Cinquant’anni della tragica scomparsa del poeta e regista, uno dei pochi veri intellettuali del Novecento: cosa resta di lui?
Pasolini è stato contemporaneamente poeta, narratore, regista cinematografico e teatrale, polemista che scriveva sui giornali; un giornalista a suo modo, un intellettuale che si impone sulla scena internazionale su temi come il corpo e l’immagine, la politica, il rapporto tra tempo storico e quello mitico. Intellettuale disorganico, plurale e inattuale. Riprendendo Augusto Del Noce, potremmo dire che è stato anche un filosofo. Lo ha rilevato in un bel libro intitolato Pasolini inattuale (Edizioni Mimesis) Giacomo Marramao: c’è indubbiamente nella sua opera, soprattutto nell’ultima fase, quella segnata dagli Scritti corsari e dalle Lettere luterane, una sua filosofia. Che, a mio avviso, è quanto risulta più utile alla nostra contemporaneità.
E qual è, nello specifico, questa prospettiva filosofica?
Nel ’44, nel pieno della guerra, Pasolini è fortemente attratto dall’esistenzialismo: legge Abbagnano, Berdjaev, Paci. Nel ‘47 intende chiedere al Prof. Felice Battaglia una tesi di laurea su ‘I rapporti tra esistenzialismo e poetiche contemporanee’. Solo successivamente, opterà per una tesi in storia dell’arte – l’altra sua passione viscerale – con Roberto Longhi sulla pittura italiana contemporanea: Carrà, De Pisis e Morandi. Tuttavia, i testi già scritti Pasolini li perde in fuga da Bologna verso Casarsa nei giorni successivi all’8 settembre. Alla fine, dopo la guerra, nel novembre del ’45, Pasolini si laureerà in Lettere con una tesi di ripiego sulla poetica di Pascoli con il prof. Carlo Calcaterra. Ma è indiscutibile il fatto che filosofia, arte e poesia si intrecciano intimamente nel suo immaginario…

…anche in quello che prenderà una declinazione più propriamente artistica e anche cinematografica?
Senza dubbio. L’originale approccio estetico pasoliniano, derivante da una sintesi di filosofia e lezioni di storia dell’arte, influenzerà direttamente la sua concezione e la sua pratica del fotogramma e del montaggio cinematografico. Non a caso, Pasolini coglie la perfezione di Caravaggio nel gesto di isolare le immagini e di riuscire a fissarle per sempre.
Dunque, qual è in sostanza lo sfondo della visione del mondo che animerà Pasolini?
Prendiamo Pasolini ed Ezra Pound. Pensiamo ai versi forse più celebri del poundiano Cantos 81: «Quello che veramente ami non ti sarà strappato / quello che veramente ami è la tua vera eredità». È proprio Pasolini a leggerli al termine di un incontro che ebbe col grande poeta americano, nell’ottobre del 1967, alle soglie della contestazione del ’68, a Venezia, dove Pound si era rintanato nell’ultima fase della sua vita. Erano vent’anni che l’autore dei Cantos non parlava più con nessuno. E ruppe il silenzio solo per un documentario Rai curato da Vanni Ronsisvalle, che parlerà della «assoluta, disarmata disponibilità da parte dell’italiano a comprendere la figura complessa, poeticamente elevatissima chiamata Ezra Pound». Qualcosa univa intimamente i due: l’individuazione, comune, di un fenomeno che l’americano chiamava ‘usura’ e Pasolini ‘omologazione consumista’, il ‘male’ che inquina e corrompe le relazioni sociali ai tempi dell’unificazione del mondo.
Quindi esiste un filo rosso filosofico che unisce le varie fasi e tappe dell’opera pasoliniana, dalla poesia ai romanzi, dai film ai saggi?
Sì, e la chiave risiede nella profonda vocazione alla ‘inattualità’. Pasolini si muove, magari inconsapevolmente, sulla scorta di Nietzsche – che, ricordiamolo, non fu mai un filosofo nel senso della professione accademica ma un filologo, uno studioso della Grecia classica, che pubblica le sue Considerazioni inattuali. Inattualità, uno sguardo che fornisce una prematurità anticipatrice del proprio tempo. Operare nella realtà ‘attraversandola’, facendosene carico integralmente. Più che separando il bene dal male, scindendola. L’inattuale sta fuori degli schemi consolidati dalle ideologie che condizionano l’attualità, oltre destra e sinistra, oltre il discrimine netto fede/laicità… L’inattuale sta ‘nella’ contraddizione e attraversa la contraddizione stessa… Vive l’et et, più che l’aut aut. Pensa e vive simultaneamente ciò che convenzionalmente viene pensato contraddittoriamente […]
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