Misandria e transfemminismo: i nuovi codici di potere nell’era dell’universalismo selettivo

da Amal Bouchareb

L’Occidente moderno, avvolto nella retorica del progresso e del razionalismo, si rivela sempre più come lo specchio inquieto di una civiltà smarrita, incapace di confrontarsi con le proprie ombre. La violenza che abita la sua storia – e persiste nel suo presente – viene sistematicamente rimossa, anestetizzata, quando non ridicolizzata. E così, dietro la facciata dei valori universali, si affaccia un’inquietudine esistenziale e una fragilità strutturale che minano la tenuta stessa del suo sistema. In questo quadro, la Francia occupa un ruolo emblematico: culla dell’Illuminismo e dei diritti dell’uomo, ha contribuito in modo decisivo alla definizione dell’universalismo moderno. Ma proprio per questo, le sue incoerenze risaltano con maggiore evidenza, rivelando quanto sia fragile il confine tra principi proclamati e pratiche selettive.

La crisi di credibilità dell’Occidente, nel frattempo, non fa che approfondirsi. Non solo per il silenzio assordante di fronte a un genocidio che da venti mesi devasta un lembo di terra chiamato Gaza – che pure basterebbe a inchiodare chiunque si professi paladino dei diritti umani. Ma anche per le sue farse domestiche, in cui la violenza viene confezionata come intrattenimento.

È il caso, tragicomico, di un episodio di violenza domestica trasmesso in diretta: un uomo colpito dalla moglie sotto i riflettori, senza che la società, le istituzioni o i grandi sacerdoti della morale pubblica battano ciglio. Al contrario, si affannano a derubricare il tutto a “momento di complicità coniugale”. Si ride. Si scherza.

“Immaginate la scena invertita”, suggerisce Tony Khalife, giornalista libanese: “Macron che dà uno schiaffo a Brigitte. Reazione globale? Indignazione planetaria. Proteste. Editoriali. Condanne a reti unificate.” Ma se a colpire è la moglie tutto si trasforma in cabaret.

Questa doppia morale non è una svista: è la radiografia fedele di un crollo. Rivela una crisi etica e politica che va ben oltre il caso specifico. È la crisi di una civiltà che predica l’universalismo ma lo pratica a geometria variabile, a seconda della convenienza geopolitica, del colore della pelle, del genere e della religione del carnefice. Un gigante dai piedi d’argilla, appesantito dalle sue stesse contraddizioni. 

Tony Khalife, cristiano e veterano dell’informazione araba, è noto anche per il suo attivismo a favore dei diritti maschili – un tema che, nell’Occidente, suscita più imbarazzo che riflessione. È andato virale circa 10 anni fa un suo intervento televisivo, trasmesso sul canale egiziano Al Hayat TV, in cui lanciava un appello accorato alle donne arabe: non fatevi strumentalizzare.

Il suo monito fu diretto: «Non lasciatevi trasformare in merce. Le associazioni femministe vi sfruttano per ottenere fondi stranieri: vi fanno il filmato, si arricchiscono sulla vostra pelle. Queste associazioni le conosco bene, non gli importa nulla delle vostre vite e delle vostre sofferenze. Vogliono solo ottenere finanziamenti dall’estero, al costo della distruzione delle vostre famiglie.» Il video superò rapidamente i milioni di visualizzazioni, diventando una pietra d’inciampo per chi preferisce una narrazione filantropica e “rosa” dell’attivismo postcoloniale.

Eppure, in Occidente – e in particolare in Italia – si continua a spacciare le battaglie delle ONG femministe per crociate emancipatrici, ignorando, o fingendo di ignorare, che spesso si tratta di operazioni ben confezionate per attrarre finanziamenti, costruire carriere e imporre un modello culturale che ha più a che fare con il profitto che con la liberazione.

Dietro la patina del transfemminismo, si cela una forma sofisticata di colonialismo culturale. In nome della “sorellanza globale”, si impone una visione monolitica di genere, esportata dal Nord al Sud del mondo come fosse una merce qualsiasi. È la perfetta traslitterazione neoliberista delle teorie postcoloniali: il corpo delle donne del Sud come campo di battaglia ideologico ed economico.

Non è più tempo di finzioni. A parlare, stavolta, è Il diario della gratitudine (deComporre Edizioni, 2023) di Hamid Barole Abdu, scrittore e poeta italo-eritreo. Nel suo libro autobiografico che gronda amara lucidità, racconta la vicenda di una direttrice di una Onlus italiana che incarna perfettamente la nuova forma di “sorellanza” neo liberista: un’alleanza tra odio ideologico e talento imprenditoriale, travestita da impegno sociale. Donna senza titoli ma dotata di un fiuto infallibile per gli affari. Capì che l’immigrazione era il nuovo eldorado della solidarietà.

Hamid racconta: “Per lei, tutti gli uomini erano mostri da bruciare sul rogo”. Mise in piedi una cooperativa per “aiutare le immigrate”, chiedendo fondi pubblici che arrivavano puntuali: fino a 2000 euro per ogni donna ospitata. In un episodio raccapricciante, la stessa donna convinse un’immigrata araba a denunciare il marito, portandolo ingiustamente in prigione, promettendole in cambio una casa e sussidi.

È questo il vero volto della misandria istituzionalizzata: una dottrina tossica mascherata da umanitarismo, promossa come vangelo nei salotti progressisti transfemministi e esportata nei Paesi del Sud come parte integrante della nuova “educazione allo sviluppo”.

E allora, la violenza di Brigitte – tollerata, giustificata, banalizzata – non è solo una nota di costume. È il simbolo definitivo del crollo etico di un’Occidente che gioca con i suoi stessi principi, li piega, li svuota, li svende.

Nel Sud globale, dove Macron è visto come un cinico rappresentante del neocolonialismo francese, nessuno applaude al suo schiaffo domestico. Non perché si solidarizzi con lui – tutt’altro. Ma perché si riconosce nell’ipocrisia feroce di un sistema che riesce a perdonare tutto a se stesso, tranne la verità. Macron non merita un pugno da sua moglie: merita un processo pubblico per i suoi crimini di guerra commessi in Africa.

Ma di questo, naturalmente, non si parla. Non si deve parlare. Sarebbe troppo onesto. Troppo vero. E la Francia, madre orgogliosa dell’Illuminismo — quella che un tempo voleva “illuminare” il mondo con la ragione e i diritti umani — oggi sembra temere più di tutto la luce. Soprattutto quella della verità.

A restare, sono le voci isolate di due uomini – uno arabo, cristiano, direttore generale di un canale televisivo a Dubai; l’altro italiano, musulmano, con un vissuto migratorio alle spalle, in pensione a Modena – uniti non dal rancore, ma dalla consapevolezza che il mondo non si cambia col silenzio. E che, forse, ciò che resta del Vero vale ancora la pena di essere detto.

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