L’ECO-FOLLIA BATTE LA RITIRATA?

da Fabio Dragoni

«Tre indizi fanno una prova» afferma il saggio. Per carità, sapevamo da sempre che l’ideologia verde e la bolla – anzi la balla – del cambiamento climatico non fossero certo scienza. Tutt’al più, potevamo assimilarle a Scientology. Ma, comunque, sapevamo altrettanto bene che erano un ricco business. I cui clienti sono i contribuenti. Clienti che non hanno scelto di acquistare qualcosa. Ma le cui tasse servono a finanziare sussidi per ridicole iniziative.

Ne parlavo tempo fa con Massimo Nicolazzi, uomo di petrolio e di energia. «Si parla tanto di decarbonizzazione ma da un uomo di petrolio come Lei mi aspetterei che mi dicesse che questa è impossibile. C’è un tema di densità energetica. Una bottiglietta di benzina ha tanto più potenziale energetico di un pannello solare», sostenevo. «Parlerei più di densità di capitali che di densità energetica» mi rispose. «Investire in decarbonizzazione richiede una spesa ‘monstre’. Stiamo parlando di miliardi che il settore pubblico da solo non può avere: deve in qualche modo mobilitarli. E di capitale privato disponibile a investire in infrastrutture di generazione di energia rinnovabile ce n’è tanto. Purché gli sia garantito un rendimento. Sarò provocatorio. Per le infrastrutture green il motto del capitalismo è che ‘dove c’è sussidio c’è impresa’. E non lo dico per negare la necessità di decarbonizzazione. È un processo di cui abbiamo bisogno, e con priorità e celerità. Però senza supporto pubblico non si muove. E dunque il tema è quanto spendere e come ripartire la spesa». 

Il primo indizio lo abbiamo avuto qualche mese fa. Le imprese che chiedono un finanziamento dovrebbero essere giustamente valutate in base alla loro capacità di rimborso. Ma da qualche tempo si è affermata, anche fra i banchieri, la bizzarra narrazione secondo cui le stesse banche dovrebbero valutare gli standard ESG, Environmental and Social Governance, prima di tossire denaro. Per carità, mai avere un cliente che sversa rifiuti tossici e potrebbe giustamente andare in galera. Il banchiere dovrebbe starne alla larga e non essere complice. Una cosa è combattere, con la propria decisione di erogazione del finanziamento o meno, il cambiamento climatico. Alla fine, pure le ‘Conf-qualcosa’ e i banchieri, come le formiche, si incazzano. Confindustria a febbraio tuonava dalle colonne del Sole 24 Ore (il suo quotidiano) che occorreva «un rinvio dell’applicazione dei criteri ESG sui bilanci». Quanto meno per risparmiare inutili consulenti e utilissima carta. E soprattutto soldi. Lo stesso Antonio Patuelli, Presidente di ABI aveva alcuni giorni prima affermato: «le banche non sono certificatori di ESG. Siano gli enti pubblici a farlo». Bene: primo indizio, che anche ai piani alti si stanno un po’ innervosendo.  Poco tempo fa, poi, irrompe sulla scena il colosso dell’acciaio ArcelorMittal. Decide di fare un passo indietro su un progetto ambizioso: produrre acciaio ‘verde’ usando idrogeno al posto del carbone. L’azienda ha detto no a 1,3 miliardi di euro di fondi pubblici per trasformare i suoi stabilimenti di Brema ed Eisenhüttenstadt, in Germania, in hub per la produzione di acciaio ‘climaticamente neutro’. Ricordatevi questa espressione, ridicola lo so. Ma ricordatela. Meglio non produrre acciaio che produrre acciaio verde è il cuore del concetto. Una notizia, riportata dal quotidiano Handelsblatt che ha fatto rumore e che solleva domande sul futuro dell’industria siderurgica europea e sugli obiettivi verdi dell’Unione Europea. Ma perché questa decisione? E cosa significa per l’Europa?

«Reiner Blaschek, il capo azienda, non ha usato giri di parole:  il progetto di acciaio verde non è sostenibile» scrive Fabio Lugano su Scenarieconomici. «Non si tratta di mancanza di volontà, ma di una valutazione realistica. Produrre acciaio con idrogeno verde, ovvero generato con energie rinnovabili, è una sfida tecnologica ed economica enorme. Servono quantità enormi di idrogeno, che oggi non è disponibile in quantità sufficienti né a prezzi ragionevoli. I fondi pubblici, per quanto generosi, arrivano con vincoli rigidi: bisogna passare all’idrogeno in tempi brevi, ma nessuno può garantire che questo sarà possibile. È come costruire un’auto senza sapere se ci sarà abbastanza benzina per farla viaggiare». Per intendersi, di idrogeno ce n’è tantissimo nel pianeta. Due atomi di idrogeno assieme a uno di ossigeno fanno acqua. Ma per produrlo devi consumare energia. Detto in maniera semplice: bruci dieci per ottenere uno. Un po’ come dar fuoco alla foresta per cuocere una bistecca. Ma dal ‘climaticamente neutro’ si arriva al ‘climaticamente amichevole’. Il partito popolare europeo, secondo Politico.eu, ritirerà il suo appoggio alla normativa ‘climate friendly’ di Ursula Von Der Leyen. Burocrazia che si aggiunge alla burocrazia. Controlli che si aggiungono a controlli per controllare che qualcuno dica di essere ‘ESG compliant’ – cioè rispettoso del clima – e magari non lo è. È il cosiddetto greenwashing con cui un’azienda a discorsi dà una tinteggiata di verde alla meno peggio. Insomma, se la cantano e se la suonano.  […]

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