Gli eventi del dicembre 2024 non hanno rappresentato solo la caduta di “regime”, ma la fine vera e proprio di uno ‘Stato’, etnicamente e settariamente parcellizzato, pesantemente infiltrato da agenti ed eserciti stranieri, che non sarà mai più quello di prima sul piano politico, geopolitico e geografico. Nonostante gli sforzi occidentali per far apparire Ahmad al-Sharaa – già Abu Muhammad al-Julani – e il suo agglomerato terroristico (Hayat Tahrir al-Sham) come interlocutori credibili – tant’è che Washington ha scelto di eliminare la taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa e di procedere alla progressiva riduzione del pesante regime sanzionatorio imposto tramite il tristemente noto Ceasar Act (che per diversi anni ha affamato il popolo siriano) – resta difficile immaginare una reale prospettiva di pace e ricostruzione per la ‘nuova Siria’. In realtà, è difficile anche immaginare che vi possa essere ancora una Siria. Questo per il semplice fatto che ciò che iniziò nel 2011 non fu esattamente l’esito di una protesta popolare tramutata in aperta rivolta antigovernativa, ma più che altro un vero e proprio conflitto mondiale su scala ridotta in cui numerosi attori hanno cercato di perseguire i propri obiettivi strategici sulla pelle di una Nazione.
A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, la Siria aveva raggiunto un notevole livello di industrializzazione e di sviluppo economico, cui si accompagnava un notevole benessere sociale se paragonato ai Paesi vicini (Turchia orientale compresa e con la più che ovvia esclusione di Israele).
La stretta alleanza con l’Unione Sovietica e il continuo stato di belligeranza con Tel Aviv, tuttavia, la rendeva inevitabilmente un nemico dell’Occidente che ne ha sempre visto di buon occhio la destabilizzazione. Nei primi anni ’80, la ribellione di gruppi islamisti legati alla Fratellanza Musulmana (e sostenuti dai servizi occidentali) portò al “celebre” massacro di Hama – sul quale permangono ancora oggi notevoli ‘dubbi storici’ – che iniziò ad incrinare il ‘patto sociale’ (metaforicamente) siglato tra la famiglia Assad (sciita alauita) e le tribù sunnite. Un compromesso ulteriormente rovinato dallo smantellamento dell’economia centralizzata portato avanti tra la fine degli anni ’90 e i primi ‘2000: ovvero, nel momento in cui vi fu il cambio al potere tra Hafez al-Assad e suo figlio Bashar.

Ora, è bene ricordare che quando Bashar salì al potere, la sua idea geopolitica non si presentava affatto in opposizione all’Occidente. Bashar, infatti, cercò a più riprese di intavolare negoziati per arrivare alla pace con Israele; puntò a normalizzare i rapporti con gli Stati Uniti – con i quali cooperò nella lotta contro al-Qaeda nei primi tempi della sciagurata ‘guerra al terrore’ dell’amministrazione Bush Jr. – e, in segno di buona volontà, scelse di ritirare il proprio esercito dal Libano. Tuttavia, la sua richiesta di restituzione delle alture del Golan occupate da Israele nel 1967, in cambio dell’interruzione dell’assistenza militare a Hezbollah, Hamas e Jihad islamica, non incontrò mai una risposta definitiva e positiva da parte di Tel Aviv che considerava tale spazio strategicamente troppo importante per venire restituito alla Siria. Non solo, come riportato dai politologi John Mearsheimer e Stephen Walt nella loro fondamentale opera The Israel lobby and US foreign policy, la lobby sionista nordamericana fece tutto il possibile per far passare la Siria come uno ‘stato canaglia’ agli occhi della stessa amministrazione Bush Jr., pesantemente influenzata dall’ala neoconservatrice del Partito Repubblicano.
Di fatto, il disprezzo con il quale gli Stati Uniti si rapportarono alla Siria spinse Bashar al-Assad, già coinvolto in una lotta interna tra correnti riformatrici e conservatrici e sottoposto alla pressione di uomini d’affari non esattamente ispirati da sentimenti di amore per la Patria, a puntare su una visione geopolitica che potesse trasformare la Siria in una sorta di ponte tra il mondo turco, arabo e persiano. Ma il suo progetto dovette scontrarsi sia con gli obiettivi di totale egemonia nordamericana del Medio Oriente portati avanti dai neocon, sia con una grave crisi sociale determinata dalla pesante siccità che ha colpito la regione al principio degli anni ’10 del XXI secolo, sia con l’impatto della cosiddetta ‘primavera araba’ (che già dal nome tradisce la classificazione occidentale del fenomeno – per gli arabi che vivono nel deserto la primavera, stagione ricca di tormente di sabbia, è quella peggiore), inaugurata dal discorso di Barack Obama (un neocon travestito) al Cairo. […]
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