“I ragazzi sono inquieti”. Intervista a Claudio Risé

da Claudio Rise

Professor Risé, Lei ha recentemente prefato il volume di G. Lorenzetti  Adolescenza. Manuale di liberazione per giovani irrequieti. Tutto intorno a noi vediamo giovani effettivamente inquieti. Ma inquieti come e, soprattutto, perché?

Innanzitutto, i giovani sono condizionati anche dal comportamento degli adulti. Anche se sono visibili profonde tendenze verso nuove e forse più sensate visioni del mondo, il mondo dei ‘grandi’ presenta evidenti e inquietanti incoerenze e smarrimenti che non possono scivolare sulla coscienza e sensibilità dei più giovani senza lasciare danni profondi. Il mondo attraversa cambiamenti e novità forti e spesso apparentemente insensati: gli adolescenti risentono della confusa impreparazione di chi dovrebbe fornire loro fin dall’infanzia quel senso di sicurezza, rispetto e amore che permette uno slancio interessato verso la vita.

L’adolescenza, come già l’infanzia, è piena di domande su un’esistenza che ancora non conosce. Nella modernità, soprattutto occidentale, una sorta di patto ipocrita impedisce agli adolescenti di fare le loro vere, autentiche domande, come al sistema di fornire, autentiche risposte. È il frutto della visione politicamente corretta, ereditata già dal ‘900 da Sigmund Freud e Norbert Elias che impedisce di essere sinceri e autenticamente umani, aprendo invece la strada ai miti postumani. Tutto ciò era già precipitato con il processo che già nel ‘900 – e, prima ancora, con la Rivoluzione Francese – aveva separato la civilizzazione occidentale dalle culture tradizionali e dai loro legami con l’esperienza trascendente religiosa e simbolica. Ciò porta l’esistenza a quell’amputazione della personalità profonda di cui i giovani occidentali soffrono oggi gravemente e che, in seguito, non consente più il pieno ed equilibrato sviluppo della vita. Il ricorso alle droghe e la moltiplicazione delle insicurezze che oggi infestano la vita degli adolescenti nascono anche da lì.

Perché è inscindibile il legame tra questa fase della vita e l’irrequietezza? E perché è auspicabile una sana – potremmo dire ‘santa’ – irrequietezza?

Santa è la parola esatta che ci aiuta a capire l’accaduto. Perché è appunto collegata con l’autentica origine del fenomeno, che nasce dal separare la vita quotidiana dagli aspetti trascendenti la razionalità umana di cui invece sia il bambino che poi l’adolescente hanno sia la chiara percezione che la necessità. Mentre invece entrambe vengono accantonate e rese praticamente tabù da culture obbligatoriamente ridotte a un materialismo dozzinale e secolarizzate nella modernità. L’irrequietezza però – come le grandi culture hanno sempre riconosciuto – si rassicura con conoscenze e pratiche adeguate, sulle quali l’Occidente ha tradizioni di grande valore e tuttora vitali, ma che negli ultimi due secoli ha progressivamente trascurato e spesso ignorato.

Abbrutito da smartphone e convenzioni sociali, schiacciato da mode e lavaggi del cervello, il giovane di oggi è ancora animato da una qualche volontà di ricerca? O è solo mero – e a volte brutale e violento – desiderio di conformismo nichilista?

L’adolescente non è però mai solo: occorre considerare anche gli adulti, indispensabili nel bene e nel male e comunque presenti, almeno formalmente, alla sua formazione. Il suo destino dipende in gran parte anche dall’incontro con gli adulti in famiglia, nella società, nel lavoro. Fino a pochi anni fa l’Italia era unica per la sua indifferenza all’enorme quantità di adolescenti che non studiavano né lavoravano, nell’apparente menefreghismo degli adulti e del Paese. È solo negli ultimi tre anni che la situazione sembra cambiare […]

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