drieu, è costruito proprio sul modello di Rigaut, ma non solo.
Basil Hallward ne Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde ha occasione di affermare:
Ogni ritratto dipinto con sentimento è un ritratto dell’artista, non del soggetto. Il soggetto è soltanto l’incidente, l’occasione. Non è lui che è rivelato dal pittore; è piuttosto il pittore che, sulla tela colorata, rivela sé stesso.
Ciò che vale per la “tela colorata” vale certo anche per l’inchiostro versato sulle pagine. Scrivendo di Alain-Rigaut, Drieu, sta scrivendo anche di sé stesso, sviscerando i loro demoni sta affrontando i propri, le loro contraddizioni sono le sue.
Fuoco fatuo non si può certo considerare un’opera secondaria all’interno della piuttosto ampia e variegata produzione di Drieu, è anzi, con la complicità del film da esso tratto da Louis Malle (Fuoco fatuo, 1963), uno dei suoi lavori più noti. Viene però spesso, e forse proprio in virtù della trasposizione cinematografica, derubricato quale una delle sue opere meno politiche, più intimistiche. Ogni opera è però un’opera politica e a riconoscerlo è proprio Drieu, pur strenuo censore della “mentalità partigiana”:
Credo che dall’opera dell’intellettuale e dello stesso artista nasca una spinta politica profonda […]. È una spinta, però, che mantiene le proprie radici troppo confuse alla vita totale, per non lasciare comunque insoddisfatti gli spiriti che si abbandonano al filo di spada dei partiti. [Itinerario, 1934]

Certo Fuoco fatuo non ha la forte carica politica di Gilles (1939/1942), ma ciò si deve al collocamento dei due romanzi all’interno della cronologia biografica di Drieu. Gilles è un’opera matura, più completa se vogliamo, che comprende in sé una pars construens, quando invece in Fuoco fatuo Drieu si “limita” ad esprimere una germinale pars destruens, un fecondo disagio, personale e collettivo, da cui sarebbe poi germogliata l’Idea. È pertanto significativo rileggere Fuoco fatuo tanto per la usa valenza biografica, come spaccato di un momento travagliato attraversato da Drieu, quanto appunto in quanto terreno embrionale per la successiva riflessione politica di Drieu. Già in Fuoco fatuo egli esprime un radicale e quasi fisico rifiuto della medietà borghese, ancora però non ha trovato la risposta alla dilagante decadenza. La sua denuncia non ha però dell’apolitico, semplicemente la sua volontà di azione ancora non ha una direzione, Drieu, come Alain, è bloccato.
Alain-Rigaut è una figura tragica, lacerata, in aperto conflitto con sé stessa, come Drieu stesso (si legga a riguardo il suo diario pubblicato postumo) si percepisce sbagliato, fuori posto. Con il suo essere un “borghese fuori dai ranghi” è plastico ritratto del decadentismo, dello stadio terminale della stanca civiltà europea, dell’illusorietà dell’idea di progresso. Tale moribonda condizione, denunciata in Fuoco fatuo, emerge tramite l’opposizione dialettica con il Primitivo, attraverso ad esempio il rapporto con la materialità:
Per il primitivo l’oggetto è il cibo che mangerà, che gli fa venire la saliva in bocca; per il decadente è un escremento al quale tributa un culto da coprofago.
Il primitivo era in contatto con l’essenza del reale, con la concretezza e con la natura essenzialmente divina del mondo, il decadente, l’uomo moderno, invece ha smarrito l’orizzonte di senso, percepisce il mondo come inutile inconsistenza, ha insomma smarrito il contatto con il divino, tale è l’essenza del consumismo materialista:
I drogati sono i mistici di un’epoca materialistica che, non avendo più la forza di animare le cose e di sublimarle in simbolo, operano su di esse un procedimento inverso di riduzione e le consumano e le logorano fino a raggiungere in esse il nucleo del nulla.
La crisi esistenzialista di Alain, quindi di Drieu, è anche e soprattutto una crisi spirituale. È la conseguenza dello smarrimento dell’elemento divino, il riflesso di una vita immersa nella materialista società dei consumi. Per quanto tentato dall’azione che intuisce essere insita alle schiere comuniste, Drieu, sempre rimase fieramente antimarxista, ovvero antimaterialista, riconoscendo nel materialismo il motore primo della decadenza moderna.
Drieu è un autore pregno di trascendenza, animato dalla mai esausta ricerca di una forma di religiosità alternativa rispetto al personale Dio-creatore semitico, che, attraverso il cristianesimo, ha allontanato la civiltà occidentale dal vero senso del divino, umanizzandolo. Drieu avrebbe poi annotato nei suoi diari:
La parola Dio inganna e ostacola lo slancio spirituale. […] Per raggiungere una vera nozione del divino bisogna perdere l’idea di un Dio, per sublime che essa sia.
È evidente in questo passo l’eco della nota massima del mistico cristiano medievale Meister Eckhart, “preghiamo Dio che ci liberi da Dio”, che ci liberi dalla necessità di costruirci un’immagine di Dio, il quale è e deve rimanere un abisso (Grund) irrappresentabile, nascosto all’interno di ciascuno e raggiungibile solo con l’abdicazione delle proprie facoltà percettive e intellettive, attraverso un’operazione di teologia negativa. Tale è la concezione del divino espressa da Drieu, che soprattutto negli ultimi anni lesse autori come Eckhart e Plotino (Enneadi) e opere della tradizione vedica, come le Upanishad, mutando da Guenon la concezione di unità trascendentale tra le diverse religioni. Drieu maturò la convinzione di identità tra l’anima individuale e quella universale, tra l’unico (l’Uno plotiniano) e il molteplice, di divinità senza Dio, nei suoi ultimi anni, ma già in Fuoco fatuo pose in atto la critica alla civiltà senza dèi. E se già un secolo fa Drieu parlò dello smarrimento del divino cosa dire allora della situazione odierna? Senza dilungarsi eccessivamente si permetta una rapida digressione. Sintomatica della desacralizzazione contemporanea è ad esempio la caratterizzazione di Odisseo, interpretato da un ottimo Ralph Fiennes, nel recente Itaca (Uberto Pasolini, 2024). L’eroe omerico, per definizione agente della volontà divina, diventa l’artefice del proprio destino. La dimensione divina è capillarmente espunta da un poema che sull’elemento divino è fondato. Questa è la società in cui viviamo, gli dèi sono folklore, la desacralizzazione culturale regna, è il tempo degli uomini.
Ma tornando a Fuoco fatuo, ivi l’uomo moderno nega la vita attraverso la droga. Essa altro non è però che una maschera. La droga è la risposta alle fragilità e alle insicurezze non affrontate (precipuamente: le ansie sessuali di Alain, consapevole di non essere in grado di soddisfare le donne che desidera, le donne che pure il suo bel viso attrae), nascoste come polvere sotto i mobili, con l’anestesia regalata dalle sostanze. La vita è negata perché percepita come vuota di senso. In Alain alberga l’assurdo e la tragedia della normalità:
Non c’era nulla di interessante, ma così era la vita.
Alain intuisce l’assolutezza e l’eternità dell’Io, la sua appartenenza al Tutto. Il dramma è che il Tutto è esistenzialmente privo di senso. L’eternità è vuota, orfana di significato. Camus incontra Nietzsche nelle pagine di Drieu. Alain fa esperienza del male di vivere, ma non è l’Übermensch nietzschiano, e di fronte alla prospettiva dell’eterno ritorno dell’identico, prova orrore e si rifugia nella droga fino a darsi la morte.
Fuoco fatuo appunto si limita alla pars destruens, qui si ferma, con il suicidio di Alain:
La vita non andava abbastanza in fretta per me, io l’accelero. La corda si allentava, io la tendo. Sono un uomo. Sono padrone della mia pelle, lo dimostro.
Il suicidio è per Alain, e poi sarebbe stato per Drieu dopo la disillusione, l’unica vera Azione possibile, l’unica via per fuggire alla nauseabonda decadenza, è un atto di riappropriazione, l’unico modo per ritornare in contatto con la propria natura divina. La morte è l’unica Decisione possibile, è veicolo di rinascita.
Drieu, che per tutta la vita meditò l’idea del suicidio, scrisse Fuoco fatuo nel 1931, di lì a breve avrebbe vissuto la propria epifania. Alain dall’orrore della perdita di senso deriva un rifiuto sistematico di aderire a qualsivoglia idea. Drieu invece un’Idea alla quale aggrapparsi la trovò, un’azione che fosse alternativa al suicidio, un’Idea che gli permise di superare momentaneamente l’impasse della fatalista contemplazione passiva dell’orrida banalità dell’esistenza, un’Idea che gli permise di accantonare la fase di negazione integrale, che gli permise di vivere: il Socialismo fascista.
Con Fuoco fatuo Drieu fece un ritratto di sé stesso, della sua generazione, della sua società, afflitta da vacuità valoriale, sbilanciata, priva di qualsivoglia punto fermo, alla deriva, ammorbata dal decadentismo materialista, appunto un fuoco fatuo. In Drieu l’analisi di sé stesso e del mondo che lo circonda si sovrappongono e si confondono. Fuoco fatuo è il canto del cigno di un modo di essere, quello della distaccata contemplazione della decadenza, epigono della tradizione dei precedenti romanzi L’homme couvert de femmes (1925) e Blèche (1928), è la morte (per suicidio) che avrebbe permesso la rinascita, prelude alla scoperta di una via di uscita, per sé e per l’Europa tutta: appunto il socialismo fascista. È una via di uscita personale ma che auspica per l’intera civiltà a cui si rivolge, quella europea.
Drieu scrisse nel 1941:
Ci sono stati […] anni molto dolorosi, durante i quali, non conoscendo il fascismo e la sua virtù di sintesi, mi disperavo di dover restare nell’inerzia o, schierandomi, di lacerarmi e rinunciare a metà di me stesso. Ma finalmente intorno al 1930, ho iniziato a veder sorgere tra Roma e Berlino una forza tenace, l’unica in grado di conciliare contraddizioni apparentemente irriducibili. [Amore per la patria, amore per l’Europa, 1941]
È evidente come gli “anni dolorosi” cui fa ivi riferimento furono i ruggenti anni ‘20, conclusisi proprio con Fuoco fatuo. Drieu però a differenza di Alain all’inizio degli anni ’30 trovò in sé il germe di un’Idea, quella fascista, che maturò in lui, fino alla svolta decisiva della marcia popolare su Palazzo Borbone del 6 febbraio 1934 e con la successiva adesione al Parti Populaire Français di Jacques Doriot, cui avrebbe poi dedicato gli scritti Doriot ou la vie d’un ouvrier français (1936) e Avec Doriot (1937).
Partendo, anche per tradizione familiare, da posizioni di nazionalismo, “fatto che non poteva essere negato ma doveva essere superato” [Itinerario, 1934], Drieu lo superò dialetticamente con l’approdo ad un più maturo patriottismo di respiro europeo e con l’interpretazione del nazifascismo come freno al declino continentale e come mezzo per l’epocale scontro di civiltà. Come mezzo per combattere con le minacce extraeuropee, quella capitalista-consumista americana e quella comunista (“ombra della civiltà capitalista” [Una nuova patria, l’Europa, 1928]) russa:
Niente mi sembrava più vergognoso e penoso della discordia di 20 popoli chiusi nella loro stretta penisola, tra i grandi imperi, fra le immense autarchie della Russia e dell’America […]. [Itinerario, 1934]
Drieu auspicò il superamento delle sterili e pretestuose divisioni tra destra e sinistra, farsa posta in atto da forze parimenti conservatrici, nel senso deteriore del termine, in nome di una palingenesi fascista:
Abbiamo bisogno di un terzo partito [ovvero il PPF] che, essendo sociale, sappia anche essere nazionale e che, essendo nazionale, sappi anche essere sociale. [Contro la destra e la sinistra, 1934]
Drieu non propose una politica di equilibrio ma di fusione, il suo fascismo non era quello reazionario. Egli concepì il fascismo in stretta continuità con la tradizione del socialismo non marxista dei vari Owen, Proudhon, Fourier e Saint-Simon, la cui essenza, attraverso la mediazione di Sorel e Labriola, era stata ereditata dal regime fascista di Mussolini. Un socialismo umano, non materialista, che scardinasse il decadente sistema parlamentare, che fosse incarnato dalle forze vive della nazione, dalle forze giovani, dalle forze fasciste. Il fascismo fu per Drieu:
il nome che l’eterna necessità umana ha assunto nel nostro secolo. Contro l’improvvisa decomposizione della civiltà europea nel dopoguerra. [Morire democratici o sopravvivere fascisti, 1938]
Con la scoperta del socialismo fascista il nichilismo passivo di Fuoco fatuo si fece attivo, nietzschiano pessimismo eroico.
Questa fu dunque l’Idea trovata da Drieu, l’Idea che scoprì in sé, l’Idea a cui rimase fedele, pur su posizioni di relativa indipendenza, da buon intellettuale libero e scevro da appartenenze di colore. Fu dunque naturale e coerente con il suo percorso la decisione finale di darsi la morte il 15 marzo 1945. Già provato dalla delusione della scoperta, dietro l’alone di novità europeista e di vero socialismo, del vecchio e sterile nazionalismo borghese insito nell’hitlerismo, oltre che dall’interno vide crollare il sogno di un’internazionale europea socialista-fascista anche dall’esterno, con la disfatta bellica.
Temendo l’ottusità del tribunale che aveva condannato a morte Brasillach e rifiutando di condurre una vita da esule come avrebbe poi fatto Céline, nuovamente catapultato nel nichilismo passivo dell’assenza dell’Idea, di fronte alla prospettiva del trionfo della decadenza, come Alain-Rigaut, decise di agire per l’ultima volta, con coerenza, dandosi la morte. Scrisse nel diario, rivolgendosi alla Resistenza francese:
Non sono un patriota ordinario, un gretto nazionalista. Sono un francese, sono un europeo. Anche voi lo siete, consapevolmente o meno. Ma abbiamo giocato, ho perduto. Esigo la morte.
Drieu trovò la sua risposta, la sua via di uscita dalla decadenza, il suo modo di esorcizzare lo smarrimento del divino, fallì, si uccise.
Noi (europei) dobbiamo trovare il nostro modo, individualmente e collettivamente, di metterci alla ricerca dei nostri dèi, di avere il coraggio di essere inattuali come Drieu riuscì ad esserlo, prima che sia troppo tardi, prima che la società dei consumi spenga anche gli ultimi bagliori della scintilla divina, prima che anche i fuochi fatui cessino di emettere la loro già debole luce.
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