Se lo spettro della guerra nucleare si credeva ormai sepolto tra i polverosi archivi della guerra fredda, evaporato con la consequenziale ‘fine della storia’, lo si trova, invece, nuovamente minacciare territori e popoli, traslando dalle steppe russe al mar Mediterraneo, dove infiammano le aree di crisi. La ridefinizione degli equilibri geopolitici ha reso labile e precario quello che Massimo Fini – riferendosi alla minaccia nucleare in Elogio della guerra – ha definito «equilibrio del terrore». Equilibrio che, basandosi sulla reciproca dissuasione per evitare la reciproca distruzione, mira a «impedire l’impossibile proprio mantenendo la sua perenne possibilità». La nefasta ipotesi di un conflitto nucleare che negli ultimi tempi aleggia sull’umanità – e, in particolare, sui popoli europei, mediterranei e mediorientali – ci pone, pertanto, dinnanzi a un grande interrogativo: se l’impensabile dovesse accadere, come verranno gestite le conseguenze del ‘day after’?
Poiché a occuparsi della gestione di un’emergenza di tale portata dovranno essere gli Stati, è necessaria la predisposizione di un’adeguata e rodata pianificazione e di una dotazione infrastrutturale capace di assicurare rifugi sicuri alle comunità. Il rischio, tutt’altro che remoto, che si estende fino in Europa, porta dunque a indagare sul nostro livello di preparazione a fronteggiare un simile scenario. A scanso di falsi allarmismi – e fiduciosi che verrà fatto di tutto per scongiurare l’impossibile – l’opportunità di tali quesiti è, dunque, funzionale alla costruzione di una consapevolezza idonea ad affrontare le emergenze e a evitare situazioni come quelle verificatesi nel corso della recente pandemia che – con le dovute proporzioni e a prescindere dalle differenti opinioni a riguardo – ci trovò sprovvisti di piani pandemici e, perfino, di scorte di mascherine e altri presidi.

Gettando uno sguardo su quanto fatto a livello europeo, sia in ambito comunitario che di singoli Stati, si nota che l’Unione Europea ha messo in campo degli sforzi per sviluppare un articolato sistema per fronteggiare le emergenze nucleari: tuttavia, tale sistema presenta una preparazione innegabilmente disomogenea. Il principale strumento a livello centrale è costituito dal sistema ECURIE (European Community Urgent Radiological Information Exchange) che consente lo scambio rapido di informazioni tra gli Stati membri in caso di incidente radiologico e monitora costantemente la sicurezza nucleare, mentre la Direzione Generale per la Protezione Civile coordina gli aiuti in caso di disastro. A supporto vi sono anche modelli avanzati come J‑RODOS, utilizzati per simulare e valutare la dispersione di materiali radioattivi, mentre sotto il profilo normativo viene chiesto agli Stati membri di sviluppare piani di emergenza, svolgere esercitazioni regolari e garantire la protezione della popolazione, tramite direttive come le Basic Safety Standards (BSS). Inoltre, attraverso il meccanismo rescEU, sono state create riserve strategiche di medicinali, dispositivi di protezione e attrezzature di decontaminazione.
Tuttavia, le competenze principali restano in capo ai Paesi membri, determinando con ciò l’assenza di una strategia comune e integrata. L’osservazione dei singoli Paesi europei rivela una diversa percezione e, quindi, livello di preparazione tra quelli che, avvertendo distante questo genere di pericolo, si presentano meno attrezzati, anche sotto il profilo culturale, a fronteggiare un’eventuale minaccia nucleare rispetto a quanti, convivendo con essa, si mostrano senz’altro più pronti e organizzati. Tra i più attrezzati, vi sono i Paesi nordici, la cui vicinanza alla Russia, la forte cultura di resilienza, la condizione di neutralità vigilante e i moderni obblighi NATO, li ha posti all’avanguardia in Europa in capacità di gestione di crisi nucleare e conflitto su larga scala […]
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