Si era già visto allo scoppio della guerra in Ucraina e lo si rivede in questi giorni di guerra tra Israele e Iran: sui social viene documentata la distopia nella quale l’esito della postmodernità nichilista ci ha portati. Mentre Iran e Israele si scambiano lanci di missili durante le notti d’estate, le persone non interrompono le proprie vite e postano su Instagram i video delle feste dei propri matrimoni con i missili che attraversano il cielo sullo sfondo; alcuni cadono a terra chissà dove chissà sopra a chi, altri vengono fatti deflagrare in cielo producendo un ancor più distopico effetto pirotecnico. Nel frattempo, nel ristorante, il deejay si occupa della musica e gli invitati tagliano la torta. Siamo di fronte a un altro mutamento – ormai non si contano neanche più – nel rapporto con la realtà, tanto che gli uomini del secolo scorso sembrano appartenere a un’altra razza, tanto che ci viene da pensare che coloro che hanno lavorato in questi decenni per trasformare le cose e la natura abbiano ottenuto degli innegabili risultati. Il ricordo va ai popoli d’Europa, che durante i bombardamenti non smettevano di frequentare i teatri, salvo correre nei rifugi al suono dell’allarme antiaereo. Ma l’impressione è che quel rifiutarsi di chiudere i teatri, malgrado il coprifuoco e malgrado la morte piovesse dal cielo anche allora, stava ancora a significare una reazione alla guerra, un dialogo con la morte, un interrogarla ed eroicamente sfidarla ribadendo l’assurdo contra mundum e cioè che “la guerra non cambierà le nostre vite” quando invece le cambiava fin nel profondo. Anche le sfilate di moda ispirate «ai nostri ragazzi al fronte» di cui parla Proust ne La recherche avevano un significato diverso dai video sui social dei nostri giorni; si trattava ancora, nel 1917, di rispondere alla morte, di dialogare con essa giacché non era letteralmente possibile negare la verità ultima sulla vita e cioè che essa è un essere-per-la-morte.
Nessuno nel 1917 o nel 1943 avrebbe ritenuto necessario filmare i bombardamenti per renderli reali, al contrario l’iperrealtà nella quale viviamo impone a chi si trova a contemplare le traiettorie dei missili nel cielo di rilanciarla in Rete per renderla reale: non basta che la morte posi i propri occhi su qualcuno, è necessario che la sua presenza sia documentata, commentata, contemplata e metabolizzata dalla Rete. Ma così la vita cessa di essere compresa nella sua autenticità, così la verità viene ‘caricata’ in Rete e dell’essere umano non resta che un insieme di funzioni. L’uomo che filma le traiettorie dei missili durante la propria festa di matrimonio non è colui che porta alle estreme conseguenze lo sprezzo del pericolo; è invece l’Uomo nuovo di cui parlava Nietzsche, è colui che, avendo ‘caricato’ il proprio criterio di verità in Rete, si trova nell’impossibilità di comprendere la realtà al di là delle categorie e delle possibilità iperreali delle immagini digitali – caro Baudrillard, il mondo sta scomparendo proprio ora. Singolare che dopo un intero dopoguerra dominato dal timore della distruzione nucleare, timore che influenzò e decise l’intera visione del mondo dell’uomo novecentesco, si sia giunti a constatare che l’ipotesi dell’utilizzo dell’arma atomica sia semplicemente entrato a far parte del ventaglio di possibilità a disposizione dell’uomo.

Ordigni nucleari depotenziati, ‘bombe tattiche’, deterrenza diffusa, interiorizzazione e accettazione del rischio di contaminazione hanno convinto l’umanità che Chernobyl non fu l’inizio di un nuovo mondo ma fu la fine di un mondo vecchio e, se oggi si deve parlare di ‘apocalisse’, lo si fa prescindendo dalla guerra. Il compimento della mobilitazione totale lo si ha nell’instaurazione della biopolitica, lo si ha attraverso il controllo dei corpi, un controllo che prescinde dalle menti. Perché il controllo delle menti è fin troppo facile da ottenere. Fare dei corpi dei meccanismi obbligati a una costante manutenzione: è questo oggi l’orizzonte dell’apocalisse. Non più la semplice distruzione, giacché essa preclude l’utilizzo, e l’utilizzo è il dio di questo mondo nichilista. Il progressivo venir meno della verifica ciclica dei rapporti di forza ha spostato le guerre nelle periferie, non soltanto geografiche ma periferie di senso, quei luoghi, cioè, che necessitano ancora di una ‘prova di forza’ per essere ricondotti al dominio della potenza. In questo senso Gaza, la Crimea, Taiwan sono isole novecentesche non ancora ricondotte alla potenza di calcolo che oblitera la distruzione e trasferisce semplicemente il possesso delle cose dal meno potente al più potente. Ma questo rapporto di forze non si applica soltanto alla geostrategia; anzi non potrebbe nemmeno giungere alla geostrategia se non fosse presente come presupposto e come imminenza nelle vite degli uomini. Questo presupposto imminente è la vera apocalisse alle porte, in quanto fine di un mondo – sottocategoria realista dell’escatologica fine del mondo […]
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