«Siamo alla fine dell’ultima era di un quadriciclo, meglio concrete disillusioni che fantasmagorici quanto ingenui ottimismi». È parafrasando Julius Evola che ci approssimiamo agli ineluttabili scenari da fine della storia – non esattamente come quella prefigurata da Fukuyama, che a confronto è una passeggiata di salute -, una sorta di redde rationem che prima o poi qualcuno si doveva pur accollare. «Israele sta facendo il lavoro sporco per noi». C’era bisogno della dabbenaggine del cancelliere lobbista tedesco Merz, che lo ha spiattellato ai quattro venti? Probabilmente no, più di qualcuno aveva già colto, seppur senza dirlo.
Lo spostamento del baricentro nell’evoluzione dei sistemi geopolitici e il prossimo conflitto mondiale – che porterà alla fine di questo mondo – non poteva reggersi solo intorno al fronte russo-ucraino. Evidente che la mossa trumpiana di andare a bombardare illegalmente nazioni sovrane in Medio Oriente non sia stata una mossa lungimirante a riguardo. Tutto ciò, non solo per gli equilibri esterni agli USA ma, anche, per quelli interni. Donald Trump non solo ha tradito una larga fetta del suo elettorato MAGA ma si è prostrato ancora alla volontà dell’entità genocida sionista. Ciò rimescola tutte le carte.

Del resto, occorre pur prendere una strada per dare un termine alla manifestazione di questo ciclo. Di ciò se ne erano accorte tutte le civiltà tradizionali, dal Vedanta in poi, in forme più o meno attenuate: l’Apocalisse è messa in conto.
Negli anni, di apocalissi, ce ne sono state propinate tante: dal ‘Millenium Bug’ alla profezia Maya del 2012, alla sfida climatica lanciata da fine anni ‘90, per non parlare del sempiterno buco dell’ozono o della terrificante prospettiva dell’asteroide dallo spazio. Dovevamo morire così tante volte che la nostra civiltà ha dimenticato cosa sia ‘vivere’. O, forse, l’obiettivo era proprio questo: costruire una narrazione di morte e apocalisse così persistente e addomesticata, quasi familiare, tale da anestetizzare l’umanità di fronte a una vita – di fatto – già terminale. Basterebbe pensare al fatto che, negli anni ’70, ci convinsero a usare la plastica per fermare l’abbattimento di tutti gli alberi del mondo, mentre adesso siamo ripassati alla carta per fermare l’invasione mondiale della plastica. Una sorta di ecologismo di ritorno senza soluzione di continuità, per umani dell’ultima età.
A fianco di tutte queste sedicenti apocalissi, in realtà, negli ultimi cento anni se ne sono verificate tante altre, invece, verissime, più o meno segrete negli scopi, ma tutte dirompenti negli effetti. A ben guardarle, in effetti, appaiono come veri e propri disastri geopolitici. Essi hanno distrutto vecchi sistemi, lacerato mondi e strutture sociali ed economiche: dalle grandi guerre mondiali alla relativa caduta dei grandi imperi centrali, dall’alba del dominio statunitense sul mondo all’affacciarsi del cd. secolo cinese, dalla crisi del petrolio e delle fonti energetiche, alla crisi economica del 2008. E poi, ancora, dalla pandemia del Covid-19 al rifiorire delle guerre fra Europa e Medio Oriente all’inizio di questi anni ‘20. Da una parte, abbiamo veri e propri momenti spartiacque nella storia dell’umanità, in cui si chiudono periodi storici, si distruggono economie e si creano ‘nuovi’ mondi in maniera artificiale – come è successo con il folle periodo 2019-2022 fra green pass e zone rosse. Dall’altra, abbiamo le varie ‘apocalissi’ supportate dalla produzione hollywoodiana, che servono a tenere tutti col fiato e le vite sospesi, in un precariato permanente effettivo che si regge su di una sorta di convenzione utilitaristica. Il sistema mi mantiene in vita e io faccio finta di essere libero e felice. Cionondimeno, le emergenze apocalittiche servono anche a vendere feticci di una umanità che trova conforto nel marketing e nell’ideologia dell’apocalisse stessa, invece che in una prospettiva di vita che travalichi la mera esistenza biologica.
È qui che trova senso e significato l’inafferrabile mistero della decadenza umana. Senza coniugare l’attuale stato di abiezione dell’umanità con quello del pianeta, chi non ha uno straccio di orizzonte spirituale trova tutto questo incomprensibile o, al massimo, come l’effetto di semplici dinamiche storiche. In realtà, attraverso l‘aiuto della prospettiva tradizionale, è ben chiaro come ‘l’uomo sovrano della creazione’ abbia, nella sua unicità, la piena responsabilità e capacità di dominio sul mondo che lo circonda. Una responsabilità spirituale e morale, prima ancora che materiale. L’uomo, quindi, non è solo parte della natura, del cosmo e dell’intero universo, ma ha anche un ruolo di gestione e cura nei confronti del pianeta, al punto tale da esserne direttamente la causa del suo stato di salute. È per tale motivo, dunque, che non risulta anomalo l’affiorare nella mentalità umana di idee quali il transumanismo, l’eternalismo di risulta new age in salsa einsteniana o – in forma attenuata, per una sorta di permanenza in un limbo sospeso tra primitivismo e iper-tecnologia – il survivalismo e il prepperismo. Tutte idee che mettono una pietra tombale alla sovranità dello Spirito rispetto al resto, senza il quale la vita si riduce a un semplice esistere, più o meno confortevole.
Nel frattempo, volano stracci, anzi bombe, stragi e sangue, in Medio Oriente. Migliaia di morti innocenti, migliaia di feriti, mutilati e dispersi, senza che l’Occidente ‘batta ciglio’, se non altro perché preoccupato dell’aumento del prezzo del gas o della benzina. C’è ancora chi sostiene – purtroppo sì – che è a causa del 7 ottobre 2023 che la guerra, una vera e propria guerra di sterminio, viene combattuta senza sosta da Tel Aviv, cadendo nella narrazione di coloro che decidono come e quando iniziano i conflitti, per ascrivere ad altri la responsabilità di questi. Vero è, però, che Israele in questi mesi sta dando fondo a tutte le sue energie per distruggere i propri vicini e gli odiati nemici iraniani, col pieno supporto di Trump, che sembra aver deciso di abbandonare l’Ucraina e puntare tutto su Medio Oriente e Cina. La sensazione è di una frenesia distruttiva scatenata dal ‘grande’ e dal ‘piccolo’ Satana – per usare le categorie in voga a Teheran – che non possono più attendere…
A guardar bene, sembra che l’approdo alla prossima (e finale?) apocalissi debba comunque passare per l’affermazione di una planetaria democrazia illiberale e ipertecnologica, tecno-burocratica e securista. Il passaggio dovrà avvenire per mezzo di un falso salvatore che – per tirarci fuori dalle secche della disperazione – dovrà praticare una permanente emergenza bellica e relativa economia di guerra.
E il tipo transumano, bio-ingegnerizzato e fuso con la macchina, sarà il risultato dell’IA, un apparato talmente enorme e pervasivo che farà sparire miliardi di posti di lavoro, fagociterà interi reparti produttivi e lavorativi, sostituendosi all’essere umano in ogni modo possibile. Ma, per fortuna, grazie al reddito universale, il naso resterà sopra il livello dell’acqua per non affogare del tutto.
Non nascondiamoci: siamo entrati in una fase della storia nella quale, senza peccare di eccessivo pessimismo, vivremo eventi spaventosi e sconvolgenti. Se è vero che «nel giorno della fine non ti servirà l’inglese», come cantava Battiato, siamo certi che solamente la saldezza spirituale, la virtù, il coraggio, la responsabilità di uomini consapevoli della propria funzione e l’esistenza di una comunità solida e ben orientata nella Tradizione, potranno fare la differenza. E consentire a coloro che ne saranno capaci e dalla Provvidenza sostenuti di non soccombere sotto i colpi di un sistema che non farà sconti. Staremo a vedere, a Dio piacendo.
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